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Argomento: salute

Lavarsi i denti fa bene. Al cuore

Profuma l’alito, sbianca il sorriso. Combatte i germi cattivi che causano la carie. E previene persino le malattie del cuore. Secondo una ricerca condotta su 11 000 persone in Scozia, l’abitudine di lavarsi i denti due volte al dì non aiuta soltanto la nostra vita sociale, ma migliora anche la salute del nostro apparato cardiocircolatorio. La storia è vecchia, in realtà. E come spesso accade in medicina, per adesso si tratta solo di un legame statistico, per il quale esistono solo spiegazioni ipotetiche e incerte. Ma vale la pena di rifletterci un po’.

I ricercatori, dicevamo, hanno considerato 11 000 adulti scozzesi. Li hanno intervistati e hanno chiesto loro che abitudini avessero: fumo, attività fisica, dieta. Si sono soffermati sulla loro storia clinica e familiare (cioè, hanno raccolto l’anamnesi). E sull’igiene dentale, chiedendo loro: quante volte dal dentista e quante spazzolate al giorno? Su dieci, sei hanno riferito di andare dal dentista una volta ogni sei mesi e sette su dieci hanno detto di lavarsi i denti almeno due volte al giorno. Poi tutti hanno aspettato otto anni. Alla fine, sugli 11 000, sono stati registrati 555 eventi cardiovascolari di cui 170 fatali. I ricercatori hanno ripulito i dati dagli altri fattori che aumentano il rischio di malattie (obesità, fumo, storia familiare…) e hanno visto che una cattiva igiene orale è associata a un aumento del rischio del 70%. Associata, attenzione. Se si tratti davvero di un meccanismo di causa-effetto non lo possiamo dire. Possiamo solo immaginare che nella bocca di chi si lava poco si annidino germi capaci di creare uno stato infiammatorio diffuso (che sarebbe testimoniato dall’aumento di certe proteine specifiche nel sangue) capace, a sua volta, di peggiorare i danni a livello delle arterie. Però, come sottolineano i ricercatori, non si deve neanche trascurare che una cattiva igiene dei denti è più frequente in persone di basso livello socioeconomico che, più spesso, fumano e mangiano male.

 

 

Quanto costa la calvizie?

scala_hamiltonQuanto costa medicalizzare alcune condizioni umane che fino a pochi anni fa non erano considerate patologie o problemi di tipo medico? Insomma, quanto paghiamo per curare malattie come… la gravidanza, la menopausa, la disfunzione erettile o l’ADHD? Gli autori di uno studio pubblicato su Social Science & Medicine, una rivista di scienze sociali tra le più importanti al mondo, hanno cercato di calcolare le spese del sistema sanitario pubblico degli Stati uniti. E hanno scoperto che le solo per trattare le dodici condizioni prese in esame gli USA spendono 77,1 miliardi di dollari, cioè il 4% del totale delle spese sanitarie del Paese: più del cancro o delle patologie cardiache.

Le dodici condizioni definite problemi di tipo medico dalle organizzazioni di medici americani e incluse nello studio comprendono problemi che fino a pochi anni fa erano considerati parte della normale evoluzione della vita di un individuo: calvizie maschile, tristezza, obesità, disordini del sonno, oltre appunto a gravidanza, menopausa o disfunzione erettile. Oltre a essere incluse nei problemi di tipo medico, queste condizioni hanno portato a un aumento della spesa per ospedali, farmaci e cure mediche in generale.

Gli autori si chiedono però se questo aumento nelle spese non sia legato a interessi diretti delle case farmaceutiche (che vendono farmaci legati a queste nuove malattie), all’aumento dell’importanza dei medici o all’aumento delle richieste di trattamenti fatte direttamente dai pazienti, che sono ormai consumatori di sanità. Il prossimo passo, spiegano ancora gli autori, sarà valutare quanto questi interventi medici siano appropriati e come si possa diminuire le spese in questi settori.

Non ci vedo più dalla fame

Negli Stati Uniti il 17% dei bambini è obeso e quest’ultimo valore è triplicato negli ultimi 30 anni. In Italia i bambini in sovrappeso sono il 20%, con un picco per i maschi tra i 6 e i 9 anni di età che raggiungono il 34%. I bambini italiani obesi sono invece il 4%, e sono numeri impressionanti a pensarci bene, tali da definire il problema un’epidemia

Mentre sull’obesità delle persone adulte si conoscono i rischi per la salute e i modi di contrastarla, non è così per i bambini. Lo denuncia un report pubblicato da Lancet lo scorso 6 maggio. Sue Kimm, ricercatrice della New Mexico School of Medicine, e capofila dei firmatari del report, ammette “ci sono ancora  troppe cose da capire sull’obesità infantile”.

