Tutti noi possediamo codici d’accesso e password: per leggere le mail, per l’utilizzo delle operazioni bancarie online, per proteggere i nostri dati. Ma se tra le vostre password sono presenti 123456 o iloveyou o princess è proprio ora di cambiare. Queste sono solo alcune delle password più craccate in assoluto. Imperva, azienda che si occupa di sicurezza dei dati, ha pubblicato un recente studio intitolato "le peggiori pratiche dei consumatori sulle password". Questo report mette in evidenza quanto possiamo essere prevedibili nello scegliere le password, e quindi facili prede degli hacker.
La fretta e la scarsa fantasia, insieme alla scelta di nomi famigliari facili da ricordare sono sicuramente i motivi principali di creazione di parole chiave troppo semplici da scovare. "Per quantificare il problema, la combinazione di password facili e possibili attacchi da parte di hacker significa che servono solo 17 minuti per craccare 1000 account", afferma il report di Imperva.
Per proteggere meglio i nostri dati sono riferiti alcuni accorgimenti da seguire, per esempio la password deve contenere almeno otto caratteri, di 4 tipologie diverse: lettere, numeri, segni di punteggiatura e simboli. Questi ultimi meglio non metterli in testa o alla fine della password. Scordatevi poi nomi di persone, date o parti del vostro indirizzo email. A questo punto potrebbe diventare difficile memorizzare la password, il guru della sicurezza informatica Bruce Schneir suggerisce quindi un trucco: trasformare una frase in parola chiave, per esempio "Now I lay me down to sleep" diventa così nilmDOWN2s.
Dovendo inventare un robot capace di imitare le nostre espressioni facciali, di sorridere, di mostrare disgusto, rabbia o paura, come lo immaginereste? Gli scienziati dell’università della California a San Diego non hanno avuto dubbi. Ecco a voi un redivivo Einstein, fatto di plastica, circuiti e microchip.
Per gli scienziati, si tratta di un passo avanti nella robotica: nessun altro gruppo, spiegano, ha insegnato a un robot a imitare le espressioni del nostro viso in questo modo. Il gruppo ha infatti connesso alcuni motori molto sottili a trenta muscoli facciali del volto in gomma del robot (quello di Einstein, appunto) e poi lo ha programmato per fare quello che fanno i bambini quando imparano a muoversi e a controllare il corpo nello spazio: un processo che gli psicologi chiamano body babbling e che può essere tradotto come balbettio del corpo. Per questo, il robot è stato messo di fronte a uno specchio e, grazie a un software per il riconoscimento delle espressioni del volto, ha imparato a capire quali sentimenti stava mostrando con il movimento del suoi trenta muscoli di gomma.
Il robot, ammettono gli scienziati, difficilmente potrà essere scambiato per il vero Einstein: ci sono ancora diverse cosette da migliorare. Verificatelo voi stessi guardando questo video.
Questo video è dell’università della California a San Diego. Lo si può vedere in tanti articoli, a corredo della descrizione del robot e delle interviste agli ingegneri che lo hanno progettato, come questo su Live Science o questo su Science Daily. Per approfondire e trovare link interessante su questa e altre invenzioni, si può andare in cerca di spunti sui siti istituzionali, come questo, in cui Einstein viene rappresentato con una buffa parrucca.
Dal vaporetto agli spazi virtuali del web, dai canali della laguna a ovunque nel mondo, solo con un dito e con un clic. La città di Venezia si prepara a diventare tutta wireless: è il più grande esperimento italiano di questo tipo (uno WiFi integrale) che renderà presto possibile connettersi a internet da ovunque nella città, senza bisogno di cavi, grazie a un semplice codice di accesso che sarà fornito a ogni cittadino.
A decidere dove sistemare i 600 hotspot (cioè i punti di accesso alla rete) saranno venticinquemila ragazzi tra i 14 e i 25 che stanno ricevendo in queste settimane una lettera di convocazione per la partecipazione al progetto. Il codice di accesso per i cittadini sarà necessario perché da noi la registrazione è obbligatoria per legge, ma il servizio sarà gratuito per i residenti e avrà un prezzo simbolico per i turisti. Venezia diventa così la prima città americana d’Italia, nel senso della facilità dell’accesso ai servizi della rete? Vedremo presto i turisti leggere le mail sull’iPhone dal ponte di Rialto e gli studenti controllare Wikipedia in vaporetto, andando a dare un esame all’università? E quando succederà nelle altre città italiane? Tra non molto, stiamo tranquilli. Progetti simili a quello veneziano sono già partiti in molti altri posti e, per esempio, da tempo, a Roma, è possibile andare su internet senza fili e fuori da casa, per esempio dal prato di Villa Borghese.
(copyirght Stepen B. Goodwin, da Shutterstock)
Il progetto lagunare ha attirato gli interessi dell’Mit (il Massachusetts Institute of Technology) che ne ha approfittato per lanciare l’esperimento Local Mit Mobile Experience Lab, al quale proprio adesso stanno partecipando turisti e volontari, a spasso per Venezia con una guida digitale. Sulla laguna digitale è possibile leggere diversi articoli on line come quelli dei giornali La Stampa e La Repubblica.
