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Emozioni bestiali: noi e gli altri animali

Lui ha le orecchie basse e la coda tra le gambe. È avvilito, il nostro cagnolone. Invece lei ci zompa sulle cosce e si struscia su di noi. La gatta ci sta dimostrando affetto. Serve davvero un libro per spiegarci che gli altri animali provano emozioni? A chi di noi ha un po’ dimestichezza con qualcuno di loro la cosa è lampante, quasi banale. Ed è per questo che Marc Bekoff, biologo dell’università del Colorado, e cofondatore, con Jane Goodall, di un’organizzazione che si batte per la difesa dei diritti degli animali, nel suo La vita emozionale degli animali (Alberto Perdisa, 2010) parte da lì per raccontare qualcosa di più.

Da dove vengono le emozioni? Hanno un significato biologico? Posto che tutti gli animali hanno una vita emozionale, che conoscono tutti felicità e tristezza, la rabbia e il lutto, perché si sono evolute? Una risposta certa ovviamente non c’è, ma è interessante scoprire quante e quali siano le difficoltà degli studi che investigano la questione, dal rischio di antropomorfizzazione delle emozioni animali nei discorsi teorici, alla concretezza di un lavoro sul campo che prevede lo studio di feci, urina e peli (che magari a noi fanno un po’ schifo, ma per gli altri animali sono inesauribili fonti di informazioni). E poi, sostiene l’autore, si finisce per rendersi conto che anche gli animali hanno una morale, un senso della giustizia e persino dell’onorabilità. Con questo, spera Bekoff, supereremo quello sciocco dualismo che viviamo usando le parole noi e loro o l’infelice espressione animali superiori e inferiori, per non parlare degli animali da laboratorio e da compagnia. Ne viene fuori un testo curioso, un po’ militante e non molto curato dal punto di vista editoriale, ma di sicuro interesse per specialisti e amanti degli animali e per chiunque voglia riflettere sul nostro modo di avere a che fare con gli altri abitanti di questo pianeta.

 

La vita emozionale degli animali 
Marc Bekoff
Perdisa, 2010
224 pagine, 18 euro

 

Non sono solo canzonette

Ma chi l’ha detto che tra gli uccellini si suoni sempre la stessa musica? Quelli che a noi sembrano cinguettii tutti uguali tra loro sono invece melodie che si imparano e si insegnano tra individui del gruppo, che cambiano nel tempo a seconda delle mode e si impongono nel pubblico proprio come le nostre canzoni di San Remo. Così, generazione dopo generazione, cambiano del tutto.

Lo hanno studiato ricercatori americani che si sono messi lì con il registratore a seguire le mode canore di diverse specie di uccelli. Così hanno visto che gli stili musicali di un certo tipo di passerotto americano, che in italiano è anche chiamato Ministro (la Passerina cyanea), si evolvono così in fretta che già dopo cinque anni la musica è completamente diversa da quella registrata all’inizio dell’esperimento. Invece, altre specie di uccelli come i fringuelli che erano tanto cari a Darwin hanno grandi classici della musica capaci di durare a lungo: usando vecchie registrazioni, infatti, i ricercatori hanno scoperto che canzoni anche di quarant’anni fa sono ancora popolari. La differenza tra il ministro e il fringuello? Difficile dirlo: gli scienziati hanno fatto diversi calcoli e hanno usato la statistica per analizzare tipo e durata delle note e per registrare i cambiamenti della melodia e alla fine hanno ipotizzato che la differenza sia nel maestro di canto: se, come per i fringuelli, è il padre, le melodie tendono a rimanere le stesse nel tempo. Se invece sono i vicini, col tempo le canzoni possono modificarsi. Un esempio di trasmissione culturale, che merita di essere studiato ancora.

La moda animale: come nascono pallini e strisce

C’è chi è una zebra a pois. E chi una gatta con una macchia nera sul muso. Chi sfoggia una pelliccia leopardata, e lo fa nella savana invece che a teatro. E chi svolazza con la sua livrea colorata, di fiore in fiore. Da che cosa dipendono strisce e pallini nel mantello degli animali?Una ricerca appena pubblicata sulla rivista Nature svela i trucchi dell’alta moda naturale.

Se prendete un certo tipo di moscerino della frutta (Drosophila guttifera), vedete che ha le ali decorate da sedici pallini neri. La sua stilista è una proteina che comanda a certe cellule di produrre il pigmento in zone particolari dell’ala. Ma se spostate il gene che codifica per questa proteina in parti diverse del genoma del moscerino, vedrete che il disegno dei pallini cambia: si possono avere strisce in stile regimental, quadretti o disegni a vostro piacimento come se foste in una sartoria. Vi sembra poco? È la prima volta che si riesce a condurre un esperimento di questo gene e a confermare quello che gli scienziati sospettavano da un pezzo. Stavolta, infatti, i ricercatori hanno scoperto la proteina colorante nei tessuti dell’embrione del moscerino e il corrispettivo gene. Poi, più tardi nello sviluppo delle ali, hanno visto che questa proteina si diffondeva nel punto esatto in cui avrebbe dovuto produrre il pigmento. Cioè: si diffondeva da un unico punto in tutte le direzioni, creando un pallino nero sull’ala. E questo punto, a sua volta, si trovava naturalmente all’intersezione tra due vene. Ma spostandolo (ed è quello che hanno fatto gli scienziati per creare la nuova collezione di moscerini autunno-inverno) si potevano disegnare altri motivi sulle ali del moscerino, senza ripetere il solito disegno a sedici pallini neri, ormai un po’ demodé. E forse, davvero, si potrebbe far nascere un’originalissima zebra a pois, come quella di Mina.

