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Argomento: scienza

La campagna acquisti del Canada

phase1_Clement-engIl Canada ha assunto 19 dei più importanti scienziati del mondo. L’obiettivo del fondo da 200 milioni di dollari stanziato dal governo canadese erano 20 ricercatori al top in quattro settori scientifici ritenuti particolarmente importanti, ma alla fine delle 36 rockstar della scienza selezionate dalle università del Paese, solo 19 hanno detto sì. Ora i CERC, o Canadian Excellence Research Chairs sono entrati in carica.

E sono tutti, ma proprio tutti uomini, a conferma del fatto che per una donna anche la civilissima carriera scientifica è tutt’altro che aperta: arrivare in cima resta molto più difficile che per un uomo. Quando ha saputo che i selezionati erano tutti uomini, il ministro della ricerca Tony Clement (nella foto) ha creato una commissione (stavolta guidata da donne) per chiarire i motivi, che ha concluso che la colpa non è dei pregiudizi di chi ha selezionato i ricercatori, ma della carenza di scienziate di livello adeguato in quei settori.

I ricercatori chiamati dal Canada provengono da Stati Uniti, Europa e Sudamerica e disporranno ognuno di 10 milioni di dollari da usare nel corso di 7 anni: niente male. Le quattro aree di ricerca sono Scienze e tecnologie ambientali; Risorse naturali ed energia; Salute e scienze della vita; Tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Tra i 19 responsabili chiamati a partecipare, ci sono per esempio l’inglese Adrian Owen, esperto di neuroscienze cognitive e tecnologie di imaging cerebrale, che si occuperà di malattie neurodegenerative come il Parkinson o l’Alzheimer.

Oppure Søren Rysgaard, un groenlandese esperto, ovviamente, di geomicrobiologia artica e cambiamento climatico, studierà i cambiamenti subiti dalla flora batterica del Mar glaciale Artico. Howard Wheater si occupa di sicurezza nelle risorse idriche studierà le immense risorse di acqua del Canada e i modi per gestirle al meglio. Ali Emadi lavorerà allo sviluppo di una nuova generazione di automobili elettriche e a motori ibridi. E questi sono solo quattro su diciannove.

Immagine riprodotta da www.cerc.gc.ca

Perché la scienza è anche uno strumento di difesa dei diritti

Paula ha otto anni e per la prima volta conosce la sua vera nonna. È rimasta orfana quando aveva due anni, non può ricordarsi dei suoi genitori né di lei. E poi è cresciuta in un’altra famiglia ed è stata abituata a chiamare mamma e papà due signori che adesso il tribunale non vuole più farle vedere. Da oggi comincia la sua nuova vita e quando sarà grande forse capirà. Capirà che quel suo papà è l’uomo che ha massacrato i suoi veri genitori e l’ha sottratta a loro, per cambiarle il nome e farla crescere in una terribile menzogna. Una menzogna che, come spiega Giovanni Sabato nel suo Come provarlo? La scienza indaga sui diritti umani (Laterza 20101), è stata svelata nel 1984 grazie alla genetica e alla scienza che, in questo e in altri casi, si è messa al servizio di Paula, di sua nonna, dei più deboli e della difesa dei loro diritti.

