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La salute globale si fa con più dati

Sono i direttori e i presidenti di Organizzazione mondiale della sanità, Fondo globale per la lotta all’AIDS, tubercolosi e malaria, Banca mondiale, UNICEF, addirittura la Fondazione Bill Gates, e altre organizzazioni (in tutto otto) che si occupano di salute a livello mondiale. Tutti insieme hanno scritto un appello pubblicato dalla rivista PLoS Medicine. Quello che chiedono è una maggiore attenzione ai dati. Il miglior modo per capire se e quanto un progetto legato alla salute funziona (per esempio una campagna di test contro una malattia, la distribuzione di farmaci a una popolazione povera, eccetera) è analizzare i risultati ottenuti: andamento di una malattia, numero di vaccini somministrati, percentuali di nuovi ammalati… Per farlo ci vogliono dati seri e analisi statistiche rigorose.

Eppure molti paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, non sono in grado di raccogliere dati in modo soddisfacente, sia dal punto di vista della qualità di questi dati, sia perché spesso soffrono di ritardi e inneficienze. In risposta, le otto istituzioni propongono alcune soluzioni.  Per esempio più investimenti nei sistemi di raccolta dei dati sanitari nei paesi poveri, magari legati ai loro sistemi sanitari nazionali. Oppure un piano per armonizzare i diversi tipi di dati, che ormai grazie alla rete possono essere usati in tutto il mondo ma che spesso sono raccolti e catalogati in modo diverso dai vari paesi. Infine, insistono perché l’accesso a questi dati sia più semplice.

Le organizzazioni che hanno scritto l’appello si offrono di contribuire il più possibile ai miglioramenti nell’uso dei dati sulla salute, ma chiedono a tutte le altre istituzioni che si occupano di medicina, salute e sviluppo di partecipare a questo sforzo.

Sotto puoi  consultare la tabella in cui gli autori riassumono le principali fonti di dati riguardanti la salute e la medicina.

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La scienza cinese al galoppo

In meno di un decennio, la Cina ha triplicato gli articoli di ricerca pubblicati in alcune delle principali riviste scientifiche del mondo. Lo sostiene uno studio pubblicato su Nature China, la rivista del gruppo Nature dedicata solo alla scienza cinese, che ha analizzato gli articoli usciti su cinque riviste internazionali: Cell, The Lancet, Nature, il New England Journal of Medicine (NEJM) e Science tra il 2000 e il 2009.

La media di articoli pubblicati in ogni giornale in un anno è passata da nove a venticinque. In particolare, nei primi sei mesi del 2009 gli articoli di ricercatori cinesi (e che lavorano in Cina) sono arrivati a essere 81 su Nature e 59 su Science. In particolare sembra che il massimo aumento di ricerche pubblicate sia in settori come chimica e scienza dei materiali.

Secondo uno studio pubblicato da Thomson Reuters, la Cina è ormai al quinto posto a livello mondiale per numero di articoli scientifici pubblicati, arrivando a contare per il 6,2% del totale. Questo dato riflette la grande crescita economica cinese e gli investimenti notevoli che il governo di Pechino sta facendo nella ricerca scientifica.

Il gigante asiatico non è comunque l’unico paese che sta scalando la classifica della scienza mondiale. Secondo un altro studio appena pubblicato, tra i paesi emergenti cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), il Brasile è di gran lunga quello che cresce di più Negli ultimi vent’anni, infatti, è passato da 3.000 a quasi 20.000 articoli pubblicati su riviste internazionali, e promette di crescere ancora.

Yukiya Amano, il nuovo direttore atomico

Il diplomatico giapponese Yukiya Amano è stato eletto Direttore generale dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea). Amano è il quinto direttore generale della storia ormai più che cinquantenaria dell’agenzia. Sostituisce Mohamad El Baradei, che ha guidato la Aiea per tre mandati, cioè per dodici anni. E che per il suo lavoro ha anche vinto il premio Nobel per la pace nel 2005.

Amano, eletto dai membri della direzione dell’Aiea lo scorso 2 luglio con 23 voti a favore, 11 contrari e un astenuto, ha di fronte a sé un compito tutt’altro che facile. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica, di base a Vienna e fondata nel 1957 per promuovere gli usi pacifici del nucleare e impedirne gli usi a scopo bellico, è un organismo dell’Onu di cui fanno parte ben 137 paesi.

Nel suo immediato futuro dovrà vedersela con il programma nucleare dell’Iran, per esempio, che sostiene di sviluppare tecnologie dell’atomo solo per scopi pacifici. O con Corea del Nord e Israele, che pur non essendo accreditati come possessori ufficiali di armi nucleari hanno numerose testate e non permettono le ispezioni dell’Agenzia, che secondo il Trattato di non-proliferazione sarebbero obbligatorie. E poi ci sono India e Pachistan, che effettuano test e possiedono alcune decine di testate nucleari ciascuno.

Più caldo e meno incendi?

La pirogeografia, cioè lo studio della diffusione globale degli incendi, si confronta con il cambiamento climatico. E riserva qualche sorpresa. Infatti, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, un modello predittivo appena pubblicato dalla rivista PLoS ONe sostiene che l’aumento delle temperature globali potrebbe risultare in meno incendi, perlomeno in alcune aree del pianeta.

Il modello sviluppato da ecologi dell’Università di Berkeley, in California, ma anche texani e canadesi, è il primo a basarsi su dati reali relativi agli incendi. Infatti i ricercatori hanno analizzato 10 anni di dati satellitari sugli incendi in tutto il mondo, dividendoli in due categorie: le aree senza incendi e quelle più propense alle fiamme selvagge. Poi, mettendo in relazione queste aree con la loro vegetazione, il loro clima, e i rischi di incendio dovui a cause naturali e antropiche, hanno dato vita a un modello che usa le previsioni più pessimistiche sui cambiamenti climatici dei prossimi 30 anni.

