
Non solo muscoli e polmoni. Chi si allena per uno sport modifica anche il suo metaboloma, cioè l’insieme dei metaboliti – le molecole e le altre sostanze prodotte durante i processi fisiologici che avvengono nel nostro organismo. Lo conferma uno studio pubblicato da Science Translational Medicine, secondo il quale gli atleti cambiano il modo in cui il loro fisico spezza zuccheri, proteine e lipidi accumulati dall’organismo per riutilizzarli. Oppure, il modo in cui gestisce la glicemia, cioè la quantità di zuccheri presenti nel sangue.
Per scoprirlo, i ricercatori statunitensi hanno studiato 210 metaboliti in 70 persone, prima e dopo compiere un esercizio fisico, per scoprire quali si modificassero. Per farlo hanno sottoposto campioni di sangue a spettrometria di massa, in modo da effettuare la ricerca delle proteine presenti. E in effetti, ventuno di questi composti sono cambiati, compresi alcuni che non erano mai stati collegati all’esercizio.
Lo studio del metaboloma è una disciplina emergente, che segue però da lontano i risultati ottenuti dai suoi parenti come lo studio del genoma o dell’espressione di proteine. In effetti studiare i metaboliti è un compito molto complesso: se il codice del DNA è composto da quattro lettere (la quattro basi azotate ATCG), le proteine sono composte da ben venti aminoacidi, e le possibili combinazioni tra di loro sono migliaia.
Secondo gli autori della ricerca, questi risultati potrebbero darci nuovi strumenti per migliorare le diete degli atleti oppure per migliorare la qualità della vita dei pazienti che soffrono di malattie debilitanti.
Profuma l’alito, sbianca il sorriso. Combatte i germi cattivi che causano la carie. E previene persino le malattie del cuore. Secondo una ricerca condotta su 11 000 persone in Scozia, l’abitudine di lavarsi i denti due volte al dì non aiuta soltanto la nostra vita sociale, ma migliora anche la salute del nostro apparato cardiocircolatorio. La storia è vecchia, in realtà. E come spesso accade in medicina, per adesso si tratta solo di un legame statistico, per il quale esistono solo spiegazioni ipotetiche e incerte. Ma vale la pena di rifletterci un po’.
I ricercatori, dicevamo, hanno considerato 11 000 adulti scozzesi. Li hanno intervistati e hanno chiesto loro che abitudini avessero: fumo, attività fisica, dieta. Si sono soffermati sulla loro storia clinica e familiare (cioè, hanno raccolto l’anamnesi). E sull’igiene dentale, chiedendo loro: quante volte dal dentista e quante spazzolate al giorno? Su dieci, sei hanno riferito di andare dal dentista una volta ogni sei mesi e sette su dieci hanno detto di lavarsi i denti almeno due volte al giorno. Poi tutti hanno aspettato otto anni. Alla fine, sugli 11 000, sono stati registrati 555 eventi cardiovascolari di cui 170 fatali. I ricercatori hanno ripulito i dati dagli
altri fattori che aumentano il rischio di malattie (obesità, fumo, storia familiare…) e hanno visto che una cattiva igiene orale è associata a un aumento del rischio del 70%.
Associata, attenzione. Se si tratti davvero di un meccanismo di causa-effetto non lo possiamo dire. Possiamo solo immaginare che nella bocca di chi si lava poco si annidino germi capaci di creare uno stato infiammatorio diffuso (che sarebbe testimoniato dall’aumento di certe proteine specifiche nel sangue) capace, a sua volta, di peggiorare i danni a livello delle arterie. Però, come sottolineano i ricercatori, non si deve neanche trascurare che una cattiva igiene dei denti è più frequente in persone di basso livello socioeconomico che, più spesso, fumano e mangiano male.


Buone notizie: non siamo mai soli, grazie a miliardi di batteri che vivono nel nostro intestino. E la notizia è ancora migliore visto che adesso i nostri compagni di viaggio li conosciamo un po’ meglio, a partire dal loro Dna. La ricerca, condotta da un gruppo internazionale e pubblicato sulla rivista Science, ha svelato il genoma di 178 specie batteriche abitanti nel nostro intestino e dà già un sacco di informazioni utili.

Intanto un po’ di numeri: il numero di cellule batteriche nel nostro intestino è dieci volte superiore al numero di cellule del nostro corpo e, tutte insieme, le specie batteriche che ci portiamo a spasso hanno un genoma cento volte più grande del nostro. Come possiamo pensare che conoscerle sia poco utile? Ci aiutano a digerire il cibo, quindi potrebbero essere collegati a malattie infiammatorie dell’intestino e spiegarci che differenze ci sono tra noi (perché ciascuno di noi ospita batteri diversi). E poi sono coinvolti nella salute del nostro sistema immunitario, per cui il loro genoma potrebbe aiutarci a capire molte condizioni di alterazione dell’immunità e forse anche del cancro. Adesso, lo stesso consorzio vuole proseguire nella ricerca: l’obiettivo è arrivare a 900, tra genomi di batteri e virus. Un’impresa non da poco se si considera che, anche se viviamo tutti i giorni in loro compagnia, molte di queste specie non le abbiamo mai viste al microscopio.

