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Argomento: astronomia

Quanta acqua su Marte!

Quei due lassù ci danno un sacco di soddisfazioni. Sono le sonde Spirit e Opportunity della Nasa, che trotterellano sulla superficie di Marte dal gennaio 2004 e che continuano a darci informazioni sul Pianeta Rosso: l’ultima, appena pubblicata sulla rivista Science, riguarda l’annosa questione della presenza di acqua, che secondo gli ultimi dati sarebbe stata presente in grandi quantità tanto da lasciare segno della sua presenza sottoforma di rocce ricche in carbonati.

Questo dato arriva da Spirit, cioè, delle due sonde, quella che si è persa e che non è più rintracciabile dagli astronomi. Infatti la scoperta risalirebbe al 2005, ma quei dati erano stati parzialmente offuscati dalla polvere che aveva ricoperto il rover e solo ora si è riusciti a ricalibrare gli strumenti per rimuovere l’effetto polvere e analizzare la questione così come Spirit ce l’aveva descritta. Così si è visto che i carbonati non sono presenti solo in piccole tracce, come si pensava fino a oggi, ma sono presenze importanti, che costituiscono fino al 25% in peso di alcune rocce, cioè dieci volte la quantità stimata in precedenza. Una quantità tale, hanno spiegato gli scienziati, da far pensare a grandi quantità di acqua e probabilmente anche a una temperatura sensibilmente più alta di quella che finora si credeva: il Pianeta Rosso di un tempo doveva anche avere un’atmosfera spessa, quasi un effetto serra, e condizioni favorevoli alla vita, che ancora cerchiamo.

 

La fenice non risorgerà

La fenice della NASA non risorgerà dalle sue ceneri. La sonda spaziale Phoenix infatti ha esalato l’ultimo respiro; le ultime parole scritte per lei, non ad un funerale ma via Twitter dall’ufficio stampa del Jet Propulsion Laboratory, sono state “Da tutta la squadra: sogni d’oro Phoenix. Un capitolo si chiude ma molti altri aspettano di essere scritti grazie a quello che tu hai scoperto”.

Infatti la sonda Phoenix ha raggiunto nel maggio del 2008 il Polo Nord di Marte. Durante i mesi di servizio doveva scovare la possibile presenza di acqua sul pianeta rosso: usava le sue braccia meccaniche per scavare solchi sul suolo ghiacciato. Tra le prime scoperte ci fu la conferma di presenza di ghiaccio derivante dall’acqua sulla superficie di Marte. La sonda trovò infatti tracce di una sostanza chimica chiamata perclorato, conosciuto sulla Terra come contaminante delle acque.

Una volta sopraggiunto l’inverno marziano, senza la presenza del Sole che le dava energia grazie ad alcuni pannelli solari, le comunicazioni si sono interrotte. La scorsa settimana è iniziata l’estate su Marte, ma ancora nessun segno. Un’immagine scattata dalla navicella Mars Reconnaissance Orbiter, al contrario, ha messo in evidenza che il ghiaccio accumulato sulla navicella Phoenix ha piegato e messo fuori uso per sempre i suoi pannelli solari.

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È un pianeta per vecchi

Due vecchietti nello spazio: uno su Marte e uno in orbita intorno alla Terra. Due vecchietti in gran forma che continuano a lavorare per noi. Sono la sonda Opportunity e il vettore Ariane 5, rispettivamente a 2300 giorni di esplorazione del suolo marziano (il nuovo record assoluto) e a cinquanta voli, l’orgoglio dell’Agenzia spaziale europea nonostante la falsa partenza di quattordici anni fa.

Opportunity è il rover della Nasa atterrato su Marte (quindi, secondo qualcuno, ammartato) nel gennaio del 2004, a poche settimane di distanza dal fratello Spirit. A quest’ultimo le cose andarono peggio, perché dopo qualche mese si è perso nell’inverno marziano: il Sole troppo basso all’orizzonte non

gli ha permesso di ricaricare le batterie e le comunicazioni con la Terra si sono interrotte. Adesso gli scienziati aspettano di capire se potrà tornare a funzionare (ma ha anche due ruote rotte ed è parzialmente insabbiato). Opportunity, invece, non ha mai smesso di mandare sulla Terra informazioni utili. Avrebbe dovuto lavorare solo tre mesi, ma è stato molto più solerte: insieme al fratello ha mostrato la presenza di sale dove un tempo c’era un mare e ha fotografato i mirtilli di ematite, che potrebbero essere i resti di una qualche attività organica. E adesso si sta dirigendo verso un grande cratere, trotterellando sulla sabbia marziana mentre infrange il record della sonda Viking 1, più o meno come fa il rover in questa foto.
 