Gli ingredienti principali di un incendio sono vegetazione secca ed estati calde e ventose, ma i risultati di questo modello dicono che se in alcune aree della Terra il rischio di incendi aumenterà con l’aumento delle temperature, in altrettante esso potrebbe diminuire. Nel 9% del territorio mondiale, tra cui Scandinavia, Stati uniti occidentali e alcune aree dell’Asia centrale gli incendi  aumenterebbero. Ma nel 19%, per esempio Stati uniti meridionali, Africa centrale e Canada, essi potrebbero diminuire a causa di un diverso rapporto tra temperature e piovosità, che in alcune aree del mondo dovrebbe aumentare.

Anche se si tratta solo di un modello, che non fornisce alcuna certezza, molti ricercatori si sono detti interessati a questo studio perché il cambiamento climatico sarà effettivamente uno dei fattori più importanti nei cambiamenti della distribuzione degli incendi, con i loro effetti sull’ambiente e sulle specie che lo abitano.

 

I semi di una rete rurale

La partecipazione dei diretti interessati si rivela indispensabile per capire come internet verrà usato dalle comunità rurali: anch’esse hanno i loro modi peculiari di vivere nell’era digitale. SciDev, il network che si occupa della scienza nei Paesi in via di sviluppo, dedica uno speciale proprio alla diffusione di Internet nei villaggi del sud del mondo, svelando che spesso i meccanismi di adozione delle tecnologie sono diversi da quelli che si aspettava dagli "evangelisti di internet", cioè da chi gira il mondo per diffondere la rete a quell’80% della popolazione mondiale che ne è privo.

Gli esempi portati da SciDev sono diversi: c’è quello di United Villages, che ha scoperto che i contadini indiani in mancanza di una connessione 24 ore su 24 non vogliono avere accesso diretto alle email e al web, ma vogliono che qualcuno le invii per loro e porti le risposte in una penna USB.

In Mali la ONG internazionale Geekcorps forniva ai "cybertigi" (dalla parola Bambara che significa "commerciante") computer speciali, resistenti al caldo del deserto, alimentati a energia solare e dotati di connessione wireless, con i quali essi potevano raggiungere i villaggi e fornire email, accesso al web e altri servizi. Dopo un anno però il progetto è stato abbandonato: i contadini spesso non sanno leggere e scivere e preferiscono collegarsi al mondo con la radio o il telefono cellulare.

In Sudafrica invece Wizzy Digital fornisce a sei scuole in aree rurali l’accesso alla rete, usando computer usati ed economici collegati a un server che di notte, quando la connessione costa meno, scarica le mail e le pagine web che poi verranno lette durante il giorno.

Gli esempi potrebbero essere tanti altri, ma secondo SciDev chi vuole portare la rete alle comunità rurali deve fare i conti con i loro mezzi, le loro culture, le loro richieste e necessità, e non importare modelli provenienti dai paesi ricchi senza sperimentarli sul terreno.

Bombe, bugie e videotapes

La notizia è rimbalzata su molti media italiani: l’Iran ha i mezzi per produrre la sua prima bomba atomica. Attenzione però: tutto parte da un’agenzia Ansa, come scrive il blog Piazza Vittorio del mensile Le Scienze, che annuncia che il paese mediorientale avrebbe ormai accumulato abbastanza uranio arricchito da poter produrre un’arma nucleare. Ma è una notizia vera?

Piazza Vittorio ricostruisce la storia mediatica di questa notizia che in realtà non è poi così corretta. Se avete voglia di immergervi un po’ nei meccanismi della stampa, perlomeno quando ha a che fare con temi così delicati in cui si intrecciano la scienza, la politica, la guerra, questa storia potrebbe darvi qualche spunto interessante.

Un pinguino a Cuba

L’avevano già fatto Venezuela, Perù, Argentina e Brasile, e ora tocca a Cuba, che ha annunciato l’adozione per la pubblica amministrazione di un sistema operativo GNU/Linux, cioè di un sistema di software libero che sostituirà il costoso Windows della Microsoft di Bill Gates.

Ma Cuba non si è limitata a questo: i suoi programmatori hanno sviluppato una versione personalizzata di Linux, che è stata chiamata Nova. I pregi del nuovo sistema operativo sono la leggerezza (gira comodamente su Pentium II) e l’interfaccia grafica semplice e facile da usare. Insomma, da una parte può essere installato su quei vecchi pc di cui l’isola è piena, dall’altra permetterà di usare gran parte delle applicazioni più recenti.

Le motivazioni non sono solo economiche, anche se Linux permetterà a Cuba di risparmiare un bel po’ di soldi rispetto ai sistemi operativi proprietari come Windows o MacOs. Ci sono anche dei retroscena politici: il Paese non sarà più dipendente dall’estero ma sarà invece in grado di controllare l’evoluzione di questa parte importante dell’informatica. Inoltre permetterà a Cuba di sfuggire almeno un po’ all’embargo statunitense. Hector Rodriguez della School of Free Software dell’isola, ha detto: "Mi piacerebbe pensare che entro cinque anni più del 50 per cento degli utenti cubani migrerà a Linux."

Al momento non è ancora possibile scaricare e installare Nova, ma in rete è stato diffuso un video dimostrativo che mostra l’interfaccia grafica del nuovo sistema operativo.