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La scienza cinese va online

W020091019596379910526La Cina ha lanciato un sito web che verrà usato per condividere, scambiarsi, fare ricerche e navigare all’interno del mondo – sempre più complesso e articolato – della scienza cinese. Il sito della Infrastruttura nazionale per la scienza e la tecnologia (NSTI) è nuovo progetto del ministero della scienza e della tecnologia cinese che è stato lanciato solo da poche settimane. Si tratta di un esperimento molto importante per il futuro della scienza in Cina. Il database, accessibile liberamente da tutto il mondo, è stato pensato per contenere tutte le ricerche e le pubblicazioni scientifiche prodotte dal nuovo gigante della scienza mondiale – salvo ovviamente quelle pubblicate su riviste protette da copyright.

Un modo per mettere in comunicazione tra loro gli scienziati, che ora avranno la possibilità di trovare studi di altri ricercatori con maggiore facilità. Il sito fa parte del grande sforzo cinese per promuovere l’uso delle informazioni scientifiche da parte dei cittadini, ma soprattutto appunto per evitare che le singole comunità di ricercatori siano troppo isolate e disperse. Il sito si preannuncia enorme, dato che cercherà di concentrare al suo interno tutte le risorse scientifiche cinesi. Un vero e proprio "manuale per gli scienziati", ha detto il ministro della ricerca, Wan Gang, durante la cerimonia di inaugurazione.

Laguna www: Venezia tutta wireless

Dal vaporetto agli spazi virtuali del web, dai canali della laguna a ovunque nel mondo, solo con un dito e con un clic. La città di Venezia si prepara a diventare tutta wireless: è il più grande esperimento italiano di questo tipo (uno WiFi integrale) che renderà presto possibile connettersi a internet da ovunque nella città, senza bisogno di cavi, grazie a un semplice codice di accesso che sarà fornito a ogni cittadino.

A decidere dove sistemare i 600 hotspot (cioè i punti di accesso alla rete) saranno venticinquemila ragazzi tra i 14 e i 25 che stanno ricevendo in queste settimane una lettera di convocazione per la partecipazione al progetto. Il codice di accesso per i cittadini sarà necessario perché da noi la registrazione è obbligatoria per legge, ma il servizio sarà gratuito per i residenti e avrà un prezzo simbolico per i turisti. Venezia diventa così la prima città americana d’Italia, nel senso della facilità dell’accesso ai servizi della rete? Vedremo presto i turisti leggere le mail sull’iPhone dal ponte di Rialto e gli studenti controllare Wikipedia in vaporetto, andando a dare un esame all’università? E quando succederà nelle altre città italiane? Tra non molto, stiamo tranquilli. Progetti simili a quello veneziano sono già partiti in molti altri posti e, per esempio, da tempo, a Roma, è possibile andare su internet senza fili e fuori da casa, per esempio dal prato di Villa Borghese.
 

(copyirght Stepen B. Goodwin, da Shutterstock)

Il progetto lagunare ha attirato gli interessi dell’Mit (il Massachusetts Institute of Technology) che ne ha approfittato per lanciare l’esperimento Local Mit Mobile Experience Lab, al quale proprio adesso stanno partecipando turisti e volontari, a spasso per Venezia con una guida digitale. Sulla laguna digitale è possibile leggere diversi articoli on line come quelli dei giornali La Stampa e La Repubblica.

C’è spam per te

Vuoi farla felice? Oppure vuoi lavorare da casa facendo un sacco di soldi? O ancora: ti va di farti un pokerino al computer? Lo spam assedia le nostre caselle di posta elettronica con richieste tra l’imbarazzante e il ridicolo. Ma non è solo un fenomeno molesto: secondo un rapporto firmato dalla compagnia di consulenze ambientali ICF international, è anche antiecologico. Va detto, per completezza, che a commissionare la ricerca è stata la McAfee, che vende proprio sistemi di sicurezza informatica. Ma i risultati fanno comunque riflettere.

Nel 2008, le mail di questo tipo spedite nel mondo sono state 62mila miliardi e hanno consumato 33 terawattora di elettricità, più o meno come un milione e mezzo di case americane (molte di più in Italia dove, tutto sommato, si consuma di meno) o tre milioni e passa di automobili. Il grosso di questo consumo, secondo la ICF international, sarebbe riferibile alla ricezione della mail, più che all’invio: riconoscere lo spam, cancellarlo, far girare i software che lo filtrano. A dimostrare questo costo, l’effetto positivo del blocco di un sistema al quale si appoggiavano gli spammer americani, che però è stato solo provvisorio. Nel giro di poco tempo, infatti, si sono attrezzati e hanno ricominciato a spedire mail moleste in giro per il mondo.

