Il fosforo contenuto nei terreni sta diminuendo. E l’effetto potrebbe essere un ulteriore contraccolpo per la sicurezza alimentare, soprattutto nei paesi più poveri, come sostiene un articolo del sito dedicato a scienza e sviluppo SciDev. La causa della diminuzione di questo minerale dai suoli coltivati sarebbe dovuto alla coltivazioni di fagioli e altri legumi che ne assorbono dal terreno una quantità più elevata di quella introdotta con la concimazione.
Per scoprirlo i ricercatori canadesi autori della ricerca hanno studiato per nove anni i flussi di fosforo nei cereali e legumi di tutto il mondo, trovando degli squilibri tra quello inserito nei terreni e quello estratto dalle piante. Il fosforo infatti è un elemento indispensabile alla crescita delle piante, e la sua diminuzione in alcune aree del mondo potrebbe avere effetti devastanti sull’agricoltura. In particolare, l’Asia sembra essere il continente in cui questo squilibrio è maggiore, e quindi quello più a rischio per possibili effetti negativi di tipo alimentare, sociale e ambientale. Anche in molte aree dell’Africa tuttavia la carenza di fosforo è sempre più diffusa e comincia a far sentire i suoi effetti sulla fertilità dei terreni coltivati.
Contemporaneamente, intanto, il prezzo dei fertilizzanti contenenti fosforo sta aumentando, e molti tipi di suolo ne hanno un bisogno disperato in quanto naturalmente carenti di questo minerale oppure, se lo contengono, non è in forma biodisponibile per il metabolismo delle piante coltivate.
A questo link puoi trovare uno schema del ciclo del fosforo nel terreno
Rilasciamo troppa anidride carbonica nell’atmosfera, e questo lo sappiamo bene. L’Olanda, invece di pensare solo a come emetterne meno, vuole cercare di farne sparire un po’ immagazzinandola… sottoterra. Il governo olandese ha annunciato l’approvazione e il finanziamento di un progetto della Shell di Carbon storage, cioè per catturare e immagazzinare almeno parte della CO2 prodotta nella sua raffineria di Rotterdam. Dal 2012 l’anidride carbonica verrà stoccata in un deposito di gas naturale ormai esaurito, che può contenerne fino a 0,8 milioni di tonnellate, nei pressi della cittadina di Barendrecht. Tuttavia, si comincerà con un primo carico, e solo dopo le valutazioni che verranno effettuate a distanza di alcuni anni si deciderà se continuare con un altro deposito, stavolta dieci volte più capiente.
L’amministrazione della cittadina che ospiterà il progetto si è opposta fino all’ultimo, preoccupata per il rischio di esplosione e di terremoti, e anche alcuni gruppi ecologisti si sono rivoltati all’idea di finanziare con fondi pubblici un gigante del petrolio come Shell, ritenuto uno dei maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. Si tratta di un caso di greenwashing, cioè di un’azienda inquinatrice che cerca di darsi una mano di verde? E poi l’immagazzinamento sottoterra è davvero una soluzione o solo un modo per sognare di poter continuare a bruciare carburanti fossili ai ritmi attuali, facendo sparire le scorie sotto il tappeto? L’Olanda, per esempio, sostiene che potrebbe arrivare a seppellire sottoterra fino al 20% delle sue emissioni. Intanto in Italia si parla dei giacimenti petroliferi esauriti di Cortemaggiore come possibile sito di stoccaggio.
La rivista Science ha dedicato poche settimane fa un intero numero allo stoccaggio sotterraneo di CO2, una pratica in timida crescita nel mondo. Science sostiene che le speranze ci sono: questo sistema potrebbe funzionare, a patto però di migliorarlo molto e di superare i molti ostacoli che ancora ci sono prima che possano diventare efficaci. Science parla però di decine di migliaia di centrali di grosse dimensioni diffuse in tutto il mondo. E ne avremo bisogno da qui al 2020, il che significa che siamo già in ritardo. Ma non ci sono solo gli aspetti tecnologici, che sono cruciali quando si parla di seppellire quantità enormi di CO2 in particolari formazioni geologiche o addirittura nei sedimenti delle profondità marine. Anche i costi e l’opinione pubblica saranno un grosso problema sulla via di questa tecnologia.
