L’uccellino è vivo o morto? Se avete passato l’età dei giochi in braccio ai nonni, probabilmente è l’ora di chiederlo a un neuroscienziato. Il quale, a sua volta, lo chiederà… a un uccellino! Anzi: a un pulcino, per la precisione, che da qualche anno in qua è diventato uno degli oggetti di studio più popolari tra chi si occupa di mente e cervello. Stavolta la domanda è: come si fa a riconoscere se un oggetto è vivo o inanimato? La risposta ha avuto il suono di un pigolio.
I ricercatori dell’università di Trento hanno preso alcuni pulcini subito dopo la schiusa delle uova. Perché? Perché pulcini così piccoli mostrano il fenomeno dell’imprinting, cioè imparano a riconoscere e a tenere al centro della propria attenzione i primi oggetti che vedono appena si affacciano al mondo: è imprinting quello che li lega alla loro mamma, ma se invece di quella vera, subito dopo la nascita, viene mostrato loro un signore alto con la barba, i pulcini lo considereranno mamma anche se non ha piume, becco e ali. Tra i tanti oggetti che hanno davanti, però, prendono per mamma solo uno quelli che si muovono, dimostrando in questo di non avere un’idea tanto diversa dal filosofo Aristotele quando si tratta di distinguere le cose vive dalle cose non vive. Ma veniamo al dunque. I ricercatori hanno mostrato ai pulcini due oggetti: uno si muoveva di moto proprio e il secondo cominciava a muoversi dopo aver sbattuto col primo. La mamma, per i pulcini, era indubbiamente la prima.
Ok, si sono detti gli scienziati: i pulcini considerano vivo un oggetto che si muove di un movimento proprio che non deriva dall’interazione con l’ambiente. Però non sarà che i pulcini scelgono così perché capiscono che c’è una relazione di causa effetto tra l’urto e il movimento del secondo oggetto? Cioè: che cosa succede se tra l’urto e il movimento passano un po’ di secondi, così da non far credere ai pulcini che il secondo oggetto si sia mosso solo perché colpito dal primo? Potrebbe muoversi di moto proprio anche il secondo oggetto, in questo caso. Oppure: che cosa succede se i due oggetti si muovono indipendentemente, separatamente, ma i pulcini non vedono l’urto tra loro? In entrambi i casi, i pulcini non hanno preferenze precise, come succedeva invece nel primo esperimento. E così hanno dimostrato che la percezione del movimento è fondamentale nel riconoscimento degli oggetti viventi e che questa è una caratteristica innata, che non ha niente a che vedere con l’educazione e l’apprendimento.
Tutti noi possediamo codici d’accesso e password: per leggere le mail, per l’utilizzo delle operazioni bancarie online, per proteggere i nostri dati. Ma se tra le vostre password sono presenti 123456 o iloveyou o princess è proprio ora di cambiare. Queste sono solo alcune delle password più craccate in assoluto. Imperva, azienda che si occupa di sicurezza dei dati, ha pubblicato un recente studio intitolato "le peggiori pratiche dei consumatori sulle password". Questo report mette in evidenza quanto possiamo essere prevedibili nello scegliere le password, e quindi facili prede degli hacker.
La fretta e la scarsa fantasia, insieme alla scelta di nomi famigliari facili da ricordare sono sicuramente i motivi principali di creazione di parole chiave troppo semplici da scovare. "Per quantificare il problema, la combinazione di password facili e possibili attacchi da parte di hacker significa che servono solo 17 minuti per craccare 1000 account", afferma il report di Imperva.
Per proteggere meglio i nostri dati sono riferiti alcuni accorgimenti da seguire, per esempio la password deve contenere almeno otto caratteri, di 4 tipologie diverse: lettere, numeri, segni di punteggiatura e simboli. Questi ultimi meglio non metterli in testa o alla fine della password. Scordatevi poi nomi di persone, date o parti del vostro indirizzo email. A questo punto potrebbe diventare difficile memorizzare la password, il guru della sicurezza informatica Bruce Schneir suggerisce quindi un trucco: trasformare una frase in parola chiave, per esempio "Now I lay me down to sleep" diventa così nilmDOWN2s.
A tavola in famiglia. Lo guardate, quel signore con la barba e la faccia simpatica, e vi sembra di averlo già visto. Intanto lui vi osserva, fa un sorriso imbarazzato, e pensa la stessa cosa: dove l’ho già incontrato questo ragazzo? Tranquilli, la spiegazione è in una nuova ricerca: la capacità di ricordare un viso è una facoltà ereditaria e quindi anche il problema che ne deriva quando è scarsa. Se vostro padre non si ricorda mai i nomi dei vostri amici, probabilmente nemmeno voi avrete in mente quelli dei suoi. Ed è già qualcosa che vi riconosciate tra voi, mentre sedete allo stesso tavolo a cena.