 
La storia di Paula si intreccia a quella di tanti altri bambini nati e cresciuti in Argentina intorno al 1976, quando i militari del generale Jorge Rafael Videla presero il potere con un colpo di stato e per i sette anni successivi fecero scomparire i sospetti dissidenti, ma anche i loro amici, i giornalisti e gli avvocati che si erano occupati dei loro casi. Gli scomparsi (i desaparecidos) furono cercati dai familiari che, per anni e ancora oggi, si sono battuti per capire dove siano finiti, torturati a lungo nelle prigioni e poi uccisi, lanciati in mare o abbandonati in una fossa comune. Centinaia di scienziati di tutto il mondo si sono mobilitati negli anni per ristabilire la verità, per restituire i bambini come Paula, figli dei dissidenti e degli intellettuali, rapiti da piccoli e strappati alle loro famiglie, ai nonni e alle nonne naturali (le abuelas di Plaza de Mayo, dal nome della piazza principale di Buenos Aires dove continuano a trovarsi, ogni giovedì, le madri degli scomparsi). E per riconoscere i corpi dei desaparecidos negli scheletri delle fosse comuni e delle tombe senza nome. La scienza è intervenuta in questo e in altri casi, come quando ha permesso di restituire alle famiglie i corpi delle vittime del massacro di Srebrenica o come quando, grazie ai metodi della statistica, ha contato i morti della guerra civile in Guatemala, che è durata trent’anni e sarebbe rimasta dimenticata tra le pieghe della memoria, senza vedere la giusta punizione per chi si è macchiato di crimini orrendi. Questa, e altre storie, per dire che la scienza non è solo quella con gli occhi piccoli come la lente di un microscopio, che ha ben chiaro il suo ruolo nel mondo e che gli scienziati sono sempre più consapevoli che la difesa dei diritti dell’uomo e la conquista della verità e della giustizia passano sempre più spesso dai loro laboratori.
 
Come provarlo? La scienza indaga sui diritti umani
Giovanni Sabato
Laterza, 2010
212 pagine, 12 euro

 

 

Le scienze del Pentagono

pentagonoNella storia si tratta di un tema ricorrente: la ricerca scientifica fatta con i soldi dei militari e a fini bellici. Le innovazioni che ne derivano usate in guerra ma spesso anche fonte di ricadute sulle tecnologie civili. E non bisogna nemmeno stupirsi se questa volta il Pentagono, il ministero della difesa Usa, ha annunciato che non sponsorizzerà solo ricerche aerospaziali, nucleari, su nuove armi o sistemi di telecomunicazione, per esempio, ma in biologia, scienze sociali e informatica. Per farlo userà una parte dei 12 miliardi di dollari che spende ogni anno per il suo programma di ricerca scientifica su nuove armi. Il fatto è che per il Pentagono anche queste aree di ricerca potrebbero essere potenzialmente rivoluzionarie proprio sul campo di battaglia.

Come sempre nella storia della ricerca militare, molti di questi soldi andranno alle università e pagheranno gli stipendi di professori e ricercatori, sollevando polemiche e scontri politici. Zachary Lemnios, direttore del reparto ricerche del Pentagono, sostiene di essere interessato a capire, per esempio, come gli organismi rispondono a stimoli chimici, fisici, magnetici, anche a livello genetico per produrre sentinelle viventi che si accorgano della presenza di esplosivi o sostanze chimiche.

Il presidente Barack Obama ha da parte sua garantito 20 milioni di dollari a Darpa (Agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa), il più importante organismo di ricerca militare degli Usa, per lavorare su progetti di biologia sintetica. Scontata la decisione di investire in cybersicurezza – le tecnologie dell’informazione e le reti di computer sono sempre più importanti nelle guerre di oggi. E le scienze sociali? Utili per analizzare e comprendere il terreno su cui si svolge l’azione dei militari. Per esempio capire le dinamiche culturali delle popolazioni nemiche. Alcuni sociologi si stanno lamentando di questa decisione eticamente controversa e che comporta, secondo diversi ricercatori, anche un abbassamento della qualità della ricerca.

Se vuoi conoscere altri esempi di ricerca a fini bellici e militari non legati direttamente agli armamenti e che hanno avuto ricadute sulle tecnologie per usi civili, puoi cercare in rete la storia di Internet, dell’aviazione, del computer, e di tante altre tecnologie.

Circondati dalla scienza

La scienza non viene appresa solo sui banchi di scuola ma sempre più viene comunicata attraverso programmi televisivi, navigazione in internet, riviste, visite a musei e parchi zoologici, e anche attraverso hobby come il giardinaggio e il birdwatching. A farlo presente è un sondaggio presentato questo mese dal National Science Foundation (NSF), ente americano che ha iniziato a finanziare una ricerca sistematica su come le persone imparano la scienza in ambiti informali.