Le specie protette dell’Afghanistan

Anche una nazione martoriata dalla guerra come l’Afghanistan rende pubblica per la prima volta una lista ufficiale delle specie protette. A dare l’annuncio sono state nei giorni scorsi la Wildlife Conservation Society (WCS), un’associazione americana, e la Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (NEPA), un ente governativo afghano nato solo da pochi mesi.

La lista è stata stilata dall’Afghanistan Wildlife Executive Committee (AWEC) con l’aiuto di esperti internazionali, e indica le specie che saranno protette dalla caccia e dalla raccolta, un tentativo di difendere la biodiversità del territorio del paese mediorientale. Tra queste ci sono il famoso leopardo delle nevi, il lupo, l’orso bruno asiatico, e altre specie meno conosciute di salamandre, gazzelle e anche di alberi. In tutto, si parla di venti mammiferi, sette uccelli, quattro piante, un anfibio e un insetto che fanno parte anche della lista della IUCN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura che pubblica la Lista rossa delle specie più minacciata di estinzione. Entro la fine del 2009, la lista afghana dovrebbe allungarsi sino a comprendere settanta specie protette.

Alcuni degli animali sono minacciati soprattutto dalla caccia e dal turismo. Il leopardo delle nevi, per esempio, fa gola ai turisti che vogliono portare a casa una pelliccia esotica. Inoltre, il bando totale della caccia lanciato dal governo afghano alcuni anni fa è scaduto nel marzo di quest’anno, aggiungendo ai bracconieri anche i cacciatori regolari.

L’Afghanistan, dopo trent’anni di guerre ininterrotte e un’occupazione militare ancora in corso, sta cercando quindi di preservare una delle sue risorse: il suo territorio e la sua biodiversità. Non per caso, in aprile il paese ha anche inaugurato il suo primo parco nazionale, il Band-e-Amir.

Il dolore del pesce rosso

I pesci provano dolore? Una domanda non semplice, cui spesso si risponde che i pesci non mostrano che azioni riflesse per evitare stimoli nocivi, non vera e propria sofferenza. Ricercatori veterinari, norvegesi e nordamericani, hanno dimostrato il contrario con un esperimento pubblicato sulla rivista Applied Animal Behaviour Science, che confermerebbe che i pesci sono sensibili al dolore e ne mantengono il ricordo.

Per dimostrarlo, i ricercatori hanno esposto alcuni pesci rossi a una temperatura che potesse risultare dolorosa ma non dannosa, circa 38°C. Però, a metà dei pesci era stata somministrato un antdolorifico potente come la morfina, all’altra metà no. Due ore dopo, i pesci che non avevano ricevuto il trattamento antidolorifico mostravano ancora segni di paura e inquietudine: avevano sofferto una brutta esperienza e se lo ricordavano, così continuavano a muoversi in modo rapido, divincolarsi o cercare di saltare.

Questa ricerca non è certo la prima a dimostrare che le reazioni dei pesci non sono solo riflessi, ma gli autori credono che il loro studio sia un ulteriore tassello verso la comprensione del funzionamento desistema nervoso. Uno scienziato del team, Joseph Garner, ha affermato che "il fatto che il loro comportamento cambiasse così tanto suggerisce molto fortemente che succeda qualcosa nella loro memoria che riguarda l’esperienza di quell’evento, e che ciò non sia solo un riflesso" e questo mostra che "i pesci provano dolore".

La protesta dei Pro-test

Quando si parla di sperimentazione animale gli scontri e le discussioni sono all’ordine del giorno. I prossimi a scendere in piazza saranno alcuni ricercatori della UCLA, l’università di Los Angeles, che hanno programmato per il 22 aprile una manifestazione chiamata Pro-Test, un gioco di parole tra "protesta" e "a favore dei test". Questi ricercatori non chiedono solo maggiore libertà di ricerca e di uso di animali per i protocolli sperimentali, ma si schierano anche contro i numerosi attacchi (anche violenti) subiti dai loro colleghi per mano degli animalisti più radicali. Oltre alle classiche proteste, infatti, negli ultimi mesi alcuni scienziati della UCLA sono stati oggetto di incendi, danneggiamenti, e altre forme di intimidazione. Lo stesso David Jentsch, uno dei fondatori di Pro-Test, è stato vittima di uno di questi attacchi: la sua macchina è stata incendiata.

La data scelta per il corteo non è casuale: proprio in quella settimana si svolgerà anche la Settimana mondiale per gli animali da laboratorio, una manifestazione a carattere globale che porterà in strada gli animalisti di mezzo mondo, schierati stavolta contro l’uso di animali nella ricerca scientifica. Il tema è delicato, e non è facile trovare un equilibrio tra i diritti degli animali e le necessità della ricerca scientifica. Lo sta sperimentando sulla sua pelle la stessa Commissione europea, alle prese proprio in queste settimane con l’aggiornamento della Direttiva sulla protezione degli animali da laboratorio. Le pressioni in direzioni opposte arrivano, anche in questo caso, da animalisti e ricercatori.

Sotto, la foto della prima marcia Pro-Test, a Oxford in Inghilterra nel 2006.