Una telefonata della mamma può diminuire il livello di stress. Forse non è così per le persone adulte o per gli adolescenti, per i quali spesso questi momenti si trasformano in piccoli interrogatori, ma per le bambine una chiamata da parte di mamma funziona come un calmante.
Lo studio pubblicato questo mese su Proceedings of the Royal Society B ha messo infatti in evidenza che l’ossitocina, ormone che promuove un legame tra madre e figlio e fa diminuire il livello di stress, non è solo collegata al contatto fisico come si credeva finora. Basta solo ascoltare la voce della madre per fare innalzare il livello di ossitocina nel sangue e allentare lo stress.
Leslie Seltzer, biologa del Wisconsin-Madison’s Child Emotion Lab, ha pubblicato lo studio che ha preso in esame 61 bambine dai 7 ai 12 anni. Tutte dovevano partecipare ad un evento stressante come parlare pubblicamente davanti a persone sconosciute. Di queste, 19 hanno ricevuto dopo la discussione rassicurazioni da parte della madre con contatto fisico per 15 minuti, altre 20 hanno parlato con lei per 15 minuti ma solo al telefono, mentre le restanti 22 bambine hanno guardato invece un video emotivamente neutrale.

Il livello di stress è stato misurato tramite il cortisolo presente nella saliva, mentre per valutare la quantità di ossitocina sono stati effettuati esami delle urine. Dalle misurazioni le bambine rassicurate dalle madri sia di persona che al telefono risultavano avere livelli ormonali molto simili: ossitocina più alta e cortisolo più basso rispetto alle altre 22, anche se le bambine che hanno ricevuto la telefonata ci mettevano più tempo ad abbassare il cortisolo.
Se la scoperta che l’ossitocina è legata anche alla voce e non solo alla presenza fisica è sicuramente importante, questo studio apre nuove prospettive e anche interrogativi. Il livello di ossitocina si innalza solo perché a rassicurare è la madre? Può esserci un meccanismo simile anche tra animali sociali? La stessa Seltzer si dice interessata ad indagare ancora sulle influenze che possono aumentare i livelli di ossitocina in circolo, nel prossimo test sarà infatti protagonista una lettera di rassicurazioni, firmata sempre da mamma.

Se pensavate di restare ore davanti allo schermo del computer a chattare o navigare su internet a causa dell’insonnia, sappiate che forse è il contrario. Secondo un nuovo studio pubblicato questo mese su Science Translational Medicine è infatti la luce del monitor a ritardare la produzione di melatonina e a stimolare quindi il cervello a rimanere sveglio.

Il nostro cervello possiede infatti un sistema che è regolato da cellule sensibili alla luce, secondo un ritmo circadiano diurno: la melatonina viene soppressa il giorno e rilasciata la notte per promuovere il sonno. In passato si pensava che ad attivare la produzione di melatonina fossero i coni e i bastoncelli della retina. Ma si è visto poi che anche i nonvedenti, che li hanno fuori uso, subiscono il ritmo circadiano. Ci si è allora concentrati su alcuni neuroni della retina che contengono melanopsina. Questi neuroni funzionano anche nelle persone cieche e vengono attivati dalla luce blu. Una volta attivati inibiscono la produzione di melatonina, quindi la luce blu ci tiene svegli. In virtù di questa scoperta sono state create terapie a base di luce blu per chi soffre di depressione invernale e al contrario occhialini che ne bloccano il passaggio per curare l’insonnia. Ma dallo studio pubblicato oggi si vede che le cose sono un po’ più complicate: non sono solo le onde blu a tenerci svegli, ma anche altre onde visibili.
Il neuroscienziato Steven Lockley del Brigham and Women’s Hospital di Boston studia con i colleghi come l’esposizione a differenti tipi di luce influenzi il sonno. Sottoponendo alcuni volontari a luce blu o verde pensava che il risultato sarebbe stato di sveglia per la luce blu e indifferente per la luce verde, dato che quest’ultima non attiva i neuroni a melanopsina ma solo i coni della retina. Invece no: anche se in maniera minore, dopo essere stata assorbita dai coni, la luce verde inibisce la melatonina e dà insonnia. Inoltre la luce fioca in serata, come quella di alcune lampade da lettura o dei monitor, ritardano la produzione di melatonina, rendendo più difficile addormentarsi.
“In conseguenza a questi risultati pensiamo sia da rivalutare l’intero spettro della luce quando si tratti di studiare terapie che si basano sui colori per promuovere l’attenzione o per combattere l’insonnia” avverte infatti lo stesso Lockley. Leggi la news su Science.