Dal 2007 il NSF ha fondato il Center for Advancement of Informal Science Education, con sede a Washington DC, per coordinare le varie iniziative negli ambiti più disparati: videogiochi, giardini botanici, film e musei. Non da meno a essere finanziato è il settore informatico perché l’utilizzo del web è importante soprattutto per gli adulti che imparano le recenti scoperte non insegnate loro a scuola. Restano a livello teorico da capire come si integrano le nozioni scolastiche con quelle puntuali della scienza informale, quando e come le persone prendono l’iniziativa per imparare e quanto sono brave nel valutare in modo critico le nuove nozioni. La NSF sta finanziando dei progetti che servano a capire meglio come stanno le cose.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama recentemente ha proposto di rivedere il programma federale No Child Left Behind, su cui si basano i piani di studio dei bambini, e capiamo che l’esigenza di trasmettere le conoscenze scientifiche a tutti i ragazzi continua ad essere vista in prevalenza nell’ottica dei banchi di scuola. Ma la scienza informale funziona molto bene nell’appassionare le persone alla scienza, come ricorda un editoriale di Nature. Qui leggiamo: “I politici che si focalizzano solo sulle lezioni scolastiche perdono un’opportunità: anche un investimento modesto nell’educazione scientifica informale può aiutare un più largo investimento nell’istruzione scolastica ad essere più efficace”.

Surrounded by Science

Asilomar 2

asilomarUn gruppo internazionale di 175 scienziati, esperti di etica e di politica della scienza si è riunito nel Centro conferenze di Asilomar, nella California del Nord. Lì gli scienziati hanno discusso per cinque giorni di geoingegneria, cioè di tecniche di modificazione del nostro pianeta che potrebbero essere utili per mitigare o combattere il cambiamento climatico.

Il centro conferenze di Asilomar (foto) è famoso per aver ospitato, nel 1975, un meeting dei biologi preoccupati degli effetti delle modificazioni genetiche. Le biotecnologie stavano nascendo, e gli scienziati riuniti ad Asilomar si autoimposero un codice di comportamento sull’uso delle nuove tecnologie per modificare il DNA. Quell’incontro, rimasto nella storia come l’incontro di Asilomar, è considerato un esempio importante di consapevolezza da parte degli scienziati della necessità di considerare i possibili effetti indesiderati o negativi delle loro ricerche.

Per questo la sede del vertice sul clima non è stata scelta a caso, e i giornali hanno etichettato questo incontro come Asilomar 2. Nella dichiarazione di conclusione dei lavori si può leggere che “è importante dare il via a ricerche per capire e comunicare meglio se le strategie alternative per moderare il cambiamento climatico sono o non sono fattibili, appropriate ed etiche”. Inoltre, si sottolinea come sia indispensabile prendere in considerazione le tecniche di geoingegneria e farlo con umiltà. Tutti erano d’accordo, comunque, nel sostenere che gli interventi a larga scala sul nostro pianeta debbano essere presi in considerazione.

La geoingegneria comprende tecniche e progetti imponenti che sono stati molto criticati, sia per il loro impatto ambientale, economico e sociale, sia perché sarebbero un tentativo di non affrontare le cause del cambiamento climatico, cioé la produzione di CO2 dovuta all’uso di combustibili fossili. Quest’ultimo pericolo è stato nominato anche nel documento di Asilomar. Le tecniche di cui si è parlato ad Asilomar sono state soprattutto metodi per deviare i raggi solari, come diffondere particolari gas nell’atmosfera, oppure per rimuovere la CO2, come il far proliferare alcuni tipi di alghe nel mare.

Insomma si parla di progetti davvero invasivi e che avrebbero un effetto globale, per questo sarebbe necessaria anche una legislazione globale, e molti scienziati sono consapevoli del fatto che loro proposte così estreme difficilmente troveranno una sponda nell’opinione pubblica. Gli eticisti presenti hanno anche ricordato che non sta agli scienziati ma all’intera società decidere come intervenire. Un altro problema riguarda il ruolo delle aziende private, che dovrebbe essere tenuto sotto controllo quando si parla di progetti così costosi, e quindi appetitosi, ma anche così controversi.