Ariane 5 è un vettore che posiziona in orbita i satelliti per le telecomunicazioni. Per la cinquantesima volta è partito per lo spazio, dalla base di Kourou, nella Guyana francese. Ma la sua storia è stata difficile: il primo lancio, nel 1996, fu un fallimento, perché a causa di un errore della progettazione del software il razzo si autodistrusse in meno di un minuto. Anche il secondo non andò bene: il motore si spense in volo. Alla terza, si riuscì a fargli fare un volo sicuro e nel 1999 avvenne il primo lancio commerciale. Da allora, si è imposto come un mezzo affidabile e ha assunto la leadership del mercato dei lanci dei satelliti.

 

 

Extraterrestri silenziosi

Gli uomini hanno sempre pensato che gli extraterrestri siano una versione più tecnologica ed evoluta del genere umano. Il progetto internazionale che ha come scopo la comunicazione con forme di vita extraterrestri, il SETI, fino ad oggi ha basato soprattutto la sua attività sull’immissione di segnali radio nello spazio cosmico.

Questo perché negli 1960, quando il progetto fu varato, la tecnologia moderna era appunto rappresentata dalle onde radio sfruttate per i televisori. Nel 2010 però progressivamente questa tecnologia sta andando in disuso: i segnali digitali caratterizzano le TV di oggi. Radar militari e cellulari trasmettono attraverso migliaia di canali diversi, creando un rumore indistinguibile agli eventuali orecchi di ET. Nel complesso la Terra sta diventando un pianeta più silenzioso, meno udibile da parte degli extraterrestri.

feat_seti_openerPensando che loro siano un passo avanti nella tecnologia, i responsabili del progetto SETI cominciano a mettere in discussione l’utilizzo delle onde radio per la comunicazione con altre forme di vita. Se loro non possono sentirci, come possiamo noi sentire loro?

I ricercatori stanno quindi spostando la loro attenzione su apparecchiature che utilizzino mezzi alternativi per comunicare la nostra presenza agli ET, come le onde elettromagnetiche e segnali luminosi laser. Ma non tutti sono d’accordo sull’utilizzo di nuovi mezzi per svecchiare il progetto SETI, mettendone in discussione la sua reale efficacia.

Secondo Paul Davies, fisico del Arizona State University (USA), per esempio, la possibilità di contattare gli extraterrestri al di là di qualche dozzina di anni luce è poco credibile. A suo parere bisogna spostare l’attenzione su quelli che al contrario possono essere segnali di presenza aliena già avvenuti in passato nel cosmo o sulla Terra: anomalie biochimiche o geologiche sul nostro pianeta o comete e stelle con spettri luminosi alterati nell’universo. Leggi su Science News i dettagli dei progetti su cui sta puntando il SETI oggi.

Basta con il Big Bang

C’era una volta una stella gigante che collassò. Nella sua implosione stipò così tanta energia e massa assieme da creare un ponte spazio-temporale con un altro universo. All’interno di questo ponte ha poi avuto origine il nostro universo. Non è una favola per bambini, ma secondo il fisico Nikodem Poplawski, della Indiana University (USA), la teoria più probabile di come abbia avuto inizio il nostro mondo.

WormholeQuesta teoria riuscirebbe a spiegare alcune anomalie fisiche che lo caratterizzano, infatti i matematici non sono ancora riusciti a riunire in un’unica formula la forza di gravità con le altre tre forze presenti: forza debole, forza forte ed elettromagnetismo. Un’altra anomalia è rappresentata dall’energia oscura che sembra far espandere l’universo, nonostante la presenza della forza di gravità.

Questa teoria sposta l’inizio dell’universo a prima del Big Bang, secondo cui in un solo istante circa 13.7 miliardi di anni fa ha avuto origine il cosmo. “Dobbiamo considerare” dice Poplawski “che esistesse qualcosa prima del Big Bang”. Secondo i calcoli di Poplawski, pubblicati su Physics Letters B, il collasso di una stella gigante avrebbe creato un ponte di comunicazione tra due universi, e il nostro sarebbe nato all’interno di questo canale spazio-temporale.

Non mancano le controversie: secondo il cosmologo Martin Bojowald della Pennsylvania State University (USA) questa teoria è artificiosa e non può essere provata. Al contrario il fisico Eduardo Guendelman della Ben-Gurion University (Israele) trova questo studio ispirante e si sta concentrando sui calcoli che dimostrino che possa esistere abbastanza massa da generare un tunnel gravitazionale di quel tipo. Leggi la news su Science.

Davvero figli delle stelle?

