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Cyber Zar per la sicurezza informatica

Le reti di comunicazione sono sicure? Non sempre, nemmeno per le università. Un editoriale di Nature, preoccupato per le minacce dei cyber-criminali che si infiltrano nelle reti, si spinge addirittura a proporre ai centri di ricerca di adottare misure di portata simile a quelle che si stanno studiando per affrontare la crisi finanziaria, il cambiamento climatico o le pandemie infettive.

Stiamo parlando di virus informatici come il noto Conficker, o degli attacchi che dagli anni novanta sono aumentati di numero e di intensità, e che secondo Nature non sono più opera di giovani hacker isolati ma anche di reti criminali organizzate che si occupano di spamming o spionaggio industriale.

Quindi, azioni coordinate e forte leadership da parte dei governi di tutto il mondo, ma anche un ruolo più attivo da parte delle università per evitare un vero e proprio cyber-Katrina (l’uragano che ha colpito gli Stati uniti nel 2005), come l’ha definito un senatore Usa. Il senato Usa infatti sta discutendo due leggi in materia: una darebbe al presidente la possibilità di definire gli standard di cybersicurezza e di nominare un Cyber-zar, un responsabile nazionale per la sicurezza informatica. L’altra, quella che più sta a cuore ai ricercatori, darebbe alla National Science Foundation il compito di fare ricerca ed educazione sul tema, grazie a un finanziamento di 1,7 miliardi di dollari.

Anche la Commissione Europea da parte sua sta cercando di rinforzare le sue capacità di prevenire e rispondere agli attacchi cyber, anche in questo caso con la creazione di una figura di un Mister Sicurezza contro malware e cracker.

Recensioni: Pino Arlacchi, “L’inganno e la paura”

Pino Arlacchi è docente di sociologia all’Università di Sassari, è stato vicesegretario generale dell’Onu dal 1997 al 2002 e si occupa dello studio della Sicurezza umana. Non appena uscito il suo nuovo libro L’inganno e la paura, è già polemica all’interno della comunità scientifica.

Nel suo testo Arlacchi sostiene che mai come oggi, con statistiche e dati alla mano, il mondo sia un luogo sicuro dove vivere: "Dopo la fine della Guerra fredda c’è stata una costante riduzione, quasi dl 60%, di ogni genere di conflitto armato. (…) Le guerre civili sono decresciute, a seconda dei criteri di stima, tra il 40 e l’80% dall’inizio degli anni novanta a oggi. (…) Nel 1950 ciascun conflitto armato ha ucciso in media 38 mila persone, contro le 600 del 2002 e le 360 del 2005. La diminuzione è del 99%".

Nonostante i dati evidenzino che oggi la vita sia più sicura rispetto al passato, l’opinione pubblica sarebbe ingannata da una falsa comunicazione, da continue minacce di attacco ora dai terroristi, ora dagli extracomunitari, per coprire scelte politiche che nascondono interessi economici. "Parte essenziale del grande inganno è la manipolazione del sistema della comunicazione in modo da occultare le possibilità di soluzioni nonviolente delle crisi internazionali e far emergere le guerre e l’uso della forza come le uniche risposte efficaci alle minacce inventate o reali", scrive Arlacchi.

Il suo messaggio ha un sapore dolceamaro: la Terra è un posto migliore dove vivere, peccato che la nostra percezione sia l’opposto. La soluzione che l’autore propone è una sorta di rivoluzione copernicana, dove al centro si trovi non più la guerra, ma la pace. Dobbiamo comprendere che "il rifiuto della guerra come strumento di soluzione dei conflitti è cresciuto al punto da diventare un tabù universale, come è accaduto per la schiavitù e il colonialismo.(…) Negli ultimi 15 anni le vittorie militari hanno risolto solo il 7,5% dei conflitti, mentre il negoziato ha prevalso nel 92% dei casi". 

Questo libro ha aizzato le polemiche di alcuni colleghi. Se volete leggere il post dal blog Epistemes (gruppo di ricerca di scienze sociali) http://epistemes.org/2009/02/17/linganno-di-pino-arlacchi-e-la-paura-della-verita/, vedrete come vengano messi in discussione i punti di vista dell’autore. In risposta alla diminuzione delle guerre per esempio si fa notare che oggi, a differenza del 1950, sono ben 8 gli Stati dotati di armamento nucleare, e ne conseguono più tensioni ma meno scontri armati. Inoltre le soluzioni non violente e diplomatiche spesso si traducono in compromessi o ricatti, perché oggi, di fronte all’esaurimento delle fonti energetiche, chi possiede risorse naturali ha un potere rilevante.