Cheap date, Tipsy and Bar fly sono alcuni moscerini californiani continuamente sbronzi. Per studiare il meccanismo molecolare che sta dietro alla dipendenza da alcol infatti Anita Devineni li alimenta con cibo «corretto», e loro sembrano gradire molto. Come nel caso degli umani anche i moscerini di Drosophila melanogaster prima si eccitano sotto i fumi dell’alcol, ma poi barcollano e infine svengono.
Sono anni che vengono svolti studi sul collegamento di alcuni geni in moscerini e topi con la tolleranza e la dipendenza da alcol. Ma la Devineni (University of California, San Francisco) è andata oltre: non voleva utilizzare l’inebriometro, un dispositivo che emette nell’aria etanolo e intossica in maniera automatica i soggetti. Si è chiesta se ci fosse un modo per capire se i moscerini hanno una propria volontà di assumere l’alcol, e così ha utilizzato un nuovo metodo chiamato CAFE (Capillary Feeder) per alimentare le drosofile.
Il CAFE è un barattolo contenente estratto di lievito e zucchero con tubicini capillari infilati nel coperchio: i moscerini aspirano dai tubicini ed è possibile misurare la suzione anche di 50 nanolitri. Ad alcuni barattoli è stato aggiunto dell’etanolo e si è visto che i moscerini preferiscono il cibo alcolico. Non fino allo svenimento però: bevono etanolo fino a perdere l’uso delle zampette (in quel momento hanno in circolo il doppio di alcol consentito per legge, facendo un confronto con l’uomo). A questo punto si fermano. Anche con dovuti cambi di cibo e accorgimenti il moscerino sceglie sempre il cibo alcolico.
Il comportamento di dipendenza è molto complesso: implica un insieme di repulsione gustativa, attrazione olfattiva, e percezione delle conseguenze dell’intossicazione. L’alcolismo negli umani è associato a condizioni sociali e culturali ben definite, oltre a fattori genetici e fisiologici. Non si può certo affermare che i meccanismi di dipendenza tra moscerini e uomo siano uguali, ma siamo un passo avanti nel comprendere i meccanismi molecolari alla base della dipendenza. Secondo Rainer Spanagel infatti, del Central Institute of Mental Health (Germania), se viene identificato un gene collegato con la dipendenza nell’uomo si può creare un mutante analogo di moscerino, fare il test CAFE e confrontare i risultati comportamentali di uno e dell’altro. Leggi lo studio della Devineni su Current Biology e la news su Sciencenews e su The Scientist.
Non serva di giustificazione a nessuno. Ma, forse, se qualcuno tra i vostri compagni di classe è ancora razzista, la spiegazione potrebbe essere nel suo cervello: in qualcosa che lo rende strutturalmente incapace di empatia verso altri individui della sua specie. La buona notizia (per lui e per tutti) è che potrebbe riuscire a guarire. Lo dice una ricerca italiana appena pubblicata, che avrebbe mostrato le differenze nella funzione cerebrale di un gruppo di quaranta soggetti, bianchi e neri italiani, con diversi gradi di pregiudizio razziale.
L’esperimento è avvenuto grazie alle neuroimmagini con cui si sono osservate gli effetti sul cervello dell’osservazione di immagini cruente, come quelle di una mano in cui viene conficcato un ago. In alcuni casi, la mano era bianca, in altri nera. Se il soggetto era, per dire, bianco e aveva un alto pregiudizio razziale, la sua empatia si scatenava solo di fronte alle immagini di mani bianche , mentre un soggetto, sia bianco sia nero, a basso pregiudizio razziale aveva la stessa empatia per mani bianche e mani nere, indifferentemente dal gruppo etnico di appartenenza del loro proprietario. Come controprova, gli scienziati hanno allora introdotto immagini di mani viola, ovviamente non appartenenti a nessun gruppo etnico. E hanno visto, sorpresa, che con le mani viola anche i razzisti provavano empatia. Quindi, hanno spiegato, questo dimostra che non è tanto l’aspetto oggettivamente diverso di un altro individuo a rendere razzisti i razzisti, quanto il carico di stereotipi e pregiudizi che si sono imparati nel tempo. La compartecipazione al dolore di un altro essere umano, cioè, sarebbe naturale, ma poi le influenze culturali (per modo di dire) potrebbero in qualche modo attenuarla. Ma basta una ricerca di questo tipo a spiegare il razzismo? In realtà, il legame tra razzismo ed empatia era stato evidenziato da tempo da studi di psicologia sociale, solo che in questo caso si è usata una tecnica chiamata stimolazione magnetica transcranica e un disegno sperimentale abbastanza raffinato. Facciamo attenzione, come sempre, a non pensare che la scienza possa spiegarci un problema politico, sociale, personale o comunque un problema complesso soltanto con un esperimento, un paio di numeri e qualche immagine carina.
