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Argomento: salute

Cesareo? Solo quando serve

shutterstock_3099608Troppi, troppi cesarei! Nelle ultime settimane sono arrivate due dichiarazioni ufficiali che lo sottolineano: in Italia il parto cesareo è una pratica ormai troppo diffusa, che si fa anche quando non serve. Lo dice un documento della Societa’ Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo), insieme all’Organizzazione mondiale per la sanità.

I ginecologi chiedono al governo italiano di collaborare con l’OMS di stabilire una percentuale di parti cesarei consigliata. In media oggi siamo al 40%, la più alta percentuale d’Europa, seguita dal Portogallo con il 33%. Pensare che in molti paesi si registrano valori ben più bassi, come il 15% in Olanda e il 14% in Slovenia.

Va bene, nel nostro paese l’età media delle partorienti è più elevata, ma questo non giustifica tassi così alti, che tra l’altro sono squilibrati tra nord e sud: in Campania la percentuale può arrivare persino al 70%, in Molise è al 52% e in Basiclicata sfiora il 50%. Cifre che dal punto di vista medico non hanno alcuna giustificazione. Anzi, quando non è necessario, il parto cesareo è naturalmente più pericoloso sia per il neonato sia per la madre.

Il documento dei ginecologi chiede di "promuovere iniziative legislative per limitare il fenomeno del condizionamento dei medici, dovuto ai rischi penali connessi allo svolgimento del proprio lavoro, nella scelta dei trattamenti e quindi a promuovere misure che garantiscano a tutte le donne uguali opportunita’ nell’accesso a servizi di salute sessuale e riproduttiva".

Lo stesso fanno le linee guida "Taglio cesareo: una scelta appropriata e consapevole" dell’Istituto superiore di sanità, appena pubblicate, che propongono di aumentare la comunicazione nei confronti delle future madri per cercare di ridurre le richieste di parti cesarei, "promuovere le conoscenze e il grado di soddisfazione delle donne, ridurre la paura e l’ansia e migliorare i processi decisionali e l’esperienza soggettiva legata al parto". Il titolo della campagna è perentorio: Taglio cesareo solo quando serve.

La salute globale si fa con più dati

Sono i direttori e i presidenti di Organizzazione mondiale della sanità, Fondo globale per la lotta all’AIDS, tubercolosi e malaria, Banca mondiale, UNICEF, addirittura la Fondazione Bill Gates, e altre organizzazioni (in tutto otto) che si occupano di salute a livello mondiale. Tutti insieme hanno scritto un appello pubblicato dalla rivista PLoS Medicine. Quello che chiedono è una maggiore attenzione ai dati. Il miglior modo per capire se e quanto un progetto legato alla salute funziona (per esempio una campagna di test contro una malattia, la distribuzione di farmaci a una popolazione povera, eccetera) è analizzare i risultati ottenuti: andamento di una malattia, numero di vaccini somministrati, percentuali di nuovi ammalati… Per farlo ci vogliono dati seri e analisi statistiche rigorose.

Eppure molti paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, non sono in grado di raccogliere dati in modo soddisfacente, sia dal punto di vista della qualità di questi dati, sia perché spesso soffrono di ritardi e inneficienze. In risposta, le otto istituzioni propongono alcune soluzioni.  Per esempio più investimenti nei sistemi di raccolta dei dati sanitari nei paesi poveri, magari legati ai loro sistemi sanitari nazionali. Oppure un piano per armonizzare i diversi tipi di dati, che ormai grazie alla rete possono essere usati in tutto il mondo ma che spesso sono raccolti e catalogati in modo diverso dai vari paesi. Infine, insistono perché l’accesso a questi dati sia più semplice.

Le organizzazioni che hanno scritto l’appello si offrono di contribuire il più possibile ai miglioramenti nell’uso dei dati sulla salute, ma chiedono a tutte le altre istituzioni che si occupano di medicina, salute e sviluppo di partecipare a questo sforzo.

Sotto puoi  consultare la tabella in cui gli autori riassumono le principali fonti di dati riguardanti la salute e la medicina.

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Camici bianchi o grigi?

shutterstock_25715521Ma quanto fumano gli infermieri? A giudicare dalle percentuali di fumatori che si trovano tra gli studenti che si preparano alla professione infermieristica, troppi. Uno studio italiano pubblicato dal Journal of Advanced Nursing parla chiaro. Intervistando 812 studenti di Scienze infermieristiche, i ricercatori hanno scoperto che ben il 44% di loro fuma: il doppio della media della popolazione. Inoltre, il 12% è composto da ex-fumatori.