Ecco come funziona: ci sono quelli che non dimenticano mai una faccia. Quelli che se le dimenticano sempre (in questo caso si parla di prosopagnosia e non è uno scherzo come quello del padre e del figlio qui sopra). E tutti gli altri, più o meno nel mezzo. Tutto questo non ha niente a che vedere con il Q.I. Considerate che oggi si descrive l’intelligenza come se fosse un coltellino svizzero: uno strumento multiuso da impiegare in diverse situazioni, con abilità diverse in cui il nostro coltellino svizzero può essere più o meno utile. Per esempio, si può essere molto dotati dal punto di vista linguistico e meno dal punto di vista matematico o viceversa. Nel caso del riconoscimento delle facce la questione è tanto diversa da persona a persona probabilmente perché è guidata da geni specializzati piuttosto che da geni generalisti. Questo spiegherebbe perché ci sono malattie ereditarie caratterizzate da difetti forti di questa capacità e perché esistono condizioni in cui il Q.I. e certe abilità cognitive sono tanto dispari tra loro: la dislessia, in cui persone intelligenti hanno difficoltà a leggere, o la sindrome di Williams, in cui persone con basso Q.I. hanno eccellenti abilità verbali.
Per studiare la questione sono stati considerate 102 coppie di gemelli identici (quindi con tutti i geni in comune) e 71 coppie di gemelli biovulari (metà dei geni in comune, come tutti i fratelli). I soggetti sono stati messi di fronte a uno schermo con immagini di volti e si sono confrontati i risultati per coppia di fratelli. Si è visto così che i risultati dei gemelli monovulari erano molto più simili tra loro rispetto a quelli dei fratelli gemelli diversi, a suggerire un contributo importante (stimato nel 40%) della genetica. Adesso, alla prossima festa di capodanno, se vi farete presentare tre volte la stessa persona, saprete che cosa raccontare per giustificarvi.
Lo scimmione si fa bello. Si trucca e si ingioiella nella sua grotta. E, nel farlo, dimostra a tutti di non essere poi così primitivo. È l’ultima scoperta sull’uomo di Neandertal, appena pubblicata sulla rivista scientifica Pnas da un gruppo di archeologi tra cui un italiano. Il gruppo infatti ha trovato in una caverna spagnola gioielli e pigmenti per il corpo, segno di una capacità di pensiero simbolico che finora non era mai stata riconosciuta.
I siti archeologici della Cueva de los Aviones e della Cueva Antón sono stati abitati dai cugini Neandertal 50 000 anni fa, diecimila anni prima dell’arrivo dei nostri antenati: gli scavi odierni vi hanno rinvenuto diverse conchiglie marine perforate e colorate, molto probabilmente ornamenti per il corpo, e colori ottenuti da minerali probabilmente usati per il body painting. Non è la prima volta che succede, ma in tutte le circostanze precedenti non era stata tanto certa l’attribuzione ai Neandertal piuttosto che ai Sapiens.
La cosa può essere curiosa, se pensiamo ai Neandertal come ai nostri cugini estinti che evidentemente ci assomigliavano più di quanto non pensassimo: può essere interessante sapere che non siamo gli unici a imbellettarci per sembrare più belli. Ma è soprattutto importante perché significa che i Neandertal avevano capacità cognitive simili alle nostre e un comportamento organizzato in simboli. Non più scimmioni stupidi, ma una specie capace di pensare, insomma. E persino di essere un po’ vanitosa.
Non c’è niente di più contagioso, niente di più inarrestabile, niente di più veloce a diffondersi di un’epidemia di sbadigli. È dimostrato: parte il primo e tutta la classe si trova in pochi secondi a bocca aperta. Ma che significato ha lo sbadiglio? Ed è un tratto solo umano? Una ricerca italiana ha contato 3300 sbadigli di un gruppo di babbuini per dare una risposta a queste domande e ho mostrato il rapporto tra struttura sociale e tendenza allo smascellamento.
Il contagio da sbadiglio negli uomini è stato infatti più volte collegato alla capacità di empatia e a quei neuroni che, nel nostro e nel cervello dei primati, riflettono il comportamento degli altri per permetterci di capirlo ed eventualmente di imitarlo: i neuroni specchio. Più si è emotivamente legati agli altri, più li si segue quando spalancano la bocca, insomma. Ma la nuova ricerca ha permesso di capire che anche i babbuini gelada sono suscettibili allo sbadiglio degli altri e che il contagio avviene più facilmente tra animali socialmente vicini tra loro, tra quelli, cioè, che si spulciano a vicenda (un comportamento che i primatologi chiamano grooming e suggella l’amicizia tra le scimmie). In particolare, poi, femmine e maschi hanno sbadigliato in modo diverso: le prime, che nel mondo dei babbuini hanno un ruolo fondamentale nel gruppo e sono il vero legante sociale, sono più sensibili al contagio. I maschi meno. Ma il contagio da sbadiglio è così potente che, anche per i babbuini, funziona persino sentendo il verso di un compagno che fa yawnnnnnn… E scommettiamo che voi, solo per aver letto quelle lettere in fila, avete cominciato a sentire una strana voglia ovattata dietro le orecchie, come se proprio non riusciste a trattenervi dal chiudere gli occhi e spalancare la bocca?
