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Parola chiave: archeologia

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I segreti del faraone

Macché mistero e mistero d’Egitto. La morte di Tutankamon non ha niente di misterioso: è stata tutta colpa della malaria. Lo dice un’indagine paleopatologica effettuata sulla sua mummia e pubblicata dalla rivista della American Medical Association, che ha scoperto una volta per tutte le cause del decesso del faraone ragazzino, avvenuta nel 1324 a.C. quando questo aveva 19 anni. 

La scoperta non è solo pane per i cultori di Wilbur Smith e per il genere giallo ambientato nell’antico Egitto. Si tratta infatti della prima prova della presenza dell’agente che causa malaria in un corpo datato con precisione, mentre in altri casi la datazione era più incerta. Non solo: si sono adottati tecniche nuove su un paziente molto vecchio, di tipo radiologico e genetico. E allora ecco che cosa si è trovato: la malaria, una frattura alla gamba, una malattia congenita delle ossa, il piede deforme e le impronte genetiche di una dinastia particolare, perché la mamma di Tutankamon  probabilmente non era la moglie di suo padre, la bella Nefertiti, e il padre era il faraone eretico Akenaton. Ma aspettate a lanciarvi nei soliti moralismi: per le dinastie egiziane era una cosa normale.
 
Lo studio è stato condotto dal padre padrone dell’archeologia egiziana, il segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie Zahi Hawass, famoso anche per le sue frequenti apparizioni televisive con indosso il cappello di Indiana Jones, e da ricercatori tedeschi e italiani.
 
 
 

Dipinti al riparo dalla calura

La datazione dei reperti archeologici grazie al carbonio-14 è un metodo conosciuto da tanti anni. Eppure nel 2009 un team internazionale di geocronologi ha creato una nuova curva di decadimento del 14C che permette di conoscere in maggior dettaglio l’epoca precisa dei reperti ritrovati.

Le piante e gli animali assorbono il carbonio-14 dall’anidride carbonica dell’ambiente, poi con la morte questo decade in quantità proporzionale al passare del tempo. Si tratta di un vero orologio che permette quindi di stabilire l’epoca di appartenenza di un reperto; il limite di utilizzo di questo radioisotopo è l’età approssimativa di 50.000 anni, al di sopra della quale la quantità di carbonio è troppo esigua per trarne una datazione certa.

Questo isotopo varia nell’atmosfera in base alla situazione geomagnetica e all’attività solare, quindi Paula Reimer del Chrono Centre della Queen’s University di Belfast, a capo del gruppo INTCAL, si è prefissa il traguardo di studiare queste fluttuazioni nel passato per poter costruire una curva di calibrazione più accurata possibile. Infatti nel 2009 è stata pubblicata sulla rivista di settore Radiocarbon una curva aggiornata che permette di fornire una datazione corretta per reperti fino a 50.000 anni di età, contro i 26.000 di quella pubblicata nel 2004. 

Grazie allo studio sappiamo per esempio che i dipinti delle caverne di Chauvet, nel Sud della Francia, non furono eseguiti 32.000 anni fa, dopo un periodo di freddo glaciale, ma più di 4000 anni più tardi, in un periodo piuttosto caldo. La conoscenza della concentrazione del 14C nell’atmosfera passata, ricavata dallo studio di tronchi d’albero, coralli e foraminifere, ci permette di capire fenomeni chiave sia nell’evoluzione dell’uomo che sui cambiamenti climatici. Per saperne di più leggi la news su Science e il report di Radiocarbon.

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Gesù è a giocare da un amico

Proprio nel periodo natalizio gli archeologi annunciano una notizia in tema: a Nazareth, città di Gesù, Yardena Alexandre e i colleghi dell’Israel Antiquities Authority, hanno trovato i resti di una casa contemporanea a Cristo. Si tratta della prima casa di Nazareth di cui si sono ritrovati resti archeologici del periodo contemporaneo a Gesù, potrebbe quindi essere l’abitazione di un suo compagno di giochi. Allora Nazareth era un nugolo di 50 famiglie, ecco perché è stato difficile trovare dei resti finora e anche perché è probabile fosse la casa di un conoscente di Gesù. Oggi invece Nazareth è la più grande città araba del distretto Nord di Israele, con 65.000 residenti.

I resti di calce e creta ritrovati sul sito archeologico rivelano una dimora semplice e umile: il team di archeologi ha prima scoperto un pezzo di muro, poi un cortile e un sistema di convoglio dell’acqua dal tetto verso l’interno della casa, tipico di quell’epoca. Gli ebrei scavavano delle grotte ben mimetizzate per nascondersi dai soldati Romani, e anche in questa casa è stato scoperto un varco mimetizzato che portava a una piccola grotta adatta a nascondere sei persone. Anche i resti di vasellame trovati nel sito archeologico rimandano al periodo Tardo Ellenistico. Non sono stati invece ritrovati manufatti importati, a sostegno del fatto che la famiglia occupante fosse di umili origini.

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Eventi: Egitto mai visto

Se ti piacciono i misteri dell’antico Egitto, ecco l’occasione per immergerti nella sua storia. Al Castello del Buonconsiglio di Trento, fino al prossimo novembre, è aperta la mostra Egitto mai visto, che riunisce più di ottocento reperti provenienti da collezioni inedite del Castello e dal Museo egizio di Torino. L’esposizione è un’anteprima mondiale che fa una panoramica completa sulle spedizioni della Missione archeologica italiana.