Degli studenti inclusi nella ricerca, il 63% erano donne e l’85% italiani, mentre la maggior parte degli altri veniva da paesi come Perù, Albania o Ecuador. Le percentuali di fumatori sono diverse tra uomini e donne: tra i primi i fumatori sono il 53%, tra le seconde "solo" il 39%. Il 37% fuma fino a cinque sigarette al giorno, il 4% ne fuma più di venti. La ricerca mostra anche un legame con i comportamenti della famiglia: è più facile che diventi fumatore chi ha i genitori o altri membri della famiglia dipendenti dal tabacco.

Nei paesi ricchi si stima che i fumatori siano circa il 35% degli uomini e il 22% delle donne, mentre in quelli in via di sviluppo le percentuali passano al 50% e al 9%. In Italia la percentuale si attesta sul 22%, anche se negli ultimi anni si sta verificando un aumento del numero di fumatori, in particolare tra i giovani: nella fascia di età compresa fra i 14 ed i 24 anni si è ormai superato il 20%. La percentuale complessiva del 22% corrisponde esattamente alla metà di quella trovata negli studenti e futuri infermieri. Negli studenti di medicina, invece, si è trovata una percentuale più in linea con la media nazionale: il 25%.

Come sottolinea Anna Maria Tortorano dell’Università di Milano, una delle autrici della ricerca, "la prevenzione del fumo è un tema importante, e i professionisti della salute, soprattutto medici e infermieri, possono avere un ruolo di peso nell’aiutare le persone a capire le conseguenze che il fumo può avere sulla loro salute e sulle loro vite", ma ovviamente "il fatto che proprio loro fumino rende più difficile incoraggiare i pazienti a smettere". Tortorano chiede che nei corsi di studi per infermieri si inseriscano dei programmi contro il fumo. Altrimenti, addio buon esempio!

Arsenico e vecchi rubinetti

shutterstock_41835994L’arsenico è un metallo che in molti paesi ha raggiunto e contaminato le falde acquifere, e i suoi effetti colpiscono ormai milioni di persone. Tra le patologie che causa, ci sono cancro alla pelle, ai polmoni e ai reni. Ne sono affetti paesi come Argentina, Australia, Cile, Ungheria, Tailandia, ma la situazione è ancora peggiore in Bangladesh, India, Stati uniti e Cina. Nemmeno l’Italia è immune.

Eppure, come sottolinea SciDev raccontando alcune storie raccolte in giro per il mondo, le tecnologie per affrontare il problema ci sono, o almeno cominciano a esserci, anche se finora "nessuno studio ha ancora condotto a uno strumento diffuso per fornire acqua priva di arsenico". Per esempio, esistono filtri da applicare ai rubinetti che contengono un materiale, l’alluminio attivato, in grado di assorbire l’arsenico dall’acqua trasformandolo in un sale abbastanza grosso da poter essere filtrato. Il problema è che queste tecnologie, che in alcuni paesi poveri sono state distribuite da progetti delle Nazioni unite, sono al di fuori della portata dei contadini più poveri e quando si guastano non vegnono sostituite. Oppure si possono installare sistemi di raccolta dell’acqua piovana.

Per rimuovere l’arsenico c’è anche un’altra strategia: usare speciali membrane che filtrano i metalli presenti nell’acqua. Ma se i filtri hanno il problema della manutenzione, le membrane possono eliminare altri metalli necessari per il nostro corpo. E poi si tratta sempre di sistemi non abbastanza sviluppati da poter essere applicati direttamente su una sorgente o un pozzo. Un tentativo più recente è quello fatto pompando aria nelle sorgenti; in questo modo si libera l’acqua da una grande parte dell’arsenico. Oggi in bengala (India) ci sono sei centrali di questo tipo grazie a un progetto della Banca mondiale, e il loro costo tutto sommato non astronomico (attorno ai 2.000 euro) fa ben sperare per l’applicazione su scala più vasta. Intanto però gli scienziati studiano altri metodi basati sulle nanotecnologie e su nuovi procedimenti chimici. la guerra dell’arsenico continua.