Un cuoco con quattro mani è sicuramente avvantaggiato. Purché le sappia usare. Per esempio, uno scimpanzè delle Nimba Mountains, in Guinea, è stato visto usare due utensili per tagliare un frutto in porzioni piccole: una pietra e un pezzo di legno. Non è il primo che maneggia gli strumenti da cucina nella foresta, però è il primo che sia stato visto utilizzare indifferentemente due diversi oggetti per raggiungere lo stesso scopo. Proprio come un cuoco dei nostri, di quelli con due mani, che per fare il battuto può usare il coltello a mezzaluna o il robot da cucina.
In passato, infatti, si erano visti primati impiegare pietre come martelli per aprire noci e noccioline, oppure bastoncini per stanare le termiti di un termitaio. Stavolta un gruppo di primatologi inglesi giapponesi si è appostato per un mese nelle foreste africane per vedere come se la cavava il cuoco quadrumane con l’enorme frutto di una pianta chiamata treculia, che ha le dimensioni di un pallone e pesa otto chili e mezzo (come questo qui a fianco). E quello che hanno visto è che lo appoggiava su un’incudine di pietra e, con una specie di ascia di legno o con un’altra pietra, lo colpiva fino a farlo a pezzetti. Un comportamento inedito che, per di più, non sembra appartenere a scimpanzè di altre zone. Questo indica che anche i primati nostri cugini possono impiegare strumenti diversi e possono insegnare l’un l’altro come fare. Non solo: ci fa capire molte cose sulle origini dei nostri comportamenti, tanto che meno di un anno fa si è ufficialmente presentata una nuova disciplina che studia proprio l’impiego di utensili da parte delle scimmie: l’archeologia dei primati.
Sono una delle attrazioni di San Francisco: i leoni marini che dal 1990 "abbaiano" e se la spassano sul Molo 39 del porto della città californiana fanno parte della tradizione cittadina e sono un soggetto obbligato per le foto dei turisti. Ma nelle ultime settimane sta succedendo qualcosa di strano. In dicembre sul Molo 39 gli esemplari sono arrivati a essere più di 1.500: un record assoluto, per la gioia dei turisti e l’interesse dei biologi marini. Ma improvvisamente sono scomparsi quasi tutti, nel giro di poche ore, e solo una dozzina di esemplari giovani sono rimasti a tenere compagnia ai turisti.
Due misteri. Perché così tanti tutti insieme, e perché sono spariti? I biologi credono che il motivo sia il cibo. Secondo Jeff Boehm del Centro per i mammiferi marini della California, "Probabilmente se ne sono andati per cercare una nuova fonte di cibo" e ora stanno seguendo il loro piatto preferito: sardine e acciughe. In fondo ogni autunno gli adulti si spostano verso le colonie delle isole Channel, nella California del Sud, dove si riproducono. I giovani invece possono muoversi più liberamente e spostarsi più lontano.
Stavolta pare proprio che si siano spostati a Nord: pochi giorni fa una colonia di quasi duemila leoni marini è stata avvistata lungo le coste dell’Oregon. Quello che è forse più difficile da capire è il motivo per cui così tanti di loro si erano ritrovati a San Francisco. Probabilmente, continua Boehm, il cibo è anche "il motivo che li ha tenuti qui sul molo in precedenza". Tuttavia di una cosa Boehm si dice certo: non c’è da preoccuparsi, in primavera torneranno al loro posto, sul Molo 39. Sempre che non finiscano per preferire qualche molo o spiaggia del verde Oregon.
Sesso ed evoluzione guardano il mondo con occhi diversi. Secondo un recente studio del biologo evoluzionista Tristan Long dell’Università della California, pubblicato su PLOS Biology, non sempre la scelta individuale del partner va di pari passo con la scelta migliore per il protrarsi della specie, almeno quando a scegliere è il maschio. Le femmine infatti scelgono il partner in base a caratteristiche fisiche o abilità che garantiscano loro una prole vitale e competitiva: la coda più bella per il pavone, la criniera più folta per il leone.
Quando invece la scelta spetta al maschio, non sempre le cose vanno in modo così lineare. Nello studio di PLOS è stato osservato il comportamento sessuale dei moscerini della frutta, la solita Drosophila Melanogaster, nella quale la scelta del partner viene compiuta dal maschio della specie.