Sono soprattutto due gli aspetti rilevati dalla Kimm. Per prima cosa la mancanza di uno standard internazionale che serva a distinguere l’obesità o il sovrappeso nei bambini. Per le persone adulte si utilizza il BMI o indice di massa corporea. Questo si calcola dividendo il peso in kg per il quadrato dell’altezza in metri. Oltre i 25 kg/m2 si cominciano ad avere problemi di pressione e colesterolo alti e resistenza all’insulina che precede il diabete.

Per i bambini invece non ci sono riferimenti stabili come il BMI per gli adulti. Anche i bambini obesi hanno problemi di salute come malattie cardiovascolari e metaboliche, carenze vitaminiche e minerali, e non da meno problemi muscolo scheletrici. Ma un’altro terreno minato è rappresentato da un programma alimentare corretto che permetta al bambino una crescita normale con un apporto calorico contenuto. Il report avverte che molto spesso le diete consigliate ai bambini sovrappeso sono troppo caloriche, perché si teme di creare problemi di crescita con un regime alimentare troppo restrittivo.

Vista la mancanza di programmi internazionali di diagnosi e terapia dietetica sotto i riflettori è ancora la prevenzione, basata su una giusta educazione alimentare e sull’esercizio fisico. A causare il sovrappeso sono spesso chiamati in causa gli snack e la sedentarietà dei giovani: secondo una ricerca riportata dalla rivista Obesity, il 69% delle calorie introdotte dai bambini infatti è rappresentata da snack. Per saperne di più leggi le informazioni sul sito del Ministero della Salute e sul sito obesita.org.

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In Italia si fuma un po’ meno

lilt_logo1_psdFinalmente, è il caso di dirlo, in Italia il numero dei fumatori ricomincia a calare pur restando molto elevato. Lo sostiene uno studio della Doxa per conto dell’Istituto superiore di sanità, della Lega italiana per la lotta contro i tumori e dell’ Istituto Mario Negri. Rispetto al 2009 i fumatori sono diminuiti del 5%, anche se continuano a essere più di 11 milioni di persone, 5,9 milioni di uomini e 5,2 milioni di donne. In percentuale si parla di più del 20% della popolazione italiana, neonati compresi.

Un altro dato è diverso tra popolazione maschile e femminile: gli uomini hanno smesso di più, passando dal 28,9% al 23,9%, contro il passaggio dal 22,3% al 19,7% delle donne. Un calo quasi doppio. Se vogliamo contare le sigarette, la Doxa stima che vengano fumate ogni giorno 13 sigarette per ogni fumatore, anche se il 43,3% dei tabagisti arriva a 24 al giorno e il 6% supera addirittura le 25.

Riguardo all’età dei fumatori, il gruppo maggiore è quello delle persone comprese tra 25 e 44 anni (26,6%), seguiti dalla fascia 45-64 anni (25,7%). E chi fuma comincia prestissimo: più di uno su tre accende la prima sigaretta prima di compiere 15 anni, più della metà prima dei 18: in totale quindi l’85% dei fumatori comincia a scuola, prima di diventare maggiorenne.

E le contromisure? Citiamo il disegno di legge firmato da Ignazio Marino e Antonio Tomassini. Se ne sta discutendo alla Commissione sanità del Senato e prevede il divieto di fumare per i minorenni (oggi il tabacco è vietato a chi ha meno di 16 anni). E poi, per rendere ancora più efficace la legge sul divieto di fumo nei locali pubblici, prevede di bandire le sigarette anche dagli spazi all’aperto di bar, ospedali, scuole e ristoranti. Infine, tra gli altri provvedimenti, propone anche di vietare il fumo mentre si è alla guida di un’automobile. Se verrà approvato, la vita sarà un po’ più dura per fumatori e fumatrici.

Il monitor degli insonni

Se pensavate di restare ore davanti allo schermo del computer a chattare o navigare su internet a causa dell’insonnia, sappiate che forse è il contrario. Secondo un nuovo studio pubblicato questo mese su Science Translational Medicine è infatti la luce del monitor a ritardare la produzione di melatonina e a stimolare quindi il cervello a rimanere sveglio.