Profuma l’alito, sbianca il sorriso. Combatte i germi cattivi che causano la carie. E previene persino le malattie del cuore. Secondo una ricerca condotta su 11 000 persone in Scozia, l’abitudine di lavarsi i denti due volte al dì non aiuta soltanto la nostra vita sociale, ma migliora anche la salute del nostro apparato cardiocircolatorio. La storia è vecchia, in realtà. E come spesso accade in medicina, per adesso si tratta solo di un legame statistico, per il quale esistono solo spiegazioni ipotetiche e incerte. Ma vale la pena di rifletterci un po’.
I ricercatori, dicevamo, hanno considerato 11 000 adulti scozzesi. Li hanno intervistati e hanno chiesto loro che abitudini avessero: fumo, attività fisica, dieta. Si sono soffermati sulla loro storia clinica e familiare (cioè, hanno raccolto l’anamnesi). E sull’igiene dentale, chiedendo loro: quante volte dal dentista e quante spazzolate al giorno? Su dieci, sei hanno riferito di andare dal dentista una volta ogni sei mesi e sette su dieci hanno detto di lavarsi i denti almeno due volte al giorno. Poi tutti hanno aspettato otto anni. Alla fine, sugli 11 000, sono stati registrati 555 eventi cardiovascolari di cui 170 fatali. I ricercatori hanno ripulito i dati dagli altri fattori che aumentano il rischio di malattie (obesità, fumo, storia familiare…) e hanno visto che una cattiva igiene orale è associata a un aumento del rischio del 70%. Associata, attenzione. Se si tratti davvero di un meccanismo di causa-effetto non lo possiamo dire. Possiamo solo immaginare che nella bocca di chi si lava poco si annidino germi capaci di creare uno stato infiammatorio diffuso (che sarebbe testimoniato dall’aumento di certe proteine specifiche nel sangue) capace, a sua volta, di peggiorare i danni a livello delle arterie. Però, come sottolineano i ricercatori, non si deve neanche trascurare che una cattiva igiene dei denti è più frequente in persone di basso livello socioeconomico che, più spesso, fumano e mangiano male.
Il cuculo è l’uccello più conosciuto per quello che viene definito parassitismo di cova: deposita le sue uova nei nidi di altri uccelli per sfruttarne le cure genitoriali. Alcune anatre non sono da meno: il moriglione testarossa deposita le uova nei nidi di un’altra specie simile, il moriglione dorsotelato, che cova e cresce i piccoli testarossa come fossero suoi. Non senza generare una certa confusione.
Grazie all’imprinting infatti i piccoli testarossa sono convinti di essere delle dorsotelato a tutti gli effetti, e quando crescono cercano di accoppiarsi con femmine di questa specie. Ricevendo solo una serie di rifiuti. Questo mese su Proceedings of the Royal Society B è stato pubblicato uno studio su queste due specie. Secondo gli scienziati le anatre testarossa, essendo solite a questa forma di parassitismo, avrebbero dovuto essere meno influenzate dall’imprinting rispetto alle dorsotelato. Invece non è stata verificata alcuna differenza tra le due specie.
L’esperimento compiuto dagli etologi comprendeva sia maschi testarossa che dorsotelato cresciuti insieme a una famiglia dell’altra specie. In entrambi i casi il maschio cercava la femmina della specie che lo aveva cresciuto e accudito, anche se diversa dalla sua. In entrambe le specie l’imprinting risulta essere comunque più forte della genetica, e purtroppo crea il caos. Come leggiamo su Science, ancora non è compreso come alla fine i maschi testarossa tornino sui loro passi e corteggino le femmine della loro stessa specie, schivando così l’estinzione.