Intanto, l’università dell’Alabama a Birmingham ha studiato la provenienza delle mail di spam, riconoscendo che i tre quarti di loro provengono dalla Cina: in questo paese, infatti, i domini internet sono molto economici e costano in media 15 centesimi di dollaro all’anno, mentre negli Usa il costo medio è di 35 dollari e ci sono molti più controlli. I dettagli della ricerca possono essere letti sul sito Live Science, mentre quella di ICF international è stata riportata dalla rivista The Economist. Per capire qualcosa di più sullo spam in generale (per esempio, per capire dove sta il guadagno per chi lo produce), si può ascoltare un’intervista andata in onda a Radio3 scienza sul finale della puntata del 22 giugno scorso.

 

Lei è un’astronoma

She is an astronomer, lei è un’astronoma, è la campagna lanciata a Parigi la settimana scorsa nell’ambito delle iniziative che fanno del 2009 l’Anno internazionale dell’astronomia. L’iniziativa si propone di raggiungere alcuni degli Obiettivi del millennio dell’Onu, cioè gli obiettivi globali di giustizia e sviluppo che le Nazioni unite si sono impegnate a raggiungere entro il 2015.

Per esempio quelli sulla giustizia di genere: anche nella scienza le diseguaglianze tra uomini e donne sono notevoli. Nell’astronomia solo un quarto dei ricercatori è donna, e in certi paesi addirittura non esistono donne astronome. Certo, ci sono luoghi in cui la percentuale raggiunge e supera il 50%. Ma solo ai piani bassi. Man mano che si sale nella scala gerarchica e delle responsabilità, il numero di donne cala. E’ il cosiddetto soffitto di vetro, cioè un insieme di discriminazioni sociali e culturali che pur essendo invisibili si fanno sentire, e non permettono alle donne di diventare, per esempio, direttrici di un osservatorio o di un dipartimento universitario.

Il sito di She is an astronomer vuole affrontare questo problema con vari mezzi: oltre a raccontare la storia di astronome famose, e proporre una serie di conferenze ed eventi, fornisce un forum in cui dibattere i problemi delle donne nella ricerca e si occupa anche di raccogliere e mettere a disposizione di tutte informazioni su fondi, posti di lavoro, statistiche.

Mistero su Facebook: attenti ai falsi scienziati

Hai tre richieste di amicizia e forse potresti conoscere Albert Einstein, Charles Darwin e Pitagora. Credete che gli scienziati non giochino con Facebook? Ci giocano eccome e a volte vedono succedere cose strane. Come la comparsa di falsi profili (profili fake in inglese) che rubano l’identità di alcuni di loro, senza che si capisca bene il perché. È successo, per esempio, a Rick Weiss, un vecchio reporter del giornale Washington Post, e ad Alta Charo, una bioeticista americana, entrambi clonati su Facebook (o meglio, Fakebook) in profili amici di diversi biologi di tutto il mondo.

La storia è raccontata su Nature News: nel settembre del 2008, a un congresso sulle cellule staminali, Weiss conosce Matthew Herper, giornalista della rivista di finanza Forbes. Poco tempo dopo, Herper riceve la richiesta di amicizia di Weiss. E, siccome non è uno sprovveduto, controlla prima la sua lista di amici e le info, per capire se si tratti davvero di quel Rick Weiss che ha conosciuto. E scopre l’inghippo. Alta Charo, invece, inciampa personalmente nel suo profilo fake e in quelli di altri ricercatori che lavorano sulle cellule staminali, compresi pezzi grossi della sua università. La differenza tra i due è che Weiss ha davvero un suo profilo Facebook, che tiene come molti di noi e che era stato copiato quasi del tutto, mentre Charo no: il fake è stato compilato con dati facilmente reperibili su Google. Ma perché? Chi è che si è preso la briga di copiare le loro identità? E soprattutto, perché?

Gli esperti, una cosa del genere la chiamano un Sybil attack. Negli ultimi mesi, gli amministratori di Facebook sono dovuto intervenire migliaia di volte a settimana per rimuovere i profili falsi. Basta una giornata di lavoro per creare una rete di finti scienziati che lavorino, per esempio, sulle cellule staminali, spiegano. E in questo modo si può arrivare a parassitare le informazioni messe in rete dai veri scienziati, per i loro veri amici. Per esempio, sospettano su Nature, dietro potrebbero esserci associazioni contrarie alla ricerca sulle staminali. I giornalisti di Nature hanno anche provato a contattare gli impostori, attraverso i loro profili fake, ma questi sono stati rimossi subito dopo. Comunque, pare che non succeda solo agli scienziati: diversi articoli raccontano storie simili: se dovesse succedere anche a voi, segnalatelo.