Una paura generica

A causa della crisi economica cresce il consumo dei farmaci generici rispetto a quelli di marca. Un reportage della rivista Scientific American fa il punto della situazione per quello che riguarda i farmaci generici negli Stati Uniti, dove dalle stime del CDC (Centers for Disease Control) il 47% della popolazione riceve almeno una ricetta medica al mese.

images-4Per scongiurare la crisi economica molti pazienti si sono già rivolti a soluzioni meno costose come ordinare farmaci in Canada o acquistare farmaci generici. Eppure il modo in cui ci si appresta all’acquisto è sempre quello di un timore sotterraneo. Secondo il resoconto di Scientific American i motivi sono diversi. La paura più grande è che di fronte al minor prezzo si nasconda la possibilità che il prodotto sia adulterato o contenga sostanze tossiche. Per l’immissione sul mercato un farmaco generico deve comunque superare i controlli dell’FDA (Food and Drug Administration), gli stessi di un farmaco di marca.
 
Un altro motivo di preoccupazione è legato alla cattiva fama di cui godono i farmaci generici sulla carta stampata. Aaron Kesselheim, ricercatore al Harvard’s Brigham and Women’s Hospital, ha pubblicato su JAMA (The Journal of the American Medical Association) uno studio critico di 43 editoriali riguardanti farmaci generici: in oltre la metà trapelava un’immagine negativa. 
 
Dal punto di vista chimico i farmaci generici non sono identici a quelli di marca, ma contengono lo stesso principio attivo. A cambiare possono essere i coloranti, gli ingredienti di rivestimento e i leganti. Un’altra variabile può essere la bioequivalenza, cioè la quantità di farmaco attiva nel sangue dopo la somministrazione orale. Uno studio dell’FDA del 2009, compiuto su più di 2000 farmaci approvati tra il 1996 e il 2007, ha riscontrato che la differenza di bioequivalenza tra i generici e i farmaci di marca è in media del 3,5%: insufficiente per ridurre i benefici terapeutici del farmaco.
 
Le preoccupazioni dell’FDA sono di altro tipo, e sempre legate alla crisi economica. Per tagliare i costi molte industrie farmaceutiche hanno deciso di aprire nuove sedi all’estero. Ad oggi più del 40% dei principi attivi dei farmaci sono prodotti in Cina e in India. L’FDA dovrà quindi spostarsi sempre più al di fuori del Paese per sorvegliare gli standard produttivi delle sedi distaccate all’estero. Infatti il New York Times nel 2007 aveva accusato l’FDA di aver controllato solo 13 industrie farmaceutiche cinesi, contro le 500 che effettivamente producevano farmaci per gli Stati Uniti. 

La bontà vista da dietro

Niente paura: arrivano i buoni. Arrivano i medici occidentali, la sanità occidentale, i soldi occidentali. E le malattie del terzo mondo vacillano. Grazie ai nostri vaccini, agli strumenti per la diagnosi e alle medicine, gli abitanti dei paesi poveri potranno tornare in salute o forse non ammalarsi più. Ma è davvero tutto così facile? Quando un grosso progetto di sostegno alla salute nel terzo mondo destina soldi e risorse in quantità occidentali alle nazioni più sfortunate del pianeta, fa anche altro. A spiegarlo, è la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in una lunga e dettagliata analisi pubblicata qualche giorno fa dalla rivista medica Lancet.

Non si tratta di mettere in dubbio l’efficacia dei progetti contro la malaria, l’Aids o la tubercolosi. Si tratta di chiedersi quali siano gli effetti collaterali sulla politica di questi paesi: quindi non se i bambini guariscano o se la prevenzione di una malattia sia davvero efficace, ma che cosa succeda all’organizzazione sanitaria del paese tutto. E che cosa ne sarà in futuro. Tutto questo, finora, non era stato ancora fatto. Non sono notizie negative: solo l’invito a una riflessione. Per esempio: i paesi che ricevono gli aiuti hanno mostrato di aver ricevuto importanti benefici in termini di educazione e aggiornamento dei medici e degli infermieri locali. Però succede anche che i medici migliori, anche quelli che sono stati educati dal grande progetto internazionale, si sono spostati dagli ospedali pubblici agli ospedali occidentali. E quando il progetto finirà? I paesi poveri dovranno essere in grado di continuare a camminare sulle proprie gambe, senza diventare dipendenti dagli aiuti del mondo ricco. Ecco perché l’Oms sottolinea che le iniziative per la salute e la politica non sono indipendenti, comunque la si voglia vedere.
 

Dell’analisi ha parlato un articolo sul quotidiano Le Monde (in francese), mentre l’articolo completo, molto lungo e difficile, può essere letto su Lancet (ma bisogna prima iscriversi, gratuitamente, al sito internet). Può essere interessante leggere anche, sul blog di uno dei giornalisti della rivista Le Scienze, che cosa succede quando la beneficenza è privata, come quella di Bill Gates, il fondatore di Microsoft, l’uomo più ricco del mondo. Per scoprire che non sempre i soldi occidentali, a palate, sono sempre benvenuti.