Secondo uno studio statunitense la serenità aumenta dopo i cinquant’anni, indipendentemente dal lavoro svolto, dalla presenza o meno di un partner o di figli giovani. A dirlo è Arthur Stone, del Department of Psychiatry and Behavioral Science alla Stony Brook University (New York), in uno studio pubblicato lo scorso 17 maggio su Proceedings of the National Academy of Sciences. Secondo Stone con il passare del tempo le persone sono meno influenzate da stress e rabbia: “Anche se le preoccupazioni rimangono le stesse fino ai cinquanta anni, comunque il loro impatto cala dopo la mezz’età”.
Per arrivare a queste conclusioni ci si è basati su un questionario telefonico fatto a più di 340.000 persone dai 18 agli 85 anni di età scelte a caso. A queste veniva chiesto di dare un voto alla loro qualità di vita, da 0 (la vita peggiore possibile) a 10 (la vita migliore possibile). Poi veniva chiesto quanti dei sentimenti elencati erano stati provati il giorno precedente: felicità, divertimento, stress, tristezza, rabbia e preoccupazione, andando poi indietro nel tempo progressivamente.
In particolare hanno scoperto un aumento dello stress tra i 22 e i 25 anni, e una costante diminuzione oltre i 50. Il senso di preoccupazione rimaneva costante tra i 20 e i 40 anni, per poi diminuire oltre i 50. La tristezza aumentava intorno ai 40 e diminuiva ancora una volta oltre la mezz’età, per poi aumentare dopo i 70 anni. Altri sentimenti come la felicità e il divertimento non seguono una curva netta, ma hanno picchi a 20 e a 70 anni. Da notare poi che le donne hanno sentimenti di preoccupazione, tristezza e stress maggiori degli uomini.
Secondo gli autori i cinquantenni sono semplicemente più bravi a tenere sotto controllo le proprie emozioni, richiamando meno alla memoria eventi spiacevoli del passato. Forse l’esperienza fa vedere i problemi in prospettiva e più semplici da affrontare. D’altronde non c’è da meravigliarsi se oggi i ventenni sono più stressati dei cinquantenni, soprattutto vista la contingenza della crisi economica globale e la difficoltà a raggiungere una stabilità lavorativa. Sarebbe interessante capire se questi questionari possano avere una valenza generale, o sono legati ai nostri tempi. Secondo l’articolo di Scientific American altri studi analoghi sono stati compiuti in altri Stati, con risultati simili, suggerendo che questa tendenza potrebbe avere significati biologici ancor prima che economici.
Negli Stati Uniti il 17% dei bambini è obeso e quest’ultimo valore è triplicato negli ultimi 30 anni. In Italia i bambini in sovrappeso sono il 20%, con un picco per i maschi tra i 6 e i 9 anni di età che raggiungono il 34%. I bambini italiani obesi sono invece il 4%, e sono numeri impressionanti a pensarci bene, tali da definire il problema un’epidemia.
Mentre sull’obesità delle persone adulte si conoscono i rischi per la salute e i modi di contrastarla, non è così per i bambini. Lo denuncia un report pubblicato da Lancet lo scorso 6 maggio. Sue Kimm, ricercatrice della New Mexico School of Medicine, e capofila dei firmatari del report, ammette “ci sono ancora troppe cose da capire sull’obesità infantile”.
Sono soprattutto due gli aspetti rilevati dalla Kimm. Per prima cosa la mancanza di uno standard internazionale che serva a distinguere l’obesità o il sovrappeso nei bambini. Per le persone adulte si utilizza il BMI o indice di massa corporea. Questo si calcola dividendo il peso in kg per il quadrato dell’altezza in metri. Oltre i 25 kg/m2 si cominciano ad avere problemi di pressione e colesterolo alti e resistenza all’insulina che precede il diabete.
Per i bambini invece non ci sono riferimenti stabili come il BMI per gli adulti. Anche i bambini obesi hanno problemi di salute come malattie cardiovascolari e metaboliche, carenze vitaminiche e minerali, e non da meno problemi muscolo scheletrici. Ma un’altro terreno minato è rappresentato da un programma alimentare corretto che permetta al bambino una crescita normale con un apporto calorico contenuto. Il report avverte che molto spesso le diete consigliate ai bambini sovrappeso sono troppo caloriche, perché si teme di creare problemi di crescita con un regime alimentare troppo restrittivo.