Non solo non è scomparsa, ma è anche in crescita. E dove meno te lo aspetti. La sifilide, la malattia venerea che ha imperversato per secoli nell’Europa medievale e a ondate nei secoli successivi, sta rialzando la testa in Cina. Il peggior untore sarebbe l’economia in crescita e l’arrivo di gente sempre nuova e danarosa, i businessman che fanno crescere il mercato della prostituzione e contribuiscono a diffondere l’epidemia anche in famiglia. L’allarme viene dalle pagine del New England Journal of Medicine: nessun paese, dalla scoperta della penicillina, ha mai assistito a una diffusione tanto rapida della malattia, spiegano i ricercatori.
La sifilide è una malattia che ha fatto storia, ma che ogni tanto si ripresenta anche ai giorni nostri, quando si abbassa la guardia e ci si dimentica che il sesso, ahitutti, a volte può essere anche veicolo di malattia. Arrivata a Napoli nel 1495 con l’esercito francese, la sifilide fu chiamata dai napoletani, dagli italiani e poi da tutti gli europei mal francese e poi, riportata verso nord dallo stesso esercito, diventò mal napoletano per i francesi. Nessuno vuole sentirsela attribuire, perché è una malattia particolarmente grave e a volte mortale: dal contagio (che dà sintomi leggeri e solo a livello dei genitali, che a volte passano inosservati), il batterio penetra nel sangue e dopo anni danneggia il sistema nervoso centrale, il cuore, i vasi, gli occhi, il fegato e le ossa. Non
solo: può essere trasmessa dalla madre ai figli, in forma gravissima. Per questo va riconosciuta in tempo, curata con gli antibiotici giusti, ed evitata la sua trasmissione ad altri. Ecco che cosa sta succedendo a Shangai, dove frotte di uomini di commercio contraggono l’infezione dalle prostitute e dai prostituti ventenni, poi la portano alle mogli, tanto che nel 2008, nella zona, nasceva più di un bambino all’ora con la sifilide congenita. Anche in Cina la malattia era quasi del tutto scomparsa negli anni cinquanta, come da noi, ma adesso sembra che non si sia più capaci di bloccarla: non ci sono screening adeguati e lo stigma sociale fa sì che la gente sia riluttante a fare il test. Così adesso il giro di soldi le ha permesso di ripresentarsi con virulenza, nella sua nuova veste di malattia della ricchezza.

Se anche voi qualche volta avete incrociato una persona dal colorito terra bruciata tendente all’arancione e vi siete chiesti il perché di quell’eccessivo utilizzo di lampade a UV, forse oggi abbiamo una risposta. Le docce e i lettini solari possono dare dipendenza, come l’alcol o la droga. Questo è il risultato di uno studio pubblicato dalle ricercatrici del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York Catherine Mosher e Sharon Danoff-Burg.
I raggi UV creano un danno diretto al DNA cellulare e le mutazioni conseguenti possono causare il cancro alla pelle. Uno studio del Committee On Medical Aspects of Radiation in the Environment (COMARE), una commissione di esperti scientifici inglese, ha scoperto che fare docce solari prima dei 35 anni può incrementare il rischio di contrarre un melanoma maligno del 75%. Altri rischi collegati all’utilizzo di lampade UV sono danni oculari, scottature, e da oggi sembra certo anche una forma di dipendenza.

Lo studio condotto da Mosher e Danoff-Burg, finanziato dal US National Cancer Institute e pubblicato su Archives of Dermatology, ha visto come protagonisti 421 studenti di psicologia. A questi è stato dato un questionario simile a quelli che si utilizzano per scovare dipendenze da droghe o alcol, ma come tema avevano i lettini solari. Il 56% degli intervistati faceva uso di lettini solari per abbronzarsi. Di questi più del 20% aveva sviluppato da questa attività una sorta di dipendenza psicologica. In questo 20% erano presenti inoltre soggetti con maggiori livelli di ansia e maggior consumo di alcol e marijuana. È importante tenere conto di questi aspetti in previsione di campagne nazionali che vogliano educare le persone ai rischi dei raggi UV. Inoltre presto saranno eseguiti degli approfondimenti per capire se vi possa essere una relazione tra ansia e dipendenza da lettino solare.
Tra le domande che sono state fatte agli studenti ne troviamo alcune abbastanza inquietanti, come: ti sei mai sentito in colpa per aver abusato dell’utilizzo di docce o lettini solari? Quando ti svegli la mattina senti il bisogno di fare un lettino solare? Pensi di aver bisogno di passare molto più tempo a fare lettini solari per mantenere perfetta la tua abbronzatura? Hai mai perso un appuntamento sociale o di lavoro per una scottatura creata da un lettino solare? Se le vostre risposte sono positive fate attenzione, siete sulla buona strada per sviluppare una dipendenza da docce solari.