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Il nostro cervello possiede infatti un sistema che è regolato da cellule sensibili alla luce, secondo un ritmo circadiano diurno: la melatonina viene soppressa il giorno e rilasciata la notte per promuovere il sonno. In passato si pensava che ad attivare la produzione di melatonina fossero i coni e i bastoncelli della retina. Ma si è visto poi che anche i nonvedenti, che li hanno fuori uso, subiscono il ritmo circadiano. Ci si è allora concentrati su alcuni neuroni della retina che contengono melanopsina. Questi neuroni funzionano anche nelle persone cieche e vengono attivati dalla luce blu. Una volta attivati inibiscono la produzione di melatonina, quindi la luce blu ci tiene svegli. In virtù di questa scoperta sono state create terapie a base di luce blu per chi soffre di depressione invernale e al contrario occhialini che ne bloccano il passaggio per curare l’insonnia. Ma dallo studio pubblicato oggi si vede che le cose sono un po’ più complicate: non sono solo le onde blu a tenerci svegli, ma anche altre onde visibili.

Il neuroscienziato Steven Lockley del Brigham and Women’s Hospital di Boston studia con i colleghi come l’esposizione a differenti tipi di luce influenzi il sonno. Sottoponendo alcuni volontari a luce blu o verde pensava che il risultato sarebbe stato di sveglia per la luce blu e indifferente per la luce verde, dato che quest’ultima non attiva i neuroni a melanopsina ma solo i coni della retina. Invece no: anche se in maniera minore, dopo essere stata assorbita dai coni, la luce verde inibisce la melatonina e dà insonnia. Inoltre la luce fioca in serata, come quella di alcune lampade da lettura o dei monitor, ritardano la produzione di melatonina, rendendo più difficile addormentarsi.

“In conseguenza a questi risultati pensiamo sia da rivalutare l’intero spettro della luce quando si tratti di studiare terapie che si basano sui colori per promuovere l’attenzione o per combattere l’insonnia” avverte infatti lo stesso Lockley. Leggi la news su Science.

Torna la sifilide, malattia della ricchezza

Non solo non è scomparsa, ma è anche in crescita. E dove meno te lo aspetti. La sifilide, la malattia venerea che ha imperversato per secoli nell’Europa medievale e a ondate nei secoli successivi, sta rialzando la testa in Cina. Il peggior untore sarebbe l’economia in crescita e l’arrivo di gente sempre nuova e danarosa, i businessman che fanno crescere il mercato della prostituzione e contribuiscono a diffondere l’epidemia anche in famiglia. L’allarme viene dalle pagine del New England Journal of Medicine: nessun paese, dalla scoperta della penicillina, ha mai assistito a una diffusione tanto rapida della malattia, spiegano i ricercatori.

La sifilide è una malattia che ha fatto storia, ma che ogni tanto si ripresenta anche ai giorni nostri, quando si abbassa la guardia e ci si dimentica che il sesso, ahitutti, a volte può essere anche veicolo di malattia. Arrivata a Napoli nel 1495 con l’esercito francese, la sifilide fu chiamata dai napoletani, dagli italiani e poi da tutti gli europei mal francese e poi, riportata verso nord dallo stesso esercito, diventò mal napoletano per i francesi. Nessuno vuole sentirsela attribuire, perché è una malattia particolarmente grave e a volte mortale: dal contagio (che dà sintomi leggeri e solo a livello dei genitali, che a volte passano inosservati), il batterio penetra nel sangue e dopo anni danneggia il sistema nervoso centrale, il cuore, i vasi, gli occhi, il fegato e le ossa. Non solo: può essere trasmessa dalla madre ai figli, in forma gravissima. Per questo va riconosciuta in tempo, curata con gli antibiotici giusti, ed evitata la sua trasmissione ad altri. Ecco che cosa sta succedendo a Shangai, dove frotte di uomini di commercio contraggono l’infezione dalle prostitute e dai prostituti ventenni, poi la portano alle mogli, tanto che nel 2008, nella zona, nasceva più di un bambino all’ora con la sifilide congenita. Anche in Cina la malattia era quasi del tutto scomparsa negli anni cinquanta, come da noi, ma adesso sembra che non si sia più capaci di bloccarla: non ci sono screening adeguati e lo stigma sociale fa sì che la gente sia riluttante a fare il test. Così adesso il giro di soldi le ha permesso di ripresentarsi con virulenza, nella sua nuova veste di malattia della ricchezza.

Rischi e salute in automobile

image.pmed.v07.i03.g001Anche gli incidenti stradali sono una questione di salute pubblica. Lo sostiene PLoS Medicine, la rivista di medicina che ha dedicato ampio spazio nel suo ultimo numero alle morti da incidenti di auto. Nell’editoriale che apre il numero si sottolinea come la stessa OMS abbia calcolato che ogni anno nel mondo 1,2 milioni di persone muoiono (6.000 solo in Italia) e 50 milioni restano ferite a causa di un incidente automobilistico. E l’aumento della diffusione dell’auto nei paesi poveri o in via di sviluppo sta facendo crescere queste cifre.