 

Einstein@home, dai una mano alla scienza

Tutti Einstein alla ricerca di dati nelle onde gravitazionali per scoprire nuove pulsar. Sembra difficile, ma lo è molto di meno se si partecipa a Einstein@Home, un progetto dell’Università del Wisconsin, Usa, e dell’Istituto Albert Einstein, in Germania. Iscrivendosi al sito si dona un po’ di tempo della capacità di calcolo del proprio computer ai ricercatori che lo useranno per analizzare le onde gravitazionali. Scaricando un piccolo software, infatti, farete in modo che il vostro pc lavori per Einstein@Home durante i tempi morti o quando si attiva lo screen saver.

Si chiama calcolo distribuito ed è ormai un classico modo per affrontare il problema della necessità di enorme potenza di calcolo richiesta da alcuni progetti di ricerca odierni. Se centinaia di migliaia di computer connessi a internet lavorano in rete per assolvere un compito, riescono a battere qualsiasi costosissimo megacomputer. Gli esempi più famosi lo dimostrano: da SETI@Home, in cui 5 milioni di computer collaborano all’analisi delle onde radio provenienti dallo spazio, a Folding@Home che si occupa di simulare l’impacchettamento delle proteine e la loro distribuzione nello spazio.

In tutti questi casi, alla base della potenza di calcolo non c’è un unico mainframe ma una rete di centinaia di migliaia di computer il cui tempo è regalato volontariamente dai partecipanti al progetto. Anche se ogni computer effettua una quantità di calcoli molto piccola, la somma di tutti i pc connessi in rete li fa diventare uno strumento di calcolo potentissimo. Einstein@Home ha già raccolto oltre 200.000 partecipanti. Se decidete di iscrivervi, contribuirete allo studio delle stelle quasi senza accorgervene.

Evolution MegaLab: l’evoluzione in giardino

Partecipa anche tu allo studio dell’evoluzione! Il progetto Evolution MegaLab è un esperimento pubblico online aperto al contributo di tutti, che serve per studiare l’evoluzione della chiocciola Cepaea nemoralis, una piccola e comune chiocciola che vive fra l’erba e sotto le siepi. EML si propone di coinvolgere le scuole, i musei, e tutti i cittadini appassionati alla natura.

Per partecipare basta iscriversi sul sito e poi cominciare a osservare le chiocciole e, soprattutto, le bande e i colori delle loro conchiglie. Infatti, secondo i ricercatori europei che hanno lanciato Evolution MegaLab, le striscie potrebbero essere un modo per mimetizzarsi e sfuggire agli uccelli predatori, ma anche una risposta alla temperatura esterna. Per scoprirlo, chiedono a tutti di mandare dati sulle proprie osservazioni: in questo modo, potranno capire se la presenza di tordi oppure la zona geografica e climatica influiscono sull’evoluzione dei colori della conchiglia.

Dopo aver inviato le tue osservazioni al sito, riceverai una email con i risultati del confronto tra i tuoi dati e quelli storici, già a disposizione dei ricercatori. Negli ultimi trent’anni infatti sono stati raccolti moltissimi campioni di Cepaea nemoralis. Ma grazie a Internet e alla partecipazione dei cittadini, i ricercatori contano di raccoglierne molti di più di quanto non fosse possibile in passato.

I semi di una rete rurale

La partecipazione dei diretti interessati si rivela indispensabile per capire come internet verrà usato dalle comunità rurali: anch’esse hanno i loro modi peculiari di vivere nell’era digitale. SciDev, il network che si occupa della scienza nei Paesi in via di sviluppo, dedica uno speciale proprio alla diffusione di Internet nei villaggi del sud del mondo, svelando che spesso i meccanismi di adozione delle tecnologie sono diversi da quelli che si aspettava dagli "evangelisti di internet", cioè da chi gira il mondo per diffondere la rete a quell’80% della popolazione mondiale che ne è privo.

Gli esempi portati da SciDev sono diversi: c’è quello di United Villages, che ha scoperto che i contadini indiani in mancanza di una connessione 24 ore su 24 non vogliono avere accesso diretto alle email e al web, ma vogliono che qualcuno le invii per loro e porti le risposte in una penna USB.

In Mali la ONG internazionale Geekcorps forniva ai "cybertigi" (dalla parola Bambara che significa "commerciante") computer speciali, resistenti al caldo del deserto, alimentati a energia solare e dotati di connessione wireless, con i quali essi potevano raggiungere i villaggi e fornire email, accesso al web e altri servizi. Dopo un anno però il progetto è stato abbandonato: i contadini spesso non sanno leggere e scivere e preferiscono collegarsi al mondo con la radio o il telefono cellulare.