Contare le pecore per la prevenzione

 

Contare le pecore non serve solo a prendere sonno, ma anche a salvaguardare la nostra salute. La Sardegna in questi giorni ha iniziato il censimento di tutte le pecore, per dividere quelle con un patrimonio genetico sensibile alla Scrapie da quelle resistenti.

La Scrapie è una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale e fa parte delle Encefalopatie Spongiformi Trasmissibili. È causata da un prione, come la Bse o malattia della mucca pazza. Sembra che proprio la malattia della Scrapie adattata alle vacche possa essere la causa della Bse, quindi per limitarne la diffusione la Regione Sardegna ha deciso di fare un prelievo di sangue a tutti gli ovini e di identificare quelli resistenti alla malattia. 
 
La Sardegna è l’unica ad aver esteso a tutti i capi ovini il Piano di Selezione genetica nazionale per la resistenza alla Scrapie del 2004, che era originariamente richiesto solo per gli arieti iscritti al Libro genealogico. 
 
Gli arieti "sensibili alla Scrapie" saranno censiti dalle rispettive Asl e potranno essere utilizzati per la riproduzione solo fino alla fine del 2011. Questa iniziativa risulterà sicuramente utile per la prevenzione della patologia, ponendo invece in secondo piano la produttività dei capi, vista la selezione riproduttiva limitata. Leggi a questo riguardo l’approfondimento sul sito  http://www.sardegnasalute.it/index.php?xsl=313&s=36500&v=2&c=3269. Per capire quali sono i geni interessati per la suscettibilità alla Scrapie e le classificazioni degli arieti leggi invece questo documento.
 

Un trattato non fa primavera

Non sempre un trattato fa primavera. Eppure quando un paese firma o ratifica un trattato internazionale sui diritti umani, tutti sono soddisfatti. Bisognerebbe, però, aspettare di valutare gli effetti reali sulla popolazione. Lo hanno fatto i ricercatori che hanno pubblicato sulla rivista The Lancet un’analisi molto vasta in cui esaminano in 170 paesi del mondo alcuni indicatori per le condizioni di salute, come diffusione dell’Hiv, mortalità infantile, e altri indicatori sociali come lavoro infantile, indice di sviluppo umano, corruzione e ineguaglianze di genere.

Inoltre hanno preso in considerazione la ratifica di sei trattati delle Nazioni unite, tra cui la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Convenzione contro la tortura e quella sull’eliminazione della discriminazione razziale. I risultati sono chiari: non ci sono correlazioni tra la ratifica di trattati sui diritti umani e risultati sociali o sanitari. Il 65% dei paesi ha ratificato tutti questi trattati, ma riguardo ai risultati concreti rilevati dagli indicatori scelti dai ricercatori, in media non c’era differenza con i paesi che non hanno firmato tutti i trattati.

 A volte un paese che non ha firmato questi trattati può avere risultati migliori, mentre altri che li hanno ratificati possono comportarsi molto peggio. E spesso il livello economico di un paese è un indicatore migliore, indipendente dalla ratifica dei trattati. Insomma, una firma non basta: ci vorrebbero, come suggeriscono gli autori dello studio, meccanismi molto stringenti per monitorare gli stati firmatari, per controllare insomma che alla ratifica seguano misure concrete. Per esempio, che vengano messi a disposizione i fondi necessari o che vengano varate misure di legge adeguate. Altrimenti, "questi gesti simbolici resteranno vuoti e non aiuteranno le popolazioni che hanno bisogno di progressi". Lo sostiene il leader del team che ha effettuato lo studio, Edward J Mills del British Columbia Centre for Excellence in HIV/AIDS, in Canada.

Pulito sicuro, perchè non disinfetta

Il posto più sporco del mondo? Noi. La nostra pelle. Il nostro corpo, che è popolato da incredibili quantità di batteri, suddivisibili in popolazioni diverse a seconda del sito e a seconda dello stato della pelle, secca, grassa, umida o mista. Non è una trovata pubblicitaria per venderci saponette o detersivi per i pavimenti. È la verità scientifica dello Human Microbiome Project, un’iniziativa dei National Institutes of Health (l’agenzia del governo americano per la ricerca biomedica) che ha lo scopo di riconoscere e identificare i microrganismi che abitano su di noi e il loro rapporto con la nostra salute.