Le soluzioni? Ci vorrebbe una combinazione di fattori ambientali, cioè di interventi per rendere più sicure le strade magari aggiungendo marciapiedi e piste ciclabili separate dalla carreggiata percorsa dalle auto. Infatti pedoni e ciclisti rappresentano quasi metà delle vittime della strada. Non basta concentrarsi sulla sicurezza dei passeggeri delle auto ma occorre considerare anche di quella degli altri utenti della strada. Poi ci vorrebbero interventi sulle auto, sui limiti di velocità, e sulla guida in stato di ebbrezza. Infine, PLoS invita a sostenere e diffondere sistemi di mobilità alternativi all’automobile – e più sicuri.

Una tragica curiosità: in un altro articolo di ricerca nello stesso numero di marzo, PLoS si occupa di esaminare come l’indice di massa corporea sia un fattore di rischio che aumenta i pericoli di ferite o morte in un incidente. Le persone obese sono molto più a rischio di soffrire danni alla parte superiore del corpo.

Sugli incidenti automobilistici in Italia puoi leggere Strage continua di Elena Valdini, un reportage giornalistico dalle strade del nostro paese.

Immagine: da PLoS

Uno scudo di zucchero

Il nuovo virus influenzale pandemico H1N1, secondo uno studio pubblicato su Science e Science Translational Medicine, assomiglia al virus della Spagnola, infatti tutti e due gli agenti patogeni mancano di una componente zuccherina.

Ian Wilson, biologo molecolare allo Scripps Research Institute di La Jolla (California), ha studiato appunto la struttura molecolare di H1N1, verificando che la parte dove si agganciano gli anticorpi è priva di molecole di zucchero, presenti invece nell’influenza stagionale. Questo spiegherebbe perché gli anticorpi contro l’influenza stagionale, e quindi anche il vaccino che li promuove, non proteggono invece dall’H1N1. Lo zucchero posto sulla superficie, come si vede nell’immagine sotto, serve ai virus per fare da scudo alla proteina sottostante, l’emoagglutinina. Quest’ultima è una proteina importante perché permette l’adesione alle cellule da infettare (adsorbimento) e caratterizza la morfologia di superficie (envelope). Gli anticorpi che la riconoscono sono definiti proteggenti o neutralizzanti proprio perché sono sufficienti a distruggere il virus prima che questo causi la malattia.

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Gary Nabel, virologo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (USA), insieme ai colleghi ha tracciato la storia evolutiva di questo composto zuccherino nel virus influenzale: è comparso per la prima volta negli anni Quaranta e lo abbiamo ritrovato in tutti i virus stagionali dagli anni Ottanta in poi. Si tratta di un’evoluzione del virus circolare: all’inizio la proteina non aveva bisogno di scudi, perché non c’erano anticorpi contro di essa, poi hanno cominciato a formarsi e come risposta il virus ha costruito uno scudo di zucchero per proteggerla. Ad oggi nessuno ha più anticorpi contro la proteina, tutti hanno anticorpi contro lo scudo, ecco perché H1N1 ne è privo. Secondo Nabel comunque questo ciclo è destinato a ripetersi e presto la molecola zuccherina apparirà anche nell’H1N1: con i colleghi infatti ha trovato quattro varianti del virus, tre russe e una cinese, che hanno acquisito una mutazione che permetterebbe loro di esporre una molecola di zucchero agganciata all’emoagglutinina.

Stati Uniti e nuova sanità

Il 21 marzo scorso finalmente è diventata legge la riforma sanitaria americana, promossa dal presidente Barack Obama. Gli americani non hanno una sanità pubblica come quella italiana, per le cure mediche e gli interventi chirurgici devono affrontare spese economiche di tasca propria o pagare un’assicurazione (privata o garantita dal datore di lavoro). Quest’assicurazione copre una certa gamma di interventi medici, a seconda dell’importo pagato, e fino ad oggi 50 milioni di cittadini statunitensi su 300 non potevano permettersela.