Un cocktail spaziale: ecco le origini della vita sulla Terra. Almeno secondo gli scienziati che portano a ennesima conferma della loro teoria la scoperta di acqua gelata e molecole organiche sulla superficie di un asteroide. È la prima volta, sottolineano, che si fa una scoperta di questa portata: tutti gli ingredienti della vita, ben shakerati e offerti con ghiaccio agli astronomi che studiano il nostro Sistema solare.

Sì, è la prima volta, perché in precedenza gli scienziati erano andati a cercare (e avevano trovato) questi cocktail solo nelle comete. Ma un tempo si separavano nettamente le comete, con la loro coda di ghiaccio e polvere, e gli asteroidi, rocciosi e, si diceva, asciutti. Poi, quattro anni fa, la distinzione ha cominciato a essere meno netta e perché si sono visti oggetti con la coda nella cintura degli asteroidi. Allora un gruppo di astronomi americani si è messo a studiare col telescopio a infrarosso l’asteroide 24 Themis, parente di quegli oggetti visti nel 2006, che gira sulla sua orbita con un periodo di sei anni. Ed ecco che il Life on the rocks, con tutti i suoi preziosi ingredienti, è stato visto anche lassù. Perché è importante? Intanto perché è la prova del fatto che esiste acqua nella cosiddetta cintura degli asteroidi. Poi, più in generale, perché conforta le idee di chi pensa che gli asteroidi e le comete siano le sorgenti dell’acqua e delle molecole organiche che hanno dato origine alla vita sulla Terra: precipitate sul nostro pianeta dallo spazio a bordo di un asteroide, si sarebbero organizzate a creare la vita. 

Non c’entra mica la Luna

Si chiamano tutti e due ciclo, durano entrambi poco meno di un mese e entrambi sembrano avere pessimi effetti sull’umore. Che cosa hanno in comune il ciclo mestruale con quello lunare? Secondo la leggenda il secondo influenzerebbe il primo. Ma secondo la scienza, non è affatto così. Lo spiegano bene gli autori di Dalla Luna alla Terra. Mitologia e realtà degli influssi lunari (Bollati Boringhieri, 2010), due fisici e un medico, tutti e tre o giornalisti o divulgatori, che ripercorrono in duecento pagine scorrevoli e intelligenti le leggende sui presunti effetti della Luna su di noi che abitiamo sulla Terra.

Cominciamo dalle questioni femminili. Chiedetevi, intanto, se tutte le ragazze che conoscete hanno le mestruazioni contemporaneamente, come dovrebbe essere se a influenzarle fosse la Luna, che è la stessa per tutte. Poi pensateci un attimo: il ciclo lunare è di 29,5 giorni, quello mestruale è di 28. Mica tanto uguali. E poi, se non siete convinti, spulciate la letteratura scientifica: troverete che tutti i dati a diposizione, anche quelli di chi è riuscito a identificare una qualche correlazione statistica apparentemente in grado di corroborare l’ipotesi, sono in grave contraddizione tra loro. Spiacenti, ma le mestruazioni sono un fenomeno umano e la Luna non c’entra niente. Così come non c’entra niente col sesso del figlio che vostra cugina porta in pancia, con il cattivo umore di vostra nonna, con gli esiti dell’intervento chirurgico del vostro vicino di casa. E, attenzione, ha pochissimo a che fare persino con la qualità del vino che bevete e con la folta chioma degli alberi del giardino della scuola. Che fa la Luna in ciel ve lo diranno, forse, gli astronomi e i poeti.

 

Dalla Luna alla Terra. Mitologia e realtà degli influssi lunari
Marta Erba, Gianluca Ranzini e Daniele Venturoli
Bollati Boringhieri, 2010
18,00 euro

 

Metano a pieni polmoni

Toglietevi il cappello. E preparatevi a riscrivere i libri di biochimica. C’è un batterio di nome Methylomirabilis oxyfera capace di produrre ossigeno in un modo inatteso e di sopravvivere, grazie a questo trucco, negli ambienti che non lo contengono naturalmente. E dopo che ci siamo complimentati con il batterio e abbiamo riscritto i libri di biochimica? Beh, per esempio, possiamo studiare modi nuovi di produrre ossigeno copiando questo sistema, per averne da respirare in un qualsiasi punto del sistema solare.