I moscerini della frutta sono dei corteggiatori estenuanti, e nel periodo dell’accoppiamento insidiano continuamente le femmine, impedendo loro addirittura di alimentarsi in modo normale. Questo atteggiamento aumenta lo stress nelle femmine, e cala di conseguenza il numero di uova deposte. Se il moscerino avesse un corteggiamento meno serrato, otterrebbe dalle femmine più uova e quindi una maggiore variabilità genetica, con un successo maggiore in termini di evoluzione.
Si è visto che, quando messi a contatto con femmine di diversa dimensione i moscerini sceglievano sempre le femmine più grasse, a scapito degli esemplari più proporzionati e sexy. Per quale motivo? Le femmine più grasse, anche se insidiate dal maschio, depongono in media quattro uova in più rispetto alle femmine più piccole. Se la scelta migliore in termini evolutivi sarebbe quindi un accoppiamento minore con le femmine grasse, la scelta dei moscerini permette loro di mantenere un comportamento dissoluto, senza danneggiare troppo la specie. Leggi la news su Science e l’articolo su PLOS Biology.
Mai offrire da bere a una mosca. All’inizio sarà eccitata, volerà come una pazza. Poi rallenterà e sarà sempre più assente. A meno che non abbia una particolare mutazione genetica. Bene. E a tutti noi, che non abbiamo nemmeno mai immaginato di poter avere a che fare con una mosca ubriaca, questa brillante osservazione che cosa ci dice? Ci dice che la sensibilità all’alcol è (anche) genetica e che non siamo tutti uguali di fronte a un bicchierino di whiskey. Mosche o umani, fa lo stesso.
Un gruppo di ricercatori americani ha infatti scoperto, nei moscerini della frutta, la presenza di una mutazione genetica che permette di essere più resistenti agli effetti dell’alcol. Mettendo le mosche in un tubo e insufflando dentro vapori di alcol, hanno cioè visto che chi non possedeva la variante sbandava per qualche minuto, accelerava e sembrava eccitata, poi piano piano cominciava a cadere all’indietro, completamente ubriaca. Al contrario, chi possedeva la variante genetica, se la cavava abbastanza bene per una mezz’ora, prima di cominciare a sentire gli effetti dell’alcool. Le stesse mosche hanno anche mostrato una particolare resistenza persino a cocaina e nicotina: per questo i ricercatori, facendo il verso a una canzone psichedelica degli anni sessanta, hanno chiamato la variante white rabbit (cioè coniglio bianco). Secondo loro, sarebbe un punto chiave della catena molecolare che controlla le risposte comportamentali all’alcol e sarebbe presente anche negli esseri umani. Da qui, si aprono molte prospettive per la ricerca sull’alcolismo e sulle dipendenze e sulla caccia a farmaci adeguati per il trattamento di queste condizioni.
Niente da fare: in Europa, di droga, ne gira a secchiate. E servono a poco gli sforzi delle campagne contro la cocaina e l’eroina: solo la cannabis sta un po’ passando di moda, mentre le nuove droghe sintetiche sono sempre più facili da trovare in giro, anche grazie alla vendita on line. È la sostanza del rapporto 2009 del Emcdda (European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction): l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, fondato nel 1993 e con sede a Lisbona.
Ecco i numeri della tossica Europa: 74 milioni di adulti (cioè circa il 22% della popolazione) ha fumato almeno una canna. Nell’ultimo anno sono stati 22,5 milioni e nell’ultimo mese 12 milioni, ma pian piano, in certi paesi, sembrano diminuire. Per la cocaina sono stati almeno 13 milioni gli europei che l’abbiano provata almeno una volta (cioè quasi il 4%), poco meno quelli che hanno calato una pasticca di anfetamine (il 3,5% degli adulti europei) o di extasy (il 3,1%). Solo che, negli ultimi anni, queste tre droghe sono rimaste stabili sul mercato, continuando a vendere bene come sempre. I consumatori di oppiacei, come l’eroina, sono molti di meno (tra 1,2 e 1,5 milioni di europei), solo che rappresentano i tre quarti dei decessi per droga. E poi non dobbiamo dimenticare i cosiddetti poliabusi, cioè la combinazione di più droghe.
Ma la vera sostanza del rapporto è che la cocaina (sempre più diffusa tra professionisti e gente, sedicente, per bene) sta aumentando nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni, soprattutto nel nostro paese che si crede benestante come in Danimarca, Irlanda, Regno Unito e Spagna. Sta anche diminuendo la sua qualità e probabilmente stanno cambiando i traffici che la portano qui. Non solo, stanno aumentando i casi di intossicazione grave acuta da droga e le morti da abuso, per la prima volta dal 2004. E poi ci sono tutte le nuove droghe sintetiche, che cambiano di continuo e vanno per mode, come se come se fosse da fighi averle in tasca.