Gli Stati Uniti prevedono due principali programmi federali per venire incontro a anziani con problemi (Medicare) e persone indigenti (Medicaid). La riforma sanitaria promossa da Obama è di ampio respiro e prevede principalmente delle misure che permetteranno a 32 milioni di persone su 50 di essere assistite. Infatti saranno ampliati i requisiti per poter usufruire di Medicaid e saranno promossi incentivi finanziari e sgravi fiscali che dovrebbero garantire a 24 milioni di americani di reggere la spesa di un’assicurazione sanitaria.

obama85fLe assicurazioni, dal canto loro, saranno obbligate ad accettare le domande di copertura da parte dei cittadini e non sarà possibile rescindere il contratto in caso di malattia del contraente. Ma le riforme non riguardano solo la sanità pubblica, come ci ricorda Nature. Dal 2013 le industrie farmaceutiche dovranno comunicare al Department of Health and Human Services le spese per congressi, consulenze mediche e pubblicità, e i dati saranno resi pubblici. Inoltre la nuova legge apre la strada all’avvento dei farmaci generici perché riduce il diritto di esclusiva sui farmaci brevettati dalle industrie al massimo a 12 anni.

Anche la ricerca subirà dei cambiamenti: il National Institutes of Health (NIH) avrà un nuovo progetto chiamato Cures Acceleration Network (CAN), per promuovere il passaggio dalle scoperte mediche a trattamenti farmacologici, con un finanziamento annuale di 500 milioni di dollari. Questo ente sarà diviso dal preesistente programma del NIH, Clinical and Translational Science Awards, che nel 2010 avrà un budget di 483 milioni di dollari. Alla nuova proclamazione del CAN non sembra sia aumentato il budget totale del NIH e i ricercatori, come potete leggere su Nature, sono preoccupati che i fondi preesistenti vengano dirottati impoverendo i progetti di ricerca nuovi

Computer da buttare

Entro otto anni le nazioni in via di sviluppo avranno più computer vecchi da smaltire di quelle sviluppate e nel 2030 acquisteranno tre volte il numero di computer di queste ultime. Si parla di un miliardo di computer vecchi da smaltire all’anno, contro i 180 milioni di pezzi di oggi. Ne parla uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology e commentato da Nature.

Fino ad oggi la spazzatura tecnologica, detta e-waste, è stata prodotta in numero maggiore dai paesi sviluppati, e spesso portata in modo poco trasparente in discariche di Cina, Kenya e Ghana. In questi paesi spesso si formano discariche abusive, interi container di rottami tecnologici, o vengono attuate misure di riciclo rischiose per la salute. Per ottenere il rame si bruciano i circuiti preesistenti, liberando così gas nocivi, invece per riciclare l’oro i circuiti vengono trattati con sostanze chimiche dannose come l’acido nitrico, e le acque reflue vanno a inquinare il suolo e le acque. Secondo Eric Williams, autore dello studio, questa tendenza è destinata a peggiorare. A questo ritmo di crescita, con il progresso dei paesi in via di sviluppo, e con la rivoluzione economica di Cina e India, in vent’anni l’inquinamento derivante da materiale elettronico sarà preoccupante. I computer diventano obsoleti in pochi anni, e aumentano sempre di più le apparecchiature dismesse.

pc rotti

Per estrapolare i dati forniti dallo studio Williams ha avuto accesso ai resoconti di vendite di computer dell’International Telecommunication Union, agenzia delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. Lo stesso Williams ammette che il suo studio ha la pecca di non calcolare la possibilità che da oggi al 2030 vi sia una nuova invenzione tecnologica che renda obsoleto l’utilizzo del rame, ma come spiega “è pur vero che questo metodo ha funzionato bene come previsione in altri casi, come per i frigoriferi, le lavastoviglie e i telefonini”. I problemi sono legati anche ad una scarsa sensibilità ambientale che promuova il riciclaggio e alla mancanza di leggi che regolamentino le industrie che si occupano del ripristino delle materie prime. Williams al momento sta proponendo ai paesi in via di sviluppo di inviare i circuiti elettrici per il riciclo presso aziende che abbiano tecniche più sofisticate e controllate per il recupero dei metalli, e sembrerebbe un metodo economicamente valido.

In Europa la spazzatura tecnologica viene definita dalla sigla RAEE, Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. In Italia ogni anno vengono prodotti 6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, con un tasso di crescita che è circa tre volte quello dei comuni rifiuti urbani. La Direttiva Europea WEEE (Waste Electrical and Electronic Equipment) impone criteri molto severi per lo smaltimento dei rifiuti tecnologici. Dal 2007, con l’entrata in vigore del decreto legislativo 151 del luglio 2005, i Comuni sono chiamati in causa insieme ai produttori per provvedere al ritiro e all’invio ai centri di trattamento conformi alle norme vigenti sui rifiuti tecnologici. Per prenotare un ritiro o vedere quale sia l’isola ecologica più vicina a voi come centro di raccolta dell’e-waste, consultate il sito del CDCRAEE (centro di coordinamento Raee).