Il mio professore di zoologia non era proprio il docente più popolare fra gli studenti del secondo anno di biologia, e non perché fosse particolarmente esigente. Magro, vestito in maniera dimessa, l’aspetto non lo aiutava. Tuttavia in facoltà non giravano molti George Clooney e quindi non era neppure questa la ragione principale della sua mancanza di fascino. Il vero motivo risiedeva in alcuni vermetti cilindrici, chiamati nematodi, che il prof studiava con passione.
Soltanto bestie di grandi dimensioni, come balene e scimpanzé, suscitavano emozioni fra chi di noi immaginava un futuro da etologo. Altri – io fra questi – erano intrigati più da cellule e molecole. I vermi, spiace dirlo, non erano l’aspirazione di nessuno. E per lo stesso motivo nessuno riusciva a capire come quel professore potesse passare la vita a studiare animaletti tanto insignificanti e disgustosi.
Eppure quel prof riservava qualche sorpresa. Unico fra i docenti, Mr. Nematode (questo era il suo soprannome) un giorno ci consigliò di leggere un libro: L’orologiaio cieco di Richard Dawkins. Comprai subito quel libro, un po’ incuriosita dal titolo, ma soprattutto perché ero un po’ secchiona. La lettura di quel libro, che divorai in pochi giorni, mi aprì un mondo. Oltre a essere uno dei più bei testi divulgativi mai scritti sull’evoluzione e la selezione naturale, quel libro mi fece anche rivalutare in positivo quel prof tanto bistrattato.
Da quel corso e da quella lettura sono passati parecchi anni, e oggi mi devo ricredere anche sui vermi. Su queste umili creature Charles Darwin, che oggi compirebbe 200 anni, scrive l’ultimo libro della sua vita, nel 1881, un anno prima di morire. Il libro si intitola The formation of Vegetable Mould, Through the action of Worms, with Observation on Their Habits e molti studiosi lo considerano una curiosità o addirittura una stranezza, non all’altezza di un naturalista del suo calibro.
Fa eccezione Stephen Jay Gould, che sostiene che quest’ultima opera è «una celata sintesi dei principi di argomentazione, elaborati lungo un’intera vita, identificati e utilizzati nella più grande trasformazione della natura mai prodotta da un solo uomo». «I vermi – continua Gould – sono a un tempo umili e interessanti, e il lavoro di un verme, se sommato per tutti i vermi, per lunghi periodi di tempo, può plasmare il paesaggio e modellare il suolo». Il terreno è qualcosa che l’intuito ci porta a considerare come molto stabile, se non addirittura immutabile. Forse è perché ci appoggiamo sopra le nostre case, i beni immobili cui affidiamo il nostro benessere e la nostra protezione. Darwin dimostra però che il suolo tanto stabile non è perché è in realtà sottoposto a un continuo fermento provocato dai lombrichi.
Darwin svela l’entità del lavorio di queste piccole bestie sulle turbolenze del suolo in maniera meticolosa. Innanzitutto dà i numeri, calcolando «quale vasto numero di vermi vive non visto da noi, sotto i nostri piedi»: oltre 21 000 per ettaro di suolo britannico (pari a 142 chilogrammi di vermi). Poi con i dati che raccoglie da persone sparse in ogni angolo del pianeta, arriva a concludere che i vermi sono distribuiti in maniera molto più ampia e in una varietà di ambienti ben superiore rispetto a ciò che noi possiamo immaginare. Quindi scava buchi profondi nel terreno per vedere quanto i vermi si estendono in profondità nel suolo. Infine cerca evidenze dirette del continuo ricircolo del terriccio sulla superficie terrestre, che sarebbe provocato dall’ingestione e dall’escrezione della terra da parte di queste bestie tubuliformi.
Darwin compie numerose, pazienti misure degli escrementi dei lombrichi, che stima variare fra 3 e 7 tonnellate per ettaro. Secondo i suoi calcoli ogni dieci anni si formano fra 2 e 6 centimetri di nuovo terriccio. Sono numeri non trascurabili, se li moltiplichiamo per migliaia di anni. Viene da pensare che i vermi abbiano contribuito ad affossare le rovine greche e romane su cui si sono costruite le nostre città medievali e moderne. L’ultimo libro di Darwin è dunque, citando di nuovo Gould, «un trattato esplicito sui vermi e il suolo, e una discussione velata di come è possibile imparare sul passato studiando il presente».