Per i serial killer sono tempi duri. Se fino ad oggi dopo ogni delitto dovevano preoccuparsi di non lasciare tracce di DNA e impronte digitali, in futuro dovranno anche occuparsi di eliminare ogni traccia batterica lasciata, e non sarà altrettanto facile.
Noah Fierer, biologo dell’Università del Colorado, si occupa di mappare la composizione batterica di diversi distretti dell’organismo. Finora ha evidenziato 24 piccoli ecosistemi, chiamati microbiomi, in cui i batteri aiutano la vita dell’uomo difendendolo dall’aggressione di patogeni o stimolando la normale attività digestiva. Ogni persona possiede ecosistemi esclusivi, a seconda della loro composizione batterica: anche tra due gemelli questi sarebbero diversi. Il microbioma che si trova sui polpastrelli ha attirato in particolare l’attenzione di Fierer, infatti dopo aver toccato una superficie l’impronta batterica rimane presente per due settimane circa. Inoltre le colonie batteriche sono stabili nel tempo e ricompaiono tali e quali anche dopo il lavaggio delle mani.
Tra due individui qualsiasi solo il 13% della popolazione batterica è in comune, e proprio dall’unicità di queste popolazioni batteriche e dalla variabilità interindividuale molto alta Fierer sta pensando di sviluppare un kit che possa servire a smascherare un killer anche in assenza di DNA o impronte digitali.
Nel suo studio pubblicato su Pnas questo mese Fierer ha raccolto campioni da tre tastiere diverse e poi dai polpastrelli dei proprietari dei computer. Anche un campione esiguo riesce a far corrispondere in modo univoco tastiera-proprietario. A questo punto i ricercatori sono passati a nove campioni sul mouse e nove campioni dei rispettivi proprietari. Poi hanno raccolto batteri dai polpastrelli di 270 persone che non avevano niente a che fare con quei computer, per verificare l’unicità del microbioma. Anche in questo caso con risultati ottimi, cioè di corrispondenza certa come per il test precedente.
Si tratta comunque di uno studio preliminare, infatti la genetista Elizabeth Grice, del National Human Genome Research Institute (USA) mette le mani avanti: “A questo punto della ricerca è difficile determinare quanto unico sia il microbioma di una persona, perché i campioni completamente caratterizzati finora sono ancora pochi”. Per Fierer è solo questione di tempo: quando i microbiomi saranno stati studiati abbastanza da definirli unici come le impronte digitali, il kit alla CSI sarà disponibile in breve. I serial killer sono avvertiti, e intanto possono leggere la news su Science.


Sarà piccino, ma non è mica scemo. Ti guarda, ti ascolta e ti capisce, anche se ha sette mesi e non sa nemmeno parlare. Del resto, non è solo con le parole che noi adulti comunichiamo i nostri stati d’animo, no? Lo ha dimostrato uno studio appena uscito su un’importante rivista per neuroscienziati, Neuron, e l’idea che si sono fatti i ricercatori è che sia così per la grande importanza evolutiva della comprensione delle emozioni: tra i nostri antenati, cioè, chi era più capace di empatia, e stava meglio insieme agli altri, viveva più a lungo e più felicemente e si riproduceva di più.

Ma come fanno a capire se l’adulto è triste o allegro? Non possono certo utilizzare gli strumenti che impareranno a usare da grandi. Per capirlo, gli scienziati hanno preso un gruppo di piccoli tra i 4 e i 7 mesi di età, li hanno messi in braccio a un genitore e hanno acceso gli altoparlanti: un po’ ne uscivano voci, un po’ suoni di altro tipo, e poi frasi cariche di emozione. Intanto, con uno strumento non invasivo e del tutto innocuo, zitti zitti si sono messi a osservarne il cervello e a seguire il flusso del sangue verso le sue diverse zone. Quel che si è visto è che tra i bambini di 4 e quelli di 7 mesi c’è una bella differenza: mentre i più giovani hanno un’altra strategia e trattano le voci come tutti gli altri suoni ambientali, i più grandi utilizzano il cervello come noi e riconoscono il parlato con gli stessi strumenti cerebrali degli adulti. Per esempio, le zone anteriori del cervello, che sono coinvolte in funzioni superiori come la pianificazione e la decisione, rispondono di più alle frasi pronunciate in modo allegro piuttosto che arrabbiato. E siccome il mammese, cioè la lingua cantilenata che gli adulti parlano ai loro piccoli, ha toni cantilenati e rilassanti, probabilmente la chiave è proprio in quella parte di cervello. L’importante, spiegano gli scienziati, è che i nostri piccoli siano in fretta capaci di riconoscere un adulto amichevole da uno da cui difendersi, aggressivo e pericoloso.