Vuoi farla felice? Oppure vuoi lavorare da casa facendo un sacco di soldi? O ancora: ti va di farti un pokerino al computer? Lo spam assedia le nostre caselle di posta elettronica con richieste tra l’imbarazzante e il ridicolo. Ma non è solo un fenomeno molesto: secondo un rapporto firmato dalla compagnia di consulenze ambientali ICF international, è anche antiecologico. Va detto, per completezza, che a commissionare la ricerca è stata la McAfee, che vende proprio sistemi di sicurezza informatica. Ma i risultati fanno comunque riflettere.
Nel 2008, le mail di questo tipo spedite nel mondo sono state 62mila miliardi e hanno consumato 33 terawattora di elettricità, più o meno come un milione e mezzo di case americane (molte di più in Italia dove, tutto sommato, si consuma di meno) o tre milioni e passa di automobili. Il grosso di questo consumo, secondo la ICF international, sarebbe riferibile alla ricezione della mail, più che all’invio: riconoscere lo spam, cancellarlo, far girare i software che lo filtrano. A dimostrare questo costo, l’effetto positivo del blocco di un sistema al quale si appoggiavano gli spammer americani, che però è stato solo provvisorio. Nel giro di poco tempo, infatti, si sono attrezzati e hanno ricominciato a spedire mail moleste in giro per il mondo.
Intanto, l’università dell’Alabama a Birmingham ha studiato la provenienza delle mail di spam, riconoscendo che i tre quarti di loro provengono dalla Cina: in questo paese, infatti, i domini internet sono molto economici e costano in media 15 centesimi di dollaro all’anno, mentre negli Usa il costo medio è di 35 dollari e ci sono molti più controlli. I dettagli della ricerca possono essere letti sul sito Live Science, mentre quella di ICF international è stata riportata dalla rivista The Economist. Per capire qualcosa di più sullo spam in generale (per esempio, per capire dove sta il guadagno per chi lo produce), si può ascoltare un’intervista andata in onda a Radio3 scienza sul finale della puntata del 22 giugno scorso.
Chiamatela Wiite, chiamatela Wiiosi, ma l’idea che la Wii Nintendo sia dannosa per la salute circola già da un po’. Tempo fa, l’allarme era arrivato dalla British Society of Surgery (l’associazione dei chirurghi britannici): stiramenti e lesioni muscolari in vertiginoso aumento, soprattutto tra i giocatori meno allenati, tipicamente i genitori sbruffoni ansiosi di dimostrare come sono forti nel tennis virtuale, o di come sono bravi a sdraiare con pochi cazzotti quel tipo nel televisore. Adesso, però, c’è chi la riabilita, anche tra i camici bianchi.
Come riferisce un articolo pubblicato sulla rivista on line Live Science, diverse esperienze in campo chirurgico stanno riabilitando la Wii. La consolle Nintendo, infatti, si basa su un controllo a distanza sensibile al movimento e i chirurghi potrebbero esercitarsi nella precisione dei loro movimenti grazie a un simulatore che funzioni grazie allo stesso principio. I produttori di giochini elettronici stanno già pensando di mettere sul commercio una nuova funzione Wii per allenarsi prima della sala operatoria: un simulatore chirurgico facile ed economico, con cui allenarsi comodamente da casa. Alcuni esperimenti stanno già dando loro ragione e il più famoso, che dimostra il miglioramento della precisione dei chirurghi giocatori, è stato riportato dalla rivista New Scientiste poi da diversi altri giornali.
Comunque, oltre ai chirurghi in erba, un sistema simile a quello della Wii è già in uso in alcuni ospedali americani per la riabilitazione dei pazienti con la malattia di Parkinson, per esercitare la coordinazione dei movimenti e il bilanciamento del corpo. Ma anche per il recupero dei pazienti ustionati. La loro pelle ha perso elasticità e i movimenti sono necessari per rilassarla, ma dolorosi: giocare può aiutarli a distrarsi mentre muovono le parti lese. Tutto questo, però, riguarda medici e pazienti. Per gli altri, si tratta solo di un gioco. E per I genitori più sbruffoni, valgono le solite raccomandazioni a non esagerare.
Per utilizzare Twitter, social network molto in voga negli ultimi mesi, basta davvero solo il pensiero.
Adam Wilson e Justin Williams, del dipartimento di ingegneria biomedica dell’Università del Wisconsin (USA), hanno messo a punto un programma che permette di scrivere un messaggio su Twitter, "cinguettando" quello che stiamo facendo in quel momento, senza sfiorare la tastiera.
Si deve indossare una cuffia con elettrodi che collegano i nostri segnali nervosi al PC. Sullo schermo appare un alfabeto dove le lettere si illuminano in sequenza. Se viene fissata la lettera che vogliamo scrivere mentre si illumina, il segnale arriva al computer. Lettera dopo lettera si forma il messaggio e infine focalizzando il tasto "twit" sullo schermo, questo viene spedito. Adam Wilson è stato il primo a utilizzare questo programma scrivendo "spelling with my brain", cioè "sto scrivendo col mio cervello".
Questo meccanismo darà la possibilità di partecipare alla comunicazione via web anche a persone che presentano handicap motori gravi, come i malati di LIS (locked-in syndrome), che soffrono di paralisi totale ma hanno facoltà mentali intatte. Lo scopo del programma è di mettere in contatto le persone con queste disfunzioni con il resto del mondo. Ma soprattutto di mantenere una comunicazione con le persone a loro vicine. "Questi pazienti infatti non hanno la necessità di scrivere lunghe mail, ma di mantenersi in contatto con amici e persone care anche solo per far sapere che quel giorno stanno bene", dice Williams. E Twitter fa proprio al caso loro.