La ricerca è stata pubblicata dalla rivista Science e contiene una vera e propria mappa di venti distretti del nostro corpo, con i rispettivi dettagli sulla flora microbica qui residente. Il record va all’avambraccio che ha il record di variabilità, con 44 specie diverse di batteri, in fondo alla graduatoria, invece, quel pezzettino di pelle senza capelli che si trova dietro l’orecchio, con solo 19 specie. Un’oasi di felicità tutta particolare sarebbe poi l’ombelico, ma anche l’orecchio e le narici, dove le popolazioni batteriche sembrano essere molto stabili da persona a persona, mentre il dietro delle ginocchia è la zona che ha offerto maggiori sorprese. Comunque, la variabilità maggiore si ha nell’individuo piuttosto che nella popolazione, come dire che è maggiore la differenza tra due siti corporei della stessa persona che, poniamo, tra le ascelle di due persone diverse.

L’idea degli scienziati è che se riusciamo a capire quali siano i batteri buoni, che abitano sulla nostra pelle contribuendo alla sua salute e al suo equilibrio (circa 10 cellule batteriche per ogni cellula umana), possiamo riconoscere quelli cattivi e tutte le situazioni che li favoriscono rispetto agli altri. Questa ricerca dimostrerebbe inoltre che lavarsi troppo è sbagliato e poco salutare e che non c’è nessun bisogno di sterilizzare le cose con cui veniamo in contatto né, tantomeno, di disinfettare noi stessi. Per saperne di più, si può leggere la mappa sull’Independent oppure approfondire con la news di ScienceNow. Si può anche leggere la news di National Geographic, sulla riabilitazione dell’ascella, che contiene diversi link esterni.

(Per la foto, Copyright Vidriera, Shutterstock)

Giulia Veronesi: le donne e il fumo

Le donne e il fumo, una relazione in crescita. Non solo perché i dati dicono che le donne che fumano restano tante, e sempre più giovani. Due nuovi studi presentati alla Conferenza europea sull’oncologia toracica, che si è tenuta a Lugano in Svizzera dal 1 al 3 maggio, suggeriscono che le donne sono piu suscettibili al tumore al polmone causato dal fumo e anche più soggette a insorgenza precoce. Abbiamo chiesto un parere sulla diffusione del fumo tra le donne a Giulia Veronesi, chirurga specializzata proprio in oncologia e in interventi al torace, e direttrice della Divisione di chirurgia toracica dell’Istituto europeo di oncologia di Milano.

Dottoressa Veronesi, si tratta di dati preoccupanti?
Anzitutto bisogna notare che l’aumento dell’abitudine del fumo è direttamente legato all’aumento dell’incidenza del tumore al polmone. Più persone fumano, più malati troviamo. Nei paesi ricchi, e in Italia, la mortalità si sta riducendo un po’ nell’uomo ma siamo invece in una fase di crescita della mortalità nelle donne, che stanno diventando fumatrici quanto gli uomini. Questo significa che tra qualche anno ci sarà un pareggio, dato che finora la prevalenza era maschile.

E la causa sta solo nelle sigarette?
No, esistono anche tumori non correlati al fumo che sono un po’ più frequenti nelle donne… un 20% circa contro il 10% maschile. Di questi non conosciamo del tutto le cause: potrebbero intervenire fattori ormonali. Però sono sempre una minoranza rispetto a quelli legati al fumo, che resta di gran lunga il principale fattore di rischio.

Quali consigli darebbe ai ragazzi? Come difendersi da queste malattie?
Il consiglio è sempre lo stesso: quello di evitare l’esposizione al fumo. Soprattutto per i ragazzi giovani, dato che l’età in cui si comincia a fumare è direttamente correlata al rischio. Insomma, prima si comincia più aumenta il rischio di ammalarsi di tumore nel corso della vita. E poi esiste anche una predisposizione all’assuefazione: certe persone diventano dipendenti più facilmente, e fanno più fatica a smettere.

Eppure i fumatori giovani non diminuiscono…
Certo, c’è un problema di comportamenti: i ragazzi non dovrebbero adattarsi allo standard, che ormai è quello di fumare in età precoce, in modo non ragionato e… senza cervello! Invece di imitare gli altri e omologarsi, bisognerebbe pensare criticamente a quello cui si va incontro quando si comincia a fumare.

La dottoressa Veronesi fuma?
No, non fumo. Però attenzione: le abitudini personali sono abbastanza diverse da quello che è il proprio impegno personale… l’esempio è una cosa importante che i medici possono dare ai giovani, ma il nostro compito è soprattutto quello di informare il più possibile ed educare sulle conseguenze del fumo.