In volo con Puffin

Dal nome sembrerebbe un giocattolo e anche l’aspetto non suggerisce una gran sicurezza, ma la NASA crede veramente in questo nuovo progetto, il Puffin. Si tratta di un veicolo aereo elettrico per una singola persona. Sembra un razzo che sta a terra con l’appoggio della coda, e secondo la NASA potrebbe rappresentare il futuro del trasporto.

L’ideazione di questo mezzo alternativo ha visto la collaborazione di NASA, Massachusetts Institute of Technology, Georgia Institute of Technology, National Institute of Aerospace e M-DOT Aerospace. Insieme hanno pensato al nome, che tradotto significa pulcinella di mare. Come questo uccello infatti anche il Puffin viaggia solo e non in stormi e possiede ali piccole. Il Puffin al momento è ancora in fase di sperimentazione: ha una lunghezza di 3,7 metri per un’ampiezza d’ala di 4 metri, è costruito in fibre di carbonio e pesa solo 135 chilogrammi, più i 45 kg delle batterie ricaricabili al litio. Parte in verticale e poi si posiziona volando in orizzontale, con il passeggero a pancia in giù, e può raggiungere i 240 km all’ora (sembrerà per forza di essere sopra un razzo). Ha un’autonomia di 80 km di crociera, un po’ pochino, ma secondo Mark Moore, ingegnere aerospaziale del Nasa Langley Research Center: “Nei prossimi anni i ricercatori troveranno un modo per triplicare l’energia delle batterie arrivando ad un’autonomia dai 240 ai 320 km entro il 2017”. Questo mese è finita la costruzione di un prototipo del Puffin grande un terzo dell’originale e iniziano ora i veri e propri test di volo.

puffin-NASA

La novità del Puffin, a parte il metodo di trasporto avveniristico in stile Pronipoti, è che utilizza energia verde e, sempre grazie alla propulsione elettrica, è silenziosissimo. Tra gli utilizzi futuri i ricercatori hanno pensato all’invio di materiale urgente (tipo corriere espresso) o all’impiego militare. Infatti il progetto originario prevedeva la sua partenza da un sottomarino. E cosa ne penserebbero alcune persone di tenerne uno nel garage? La NASA non lo esclude e non è l’unica che si sta muovendo in questa direzione. La Samson Motorworks infatti sta sviluppando una motocicletta volante. Per saperne di più leggi la news sul sito della NASA e su Scientific American.
 

Donne e scienza 2010

Elaine_FuchsDonne e scienza, un binomio che sempre più spesso viene sottolineato da istituzioni internazionali. È il caso del premio Unesco "For women in science 2010", in collaborazione con… L’Oreal, che viene assegnato alle cinque ricercatrici che si sono distinte per i risultati ottenuti nel campo biomedico. Una per ogni continente: Africa, Asia-Pacifico, Nord America, Europa e America Latina. Ognuna ha vinto una borsa di studio di 100.000 dollari.

Andando in ordine di continente incontriamo Rashika El Ridi, egiziana, che ha lavorato a un vaccino contro la schistomiasi, una malattia tropicale che colpisce duecento milioni di persone. Poi Lourdes Cruz, filippina, per la scoperta di tossine di una lumaca marina che potranno essere usate come terapia del dolore e per studiare il funzionamento del cervello. La statunitense Elaine Fuchs (foto) per la scoperta di alcune cellule staminali coinvolte nello sviluppo e riparazione della pelle. La francese Anne Dejean-Assémat per la scoperta di alcuni meccanismi molecolari che sono alla base di tumori epatici e alcuni tipi di leucemia. Infine per l’America Latina Alejandra Bravo, messicana, per la scoperta dei meccanismi di azione di una tossina batterica efficace come insetticida ecologico.