In Sudafrica invece Wizzy Digital fornisce a sei scuole in aree rurali l’accesso alla rete, usando computer usati ed economici collegati a un server che di notte, quando la connessione costa meno, scarica le mail e le pagine web che poi verranno lette durante il giorno.

Gli esempi potrebbero essere tanti altri, ma secondo SciDev chi vuole portare la rete alle comunità rurali deve fare i conti con i loro mezzi, le loro culture, le loro richieste e necessità, e non importare modelli provenienti dai paesi ricchi senza sperimentarli sul terreno.

Buon compleanno, web!

Se siamo qui, con una mano sul mouse e una sulla tastiera, a scrivere mail agli amici lontani o a leggere le news di scienza che ci incuriosiscono di più, è tutto grazie a lui: il World Wide Web, letteralmente “la ragnatela grande come il mondo”. E allora, avanti con le candeline: la rete oggi compie vent’anni e i festeggiamenti sono già iniziati. Il 13 marzo del 1989, infatti, il fisico inglese Tim Berners-Lee bussò alla porta di Mike Sendall, il suo capo al CERN (il più grande laboratorio di fisica al mondo), e gli presentò un documento con una proposta. Si trattava di un sistema di condivisione dei dati scientifici attraverso gli ipertesti, cioè testi legati ad altri testi attraverso parole chiave, condivisi da una rete di computer. Per Sendall era un progetto “vago, ma interessante”: valeva la pena di provarci, insomma, e così dette il via libera a Berners-Lee mettendogli a fianco un collega, Robert Caillau.

Due anni dopo, il web aveva già le sue fondamenta ed era stato realizzato il primo browser, cioè il primo programma per sfogliare le pagine web. Il 6 agosto del 1991 i due scienziati misero su internet la prima pagina web. E il 30 aprile del 1993, web smise di essere un affare solo da scienziati: il Cern rinunciò a ogni diritto d’autore e la rete fu estesa a tutti noi, che oggi giochiamo, ci scambiamo messaggi, incontriamo nuovi amici, lavoriamo e ci informiamo sui 215 milioni di siti internet a portata di clic.
 
Che fine ha fatto Tim Berners-Lee? Per avere un riconoscimento della sua intuizione, ha dovuto aspettare fino al 2003, quando la regina Elisabetta II lo ha nominato baronetto e, più concretamente, il presidente della Repubblica di Finlandia gli ha conferito un premio da un milione di euro. Oggi dirige il consorzio del World Wide Web.

A parte gli articoli che raccontano la storia del web, leggibili, appunto, in rete, è interessante il sito del Cern alla pagina sulle celebrazioni dell’anniversario, che contiene anche la prima pagina web della storia. Si può poi spulciare il sito del quotidiano La Stampa, nella sezione multimedia, dove si trovano interviste video e foto collegate all’evento. E si può ascoltare l’intervista ai protagonisti della storia sul sito di Radio3 Scienza.

La Wikipedia dei batteri

eMLSA, cioè Multilocus Sequences Analysis, è un nuovo strumento per collaborare online all’identificazione e classificazione dei batteri. Lo hanno definito "Wikipedia della tassonomia" perché è un database sul web aperto alla cooperazione libera dei ricercatori di tutto il mondo.

Brian Spratt, il ricercatore dell’Imperial College di Londra che ha coordinato la costruzione di eMLSA ha detto che d’ora in poi "la tassonomia diventa elettronica", e che "la bellezza di questo approccio sta nel fatto che il database cresce in dimensioni e utilità man mano che i tassonomisti aggiungono i loro dati molecolari". Infatti ormai da diversi anni la tassonomia dei batteri si basa sui dati genetici, che data la loro vastità devono essere analizzati da computer.

Il nuovo database, se verrà davvero usato da un numero elevato di ricercatori, permetterà di osservare la distribuzione di moltissime varietà di batteri di specie diverse, identificando i gruppi che si differenziano dagli altri in modo più preciso. Riunendo e analizzando una mole di dati molto elevata, il nuovo sito migliorerà una disciplina, la tassonomia batterica, che è importante anche in campo medico, per esempio per lo sviluppo di nuovi antibiotici.

Attenzione però: gli autori sottolineano che condividere i dati non basta. Per identificare e accettare le nuove specie, agli strumenti automatizzati di eMLSA dovranno aggiungersi l’esperienza e le conoscenze dei microbiologi. In questo campo infatti raccogliere il consenso della comunità dei ricercatori è indispensabile per poter affermare: questa è una nuova specie.