Vista la mancanza di programmi internazionali di diagnosi e terapia dietetica sotto i riflettori è ancora la prevenzione, basata su una giusta educazione alimentare e sull’esercizio fisico. A causare il sovrappeso sono spesso chiamati in causa gli snack e la sedentarietà dei giovani: secondo una ricerca riportata dalla rivista Obesity, il 69% delle calorie introdotte dai bambini infatti è rappresentata da snack. Per saperne di più leggi le informazioni sul sito del Ministero della Salute e sul sito obesita.org.
Lui ha le orecchie basse e la coda tra le gambe. È avvilito, il nostro cagnolone. Invece lei ci zompa sulle cosce e si struscia su di noi. La gatta ci sta dimostrando affetto. Serve davvero un libro per spiegarci che gli altri animali provano emozioni? A chi di noi ha un po’ dimestichezza con qualcuno di loro la cosa è lampante, quasi banale. Ed è per questo che Marc Bekoff, biologo dell’università del Colorado, e cofondatore, con Jane Goodall, di un’organizzazione che si batte per la difesa dei diritti degli animali, nel suo La vita emozionale degli animali (Alberto Perdisa, 2010) parte da lì per raccontare qualcosa di più.
Da dove vengono le emozioni? Hanno un significato biologico? Posto che tutti gli animali hanno una vita emozionale, che conoscono tutti felicità e tristezza, la rabbia e il lutto, perché si sono evolute? Una risposta certa ovviamente non c’è, ma è interessante scoprire quante e quali siano le difficoltà degli studi che investigano la questione, dal rischio di antropomorfizzazione delle emozioni animali nei discorsi teorici, alla concretezza di un lavoro sul campo che prevede lo studio di feci, urina e peli (che magari a noi fanno un po’ schifo, ma per gli altri animali sono inesauribili fonti di informazioni). E poi, sostiene l’autore, si finisce per rendersi conto che anche gli animali hanno una morale, un senso della giustizia e persino dell’onorabilità. Con questo, spera Bekoff, supereremo quello sciocco dualismo che viviamo usando le parole noi e loro o l’infelice espressione animali superiori e inferiori, per non parlare degli animali da laboratorio e da compagnia. Ne viene fuori un testo curioso, un po’ militante e non molto curato dal punto di vista editoriale, ma di sicuro interesse per specialisti e amanti degli animali e per chiunque voglia riflettere sul nostro modo di avere a che fare con gli altri abitanti di questo pianeta.
La vita emozionale degli animali Marc Bekoff Perdisa, 2010 224 pagine, 18 euro
Non solo non è scomparsa, ma è anche in crescita. E dove meno te lo aspetti. La sifilide, la malattia venerea che ha imperversato per secoli nell’Europa medievale e a ondate nei secoli successivi, sta rialzando la testa in Cina. Il peggior untore sarebbe l’economia in crescita e l’arrivo di gente sempre nuova e danarosa, i businessman che fanno crescere il mercato della prostituzione e contribuiscono a diffondere l’epidemia anche in famiglia. L’allarme viene dalle pagine del New England Journal of Medicine: nessun paese, dalla scoperta della penicillina, ha mai assistito a una diffusione tanto rapida della malattia, spiegano i ricercatori.
La sifilide è una malattia che ha fatto storia, ma che ogni tanto si ripresenta anche ai giorni nostri, quando si abbassa la guardia e ci si dimentica che il sesso, ahitutti, a volte può essere anche veicolo di malattia. Arrivata a Napoli nel 1495 con l’esercito francese, la sifilide fu chiamata dai napoletani, dagli italiani e poi da tutti gli europei mal francese e poi, riportata verso nord dallo stesso esercito, diventò mal napoletano per i francesi. Nessuno vuole sentirsela attribuire, perché è una malattia particolarmente grave e a volte mortale: dal contagio (che dà sintomi leggeri e solo a livello dei genitali, che a volte passano inosservati), il batterio penetra nel sangue e dopo anni danneggia il sistema nervoso centrale, il cuore, i vasi, gli occhi, il fegato e le ossa. Non solo: può essere trasmessa dalla madre ai figli, in forma gravissima. Per questo va riconosciuta in tempo, curata con gli antibiotici giusti, ed evitata la sua trasmissione ad altri. Ecco che cosa sta succedendo a Shangai, dove frotte di uomini di commercio contraggono l’infezione dalle prostitute e dai prostituti ventenni, poi la portano alle mogli, tanto che nel 2008, nella zona, nasceva più di un bambino all’ora con la sifilide congenita. Anche in Cina la malattia era quasi del tutto scomparsa negli anni cinquanta, come da noi, ma adesso sembra che non si sia più capaci di bloccarla: non ci sono screening adeguati e lo stigma sociale fa sì che la gente sia riluttante a fare il test. Così adesso il giro di soldi le ha permesso di ripresentarsi con virulenza, nella sua nuova veste di malattia della ricchezza.