Il premio è pensato per promuovere non solo la scienza al femminile, ma l’eccellenza nella ricerca svolta da donne. Anche nella scienza, come in molti altri settori dell’economia e della società, si parla infatti di "soffitto di cristallo": in molto paesi le discriminazioni sulla carta non esistono, e ai piani più bassi tra uomini e donne vige la parità. Ma quando si tratta di dirigenti, posizioni di prestigio e di responsabilità (e stipendi) maggiori, qualcosa di invisibile impedisce alle donne di arrivare.

Sul sito del premio potete trovare un profilo e un’intervista con ognuna delle cinque vincitrici

Sette teorie del tutto

Un articolo del New Scientist prova a elencare le principali "teorie del tutto" in voga tra i fisici di oggi. Per teoria del tutto si intende una (ambitissima) nuova spiegazione del funzionamento dell’universo, che risolva per esempio le contraddizioni tra gravità e meccanica quantistica, il mistero della materia oscura o quello dello scorrimento del tempo. Secondo Stephen Hawking, se la trovassimo conosceremmo "la mente di dio". Negli ultimi decenni centinaia di fisici ci hanno provato, ma l’enorme grandezza del compito e la mancanza di esperimenti adeguati rendono la gara più difficile. Ecco le teorie in corsa più accreditate:

lavagna

1) Teoria delle stringhe
È la più conosciuta e discussa. Prevede che le particelle fondamentali dell’universo siano piccole "stringhe" che costituiscono materia, energia, spazio e tempo. Secondo le equazioni che la sostengono, questo modello reggerebbe se l’universo avesse ben più delle tre dimensioni più il tempo che noi possiamo percepire: sono previste da 10 a 28 dimensioni, a seconda della scuola. E prevede anche 10.000 universi paralleli. Difficile verificarlo.

2) Gravità quantistica a loop
È la vera rivale delle stringhe. Dice che lo spazio è formato da piccoli pezzi di 10-35 metri, uniti da link che ce lo fanno percepire come continuo. Purtroppo oltre a essere difficile da dimostrare, non riesce a spiegare nemmeno la forza di gravità. Però tra le preferite dei fisici è piazzata bene.

3) CDT
La teoria delle triangolazioni causali dinamiche è simile a quella della gravità a loop, però dice che non solo lo spazio ma anche il tempo è diviso in piccoli mattoncini: hanno quattro dimensioni e si chiamano pentacoroni. Però non spiegano l’esistenza della materia.

4) Gravità quantistica einsteiniana
Per risolvere il problema dell’unificazione tra gravità e meccanica quantistica, un fisico tedesco ha proposto una teoria per cui a una certa distanza tra due oggetti un meccanismo di feedback blocca la crescita dell’attrazione gravitazionale. Il problema è che non spiega tutto il resto dell’universo.

5) Quantum graphity
Se il problema è l’esistenza dello spazio e del tempo, vediamo cosa succede se ci convinciamo che non esistano. Lo hanno fatto in Canada, producendo questa teoria che sostiene che ai tempi del big bang lo spazio non esisteva. Al suo posto c’era solo una rete di "nodi" di spazio, che si sono separati tra loro dando origine all’universo.

6) Relatività interna
Spazio e tempo sono l’effetto di "spin", cioè stati di rotazione delle particelle. Perà gli spin, secono alcuni fisici del MIT di Boston, esistono indipendentemente dalla materia e a una certa temperatura si allineano formando strutture ordinate.

7) E8
Tutto parte da un modello matematico di una struttura a 8 dimensioni formata da 248 punti, E8, che non c’entra nulla con particelle, gravità e universo. Un fisico ha cercato di dimostrare che le particelle e le forze conosciute possono adattarsi a questa struttura, dando vita a molte interazioni conosciute dalla fisica.