Infatti, l’occasione per esporre queste collezioni è il centenario del loro ritrovamento: molti di questi reperti appartengono agli scavi fatti dal famoso archeologo italiano Ernesto Schiaparelli tra il 1905 e il 1920 nelle necropoli egizie di Gebelein e Assiut, oppure dalla collezione ottocentesca di Taddeo Tonelli, un ufficiale trentino appassionato di antico Egitto. E l’esposizione è costruita in modo da condurre il visitatore non solo alla scoperta dei sarcofagi, del vasellame, dei vestiti, amuleti, sandali, e delle mummie conservate nel museo… compresa una mummia di gatto. La mostra è anche un viaggio nel processo di scoperta che gli archeologi del secolo scorso hanno condotto in Egitto, studiando la sua antica civiltà. E quindi potrai anche vedere la ricostruzione della tenda e dello studio di un egittologo dell’inizio del Novecento.

Sul sito di Galileo trovi una bellissima galleria di immagini della mostra.

Dracula parlava veneziano

Scoperto un vampiro, un vero vampiro. Uno di quelli che di notte escono dalle bare a braccia tese e diffondono malattie e morte tra i vivi. Si troverebbe a Venezia, sull’isola del Lazzaretto nuovo, ma i veneziani possono stare tranquilli: è stato esorcizzato quattrocento anni fa. Gli archeologi hanno infatti rinvenuto una sepoltura con uno scheletro di donna con un mattone infilato in bocca. Secondo gli esperti, si tratterebbe di un rito per neutralizzare il nachzerer, un tipo di vampiro che nella credenza popolare mangiava i cadaveri dei morti di peste e ne succhiava il sangue, per poi uscire dalla tomba e contagiare i sani.

Nel diciassettesimo secolo delle grandi epidemie, un cadavere veniva considerato un vampiro se era intatto, non consumato dalla putrefazione, e se aveva una macchia sul sudario all’altezza della bocca, segno presunto di masticazione. Il vampiro veniva considerato un morto non-morto, un terribile diffusore di malattie, per cui era necessario fermarlo a tutti i costi impedendogli di mangiare. E il sistema adottato in quegli anni a Venezia era di infilargli un bastone o un mattone in bocca. Si sperava così di bloccare l’epidemia di peste, che solo tra il 1610 e il 1630 fece, nella città, 50 000 vittime su 150 000 abitanti.
 
La ricerca è stata presentata all’American Academy of Forensic Sciences di Denver: queste tecniche archeologiche, hanno spiegato gli studiosi, sono le stesse che si usano sulla scena del crimine, per affrontare con metodi scientifici un mistero o un delitto. Ma anche l’osservazione del vampiro che si faceva nel Seicento si basava, in un certo senso, su criteri simili, solo che si facevano diversi errori. Per esempio non si conoscevano il processo di putrefazione e le modificazioni biochimiche che avvengono normalmente in un cadavere. Sicché ogni volta che si riapriva una fossa comune per buttarvi dentro le ultime vittime dell’epidemia, se ne trovava sempre qualcuno in uno stadio della decomposizione con tutte le caratteristiche attribuite al vampiro.
 

L’immagine qui sopra è stata ottenuta da Matteo Borrini (lo scopritore del vampiro) e si trova, insieme a un’altra, nei tanti articoli online che raccontano questa storia. Quello di New Scientist, per esempio, sottolinea la disputa scientifica legata al ritrovamento, dagli italiani definito "il primo vampiro documentato" della storia, ma ritenuto molto meno importante da altri studiosi. In italiano si può leggere l’articolo uscito su Focus, che contiene anche una lunga intervista a Borrini.

 

Nella vecchissima fattoria

Il bisbisbisnonno di Zio Tobia abitava in Kazakistan e allevava cavalli. La sua fattoria è stata scoperta oggi da un gruppo di archeologi, che ha portato alla luce i resti degli animali vissuti tra i 5700 e i 5100 anni fa. Secondo gli esperti, si tratterebbe di una delle prime testimonianze sull’allevamento di animali: un passo molto importante per la nostra storia, perché ha cambiato il nostro modo di viaggiare, di combattere, di commerciare e anche di comunicare, accorciando le distanze tra i gruppi di uomini. Si sarebbe dimostrato così che l’allevamento in Asia è cominciato duemila anni prima che in Europa e comunque è stato inventato mille anni prima di quanto si pensasse fino a oggi.

 
Gli archeologi hanno raccolto tre indizi importanti, che fanno loro pensare a un allevamento di cavalli e non a un recinto per la contenzione dei cavalli selvaggi. Primo, le ossa dei cavalli rinvenute in Kazakistan sono più simili a quelle dei cavalli domestici dell’età del bronzo che a quelle dei cavalli selvaggi. Quindi, insistono gli esperti, sono stati selezionati a partira da cinquemila anni fa, sulla base delle loro caratteristiche fisiche. Poi i denti sembrano essere stati limati da un morso, o comunque da qualcosa che serviva a imbrigliare l’animale per poterlo cavalcare. Infine, vicino alle ossa animali sono stati trovati i resti di vasellame con tracce di latte di cavalla, che veniva raccolto evidentemente da animali addomesticati. Ancora oggi, nella zona, si beve un liquore leggermente alcolico ottenuto da latte di cavalla che viene chiamato koumiss e la cui ricetta, evidentemente, è molto antica.

La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Science: anche l’immagine qui sopra, che rappresenta una contadina kazaka del ventunesimo secolo mentre munge una cavalla, viene da Science. Tra i giornali generalisti, il New York Times ha dedicato alla notizia un articolo, così come New Scientist e tanti altri. In francese si può leggere un comunicato stampa del Cnrs con allegati materiali video.