Se anche voi qualche volta avete incrociato una persona dal colorito terra bruciata tendente all’arancione e vi siete chiesti il perché di quell’eccessivo utilizzo di lampade a UV, forse oggi abbiamo una risposta. Le docce e i lettini solari possono dare dipendenza, come l’alcol o la droga. Questo è il risultato di uno studio pubblicato dalle ricercatrici del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York Catherine Mosher e Sharon Danoff-Burg.
I raggi UV creano un danno diretto al DNA cellulare e le mutazioni conseguenti possono causare il cancro alla pelle. Uno studio del Committee On Medical Aspects of Radiation in the Environment (COMARE), una commissione di esperti scientifici inglese, ha scoperto che fare docce solari prima dei 35 anni può incrementare il rischio di contrarre un melanoma maligno del 75%. Altri rischi collegati all’utilizzo di lampade UV sono danni oculari, scottature, e da oggi sembra certo anche una forma di dipendenza.
Lo studio condotto da Mosher e Danoff-Burg, finanziato dal US National Cancer Institute e pubblicato su Archives of Dermatology, ha visto come protagonisti 421 studenti di psicologia. A questi è stato dato un questionario simile a quelli che si utilizzano per scovare dipendenze da droghe o alcol, ma come tema avevano i lettini solari. Il 56% degli intervistati faceva uso di lettini solari per abbronzarsi. Di questi più del 20% aveva sviluppato da questa attività una sorta di dipendenza psicologica. In questo 20% erano presenti inoltre soggetti con maggiori livelli di ansia e maggior consumo di alcol e marijuana. È importante tenere conto di questi aspetti in previsione di campagne nazionali che vogliano educare le persone ai rischi dei raggi UV. Inoltre presto saranno eseguiti degli approfondimenti per capire se vi possa essere una relazione tra ansia e dipendenza da lettino solare.
Tra le domande che sono state fatte agli studenti ne troviamo alcune abbastanza inquietanti, come: ti sei mai sentito in colpa per aver abusato dell’utilizzo di docce o lettini solari? Quando ti svegli la mattina senti il bisogno di fare un lettino solare? Pensi di aver bisogno di passare molto più tempo a fare lettini solari per mantenere perfetta la tua abbronzatura? Hai mai perso un appuntamento sociale o di lavoro per una scottatura creata da un lettino solare? Se le vostre risposte sono positive fate attenzione, siete sulla buona strada per sviluppare una dipendenza da docce solari.
Avete studiato? Avete ragionato bene su quell’esercizio di matematica e avete letto e ripetuto con attenzione le due pagine di storia per domani? Bene, andate a farvi un pisolino. Non perché ve lo siate meritati (che cosa avreste fatto di straordinario?) ma perché, lo dicono gli scienziati, dormire e sognare aiuta a fissare la memoria. Lo spiega una ricerca sulla rivista Current Biology.
Gli scienziati hanno preso un gruppo di volontari e hanno lasciato che imparassero le mosse per uscire dal labirinto di un videogioco. Poi hanno lasciato che metà di loro andassero a letto, mentre l’altra metà rimaneva sveglia. E hanno visto che i volontari del primo gruppo che avevano sognato si ricordavano il labirinto meglio di chi aveva dormito ma senza sogni e di chi non era nemmeno andato a letto. La spiegazione sarebbe in un pezzo di cervello chiamato ippocampo che elabora le informazioni più recenti, mentre la corteccia cerebrale le utilizza per compiti complessi e le mette in relazione tra loro. I sogni sarebbero dunque il segno del lavoro del cervello per il consolidamento della memoria recente, probabilmente tentativi di usare le ultime informazioni ricevute in situazioni e con collegamenti diversi, in modo da renderle il più utili possibile. E tra le tante informazioni ricevute durante il giorno, il cervello sceglierebbe quelle più importanti e meritevoli di consolidamento, come a chiedersi: e adesso che ne faccio?