Una mela vera per Newton

Dal gennaio di quest’anno, grazie alla Royal Society inglese, è possibile consultare on-line il manoscritto originale della biografia di Isaac Newton scritta da un suo contemporaneo, William Stukeley. Nel 2010 la Royal Society, accademia delle scienze inglese di cui Newton è stato presidente, festeggia 350 anni e proprio per questo ha deciso di commemorare l’evento pubblicando on-line 60 manoscritti importanti per la storia della scienza.

Il famoso aneddoto della mela che, cadendo dall’albero, avrebbe dato allo scienziato l’idea per la formulazione della teoria della gravitazione universale non è una leggenda, ma una storia vera. Stukeley riferisce infatti di aver raccolto dalla viva voce di Newton il ricordo di come fu concepita la teoria: «Avvenne mentre sedeva in contemplazione, a causa della caduta di una mela». Molto è stato scritto su questo aneddoto, affermando che si trattava di un espediente dello stesso Newton, che da teologo, aveva preso spunto dalla vicenda biblica di Adamo ed Eva. Invece si tratta di vita vissuta.

Il manoscritto è rimasto sconosciuto per quasi 400 anni e solo di recente è stato scovato in una casa di privati inglesi. Secondo Robert Iliffe, direttore del Newton Project, che si prefissa l’obiettivo di mettere on-line tutti i testi originali di Isaac Newton, Stukeley era la persona che meglio conosceva le vicende intime e i difetti del discusso scienziato, quindi si tratta di una fonte affidabile. Se volete leggere il manoscritto in inglese di Stukeley consultate Turning the pages della Royal Society. Per studiare i testi originali di Newton, alcuni in inglese altri in latino, dovete invece consultare The Newton Project.

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La UCLA e la green scare

cover_natureNon è un argomento facile, ma la UCLA, l’università di Los Angeles, ha riunito intorno a un tavolo sostenitori della sperimentazione animale e antivivisezionisti. Un dibattito che arriva dopo anni di scontri: la UCLA è stato teatro di attacchi anche violenti contro i suoi ricercatori che fanno sperimentazione su animali da laboratorio, ma anche di manifestazioni e cortei pro-ricerca sugli animali. Stiamo parlando di un problema molto sentito e di grande portata. Nel mondo ogni anno vengono sacrificati alcune centinaia di milioni di animali (un milione solo in Italia) per testare farmaci, ma anche cosmetici e altre sostanze chimiche.

L’incontro della UCLA era organizzato in collaborazione dal gruppo UCLA Pro-Test for Science che nei mesi scorsi ha manifestato in strada con cartelli e slogan, e da Bruins for Animals, un’associazione della UCLA che si occupa di diritti degli animali. Tuttavia non ha riunito attivisti ma scienziati e filosofi. Tra i presenti Janet Stemwedel, una filosofa che supporta la ricerca sugli animali ma a patto che ci assumiamo responsabilità "più forti" riguardo al modo in cui gli scienziati conducono gli esperimenti o alla reale necessità della sperimentazione caso per caso.

Oppure Niall Shanks, professore di filosofia della scienza e vice-presidente dell’associazione "Americans for Medical Advancement", che sostiene che gli studi di tossicologia fatti sugli animali spesso non diano risposte utili per capire li pro e i contro di un nuovo farmaco negli esseri umani. David Jentsch, il neuroscienziato fondatore di UCLA Pro-Test for Science, ha sottolineato come gli scienziati per molto tempo non hanno risposto alla domanda della società di avere diritto di parola sulla sperimentazione animale. Ma ora "avevamo davvero la sensazione che i tempi fossero maturi".

La pensava allo stesso modo Nature, che qualche anno fa aveva dedicato una storica copertina e un editoriale che titolava "Green scare" (paura verde) alla necessità di dialogo tra la scienza e gli attivisti antivivisezione, anche quelli più "cattivi" come Animal Liberation Front. Gli organizzatori, che dicono che in futuro ci saranno altre occasioni di confronto, forse un po’ ottimisti sostengono che "nessuno perde se c’è il dialogo", dato che nella settimana precedente il meeting, gli animalisti più radicali hanno continuato a manifestare contro la UCLA.