Fino ad oggi, lo sanno anche i bimbi di prima, si conosceva la fotosintesi clorofilliana, con cui microbi e piante con la clorofilla utilizzano l’energia solare e rilasciano ossigeno come rifiuto. Poi i biochimici avevano imparato che esistono altre due vie metaboliche con cu le cellule producono ossigeno, prendendolo da sostanze che lo contengono. La scoperta appena pubblicata su Nature è avvenuta studiando i batteri che vivono nel fango dei canali olandesi, immersi in una poltiglia povera di ossigeno ma ricca di metano. Si è visto che se si aggiungevano nitriti (che hanno un gruppo NO2-), i batteri riuscivano a consumare il metano, rilasciavano l’azoto ed evidentemente avevano estratto ossigeno (O2). Però per ora gli scienziati si sono fermati qui e non sono riusciti a trovare gli enzimi responsabili di questo processo. Non si sa nemmeno se questa originale via metabolica si sia evoluta di recente come adattamento agli ambienti inquinati o se sia una strada molto antica, magari risalente ai primi vagiti della vita sul nostro pianeta. Quello che però trovano molto intrigante è la possibilità di copiare il processo per prodursi ossigeno nei pianeti dove non c’è acqua né aria, ma metano in abbondanza.
 

 

 

CoRoT-9b, il pianeta temperato

corotÈ tutta questione di clima: per immaginare che ci sia qualche forma di vita simile alla nostra nell’universo, bisogna trovare pianeti simili alla Terra anche dal punto di vista climatico. E per la prima volta un’equipe internazionale di ricercatori (tra cui l’astronomo padovano Mauro Barbieri) ha individuato al di fuori del nostro sistema solare un pianeta con caratteristiche climatiche «temperate».

Infatti CoRoT-9b, questo il nome del nuovo pianeta extrasolare, ha una temperatura che oscilla tra i -20 e i 160 gradi centigradi (i suoi simili scoperti sino a ora arrivavano fino a 1.600°C). Purtroppo il pianeta è un gigante gassoso, quindi non è molto ospitale per l’essere umano. Inoltre si trova a circa 1.500 anni luce dalla Terra. Però la sua scoperta potrebbe essere importante per comprendere meglio le atmosfere di altri pianeti. Il nome del nuovo pianeta è dovuto al satellite europeo CoRot, che ha fornito i dati per la sua scoperta e per l’analisi della sua atmosfera insieme al telescopio di La Silla, in Cile.

Uno degli autori dello studio pubblicato la settimana scorsa su The Astronomical Journal, sottolinea che “questa è la prima volta che possiamo provare l’atmosfera di un pianeta così freddo al di fuori del sistema solare”. Altre caratteristiche interessanti di CoRoT-9b sono la sua composizione simile a quella dei pianeti giganti più vicini, come Giove e Saturno: in gran parte è fatto di idrogeno ed elio; infine, il suo moto orbitale dura 95 giorni, simile a quella di Mercurio.

Secondo alcuni astronomi, le scoperte di CoRot fanno presagire che il satellite Keplero, il «cacciatore di pianeti extrasolari» lanciato in orbita un anno fa, troverà presto una «Terra» abitabile in un altro sistema solare.

Immagine: il satellite CoRoT (da http://smsc.cnes.fr/COROT)

Tunnel di lava su Marte

Grazie a un progetto innovativo della NASA è stato possibile identificare su Marte un canale lungo ben 270 km, formato dalla lava vulcanica. Anche se la gioia più grande sarebbe stato scoprire un antico bacino d’acqua su Marte, non è questo il caso: l’area attorno il vulcano Ascraeus Mons, per Jacob Bleacher e colleghi del Goddard Space Flight  Center della NASA, sarebbe stata formata dalla lava.

Il progetto della NASA, chiamato HiWish, prevede un sito web in collegamento con una fotocamera che orbita attorno a Marte: tutti possono suggerire quale punto scandagliare per decidere il sito di atterraggio del Mars Rover Curiosity, navicella che verrà lanciata nel 2011. Sfruttando questa opportunità Bleacher ha richiesto di visionare la zona attorno l’Ascraeus Mons, per studiare la superficie nei dettagli.

Nell’immagine ottenuta è possibile vedere che il canale non è stato scavato dall’acqua ma creato da colate laviche di enorme portata. A fare la differenza e a mettere la parola fine alla questione sono stati i rilevamenti fotografici dei tunnel di lava, tipici dei paesaggi vulcanici.

Bleacher mette comunque le mani avanti e ammette: “Questa scoperta non significa che su Marte non è mai comparsa l’acqua, solo che l’entusiasmo non deve portare a pensare che ogni struttura simile a un letto di fiume debba essere subito catalogata come tale senza indagini approfondite. I ritrovamenti fatti daranno una spinta per rivalutare quando e dove l’acqua sia esistita sul pianeta rosso”. Guarda le immagini e leggi la news sul National Geographic.

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