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Argomento: astronomia

AAA affittasi appartamento sulle lune di Saturno

Gli affitti sono alle stelle? Cercate un appartamento a due passi dal cielo blu? Ecco l’occasione che fa per voi: le lune di Saturno sono ospitali e offrono a tutti un comodo soggiorno con tutti i comfort e un ampio parcheggio. Lo dice la sonda Cassini, che ha mostrato la presenza di acqua sulla superficie di Enceladus.

Le nuove immagini della sonda Cassini (scattate a novembre ma appena rese pubbliche) hanno infatti rivelato più di trenta getti di acqua e di vapore che zampillano da fessure vicino al polo sud del satellite Enceladus e per più di venti di questi è stata una prima internazionale. Inoltre, mappe all’infrarosso hanno mostrato che nelle loro vicinanze la temperatura è di -73°: se non proprio gradevole, molto migliore di quanto stimato in precedenza, visto che si pensava che fosse di almeno venti gradi più bassa. Secondo gli astronomi della Nasa, questo sarebbe soprattutto la prova di una cosa che si sospettava da tempo, cioè che l’interno di Enceladus è ospitale ed è non si può escludere che nasconda nuove forme di vita.   

Se lo dice Cassini, c’è da fidarsi. Gira intorno a Saturno e alle sue lune dal 2004 e si è avvicinato alle superfici dei satelliti scattando le fotografie più dettagliate mai viste finora. Grazie a quelle all’infrarosso ha potuto riconoscere le origini degli zampilli d’acqua e metterle in relazione con le scabrosità della superficie (quelle che si vedono in questa foto, tra gli ultimi scatti di Cassini resi pubblici dalla Nasa). Mentre con la macchina fotografica nello spettro del visibile, per un po’ Cassini deve chiudere, perché la Enceladus sta per sprofondare in quindici anni di oscurità. 
 

Chi siamo? Da dove veniamo? Un meteorite ce lo dirà

È la drosofila dell’astronomia: è stato studiato per decenni e continua a stupire, spiegandoci ancora cose nuove sulla nascita del Sistema solare. Stavolta, il meteorite di Murchison, atterrato in Australia nel 1969, ha rivelato la presenza di 14 000 composizioni molecolari uniche a base di carbonio, che a loro volta possono combinarsi in infinite composizioni, e si pensa che ne nasconda altre, per un totale di almeno 50 000.

Questo perché il meteorite è rimasto lì, a disposizione degli scienziati per più di quarant’anni, ma nel frattempo le tecniche di ricerca sono avanzate e con loro, le possibilità di studio del sasso spaziale. Per esempio, l’ultima ricerca è avvenuta grazie alla spettrometria di massa ed è stata pubblicata da ricercatori tedeschi sulla rivista Pnas. Perché andare a cercare molecole organiche su un sasso spaziale? Perché quelle sono la base della vita e, siccome c’è chi sostiene che siano arrivate dallo spazio sulla Terra a cavallo di un asteroide o di una cometa, è interessante vedere se possa davvero essere successo. Il meteorite, cioè, ci racconta la complessità chimica del Sistema solare e ci può far capire molto di come si sia evoluto alle sue origini, 4,6 miliardi di anni fa.
 

Una nuova teoria per la Luna

luna_pienaSi tratta solo di un’ipotesi, e la comunità scientifica la sta vagliando con il dovuto scetticismo. Ma è un’ipotesi affascinante: alcuni ricercatori olandesi e sudafricani hanno ipotizzato che la Luna si sia formata in seguito a un’esplosione nucleare avvenuta sulla Terra a causa di un gigantesco georeattore naturale, cioè una zona vicina alla superficie terrestra in cui si sono concentrati elementi pesanti come l’uranio.

Questa ipotesi, pubblicata sulla rivista Earth, Moon and Planets, si basa su recenti rilevazioni del contenuto isotopico, cioè di atomi, della composizione rocciosa della Luna. Molto, troppo simile a quello della Terra, e questo contraddice le principali teorie sull’origine del satellite.

Oggi le principali teorie sulla nascita della Luna sono quattro: l’impatto gigante, cioè lo scontro della Terra con un altro pianeta; la cattura per attrazione gravitazionale di un satellite formatosi in un’altra zona del sistema solare; la coformazione di Terra e Luna a partire da materiale disperso nello spazio; la fissione, cioè il distacco di della Luna dalla Terra per azione di forze centrifughe dovute alla rotazione terrestre.

Tutte queste teoria hanno i loro punti deboli, ma quella dell’impatto gigante è attualmente la più accreditata. Tuttavia la nouva ipotesi risolverebbe alcuni problemi. Per esempio, la teoria dell’impatto gigante prevede che solo il 20% del materiale che costituisce la Luna provenga dalla Terra.

La teoria dell’esplosione, che deriva da quella della fissione, sostiene che l’aumento di velocità di rotazione del pianeta necessario a far distaccare un pezzo della sua crosta sia dovuto a un’enorme esplosione nucleare avvenuta al confine tra crosta e nucleo terrestre, nei pressi del piano equatoriale. Questa ipotesi, sottolineano gli autori, spiegherebbe la composizione pressoché identica di Luna e Terra dal punto di vista degli elementi leggeri (ossigeno, silicio, potassio) e pesanti (come cromo, neodimio e tungsteno).

Cerca anche tu il tuo extraterrestre

L’invito è di quelli ufficiali, da prendere molto sul serio. Arriva dalla California ed è rivolto a tutti: usciamo insieme a cercare gli extraterresti? Tranquilli: non c’è bisogno di partire per un viaggio tra le stelle. Basta uscire virtualmente di casa, connettendosi a internet, e iscriversi al sito di SETIQuest.org, come è stato annunciato nel corso delle famose TED conference (organizzate ogni anno dalla fondazione TED, Technology, Entertainment, Design, in cui i relatori presentano le loro “idee degne di essere diffuse”) che quest’anno si sono tenute a Long Beach.

Il vincitore dell’anno scorso delle TED conference, infatti, è stato l’astronoma Jill Tarter, che per premio ha ottenuto di poter esprimere un desiderio (un “desiderio per cambiare il mondo”) davanti a una platea piena di big della tecnologia. Così ha dichiarato di voler "permettere ai terresti in ogni luogo di diventare partecipanti attivi alla ricerca di una compagnia cosmica". Tarter e l’organizzazione delle TED hanno allora sviluppato un sito internet per mettere a disposizione del pubblico i dati raccolti dal progetto SETI (Search for extra-terrestrial intelligence), che cerca di mettersi in contatto con altre forme viventi nello spazio scandagliandolo alla ricerca di onde radio. Sul sito SETIQuest.org si trovano anche gli algoritmi usati per analizzarli, nella speranza che qualcuno li migliori. E se non siete (ancora) matematici o astronomi, o informatici capaci di maneggiare calcoli complicati, potete comunque dare una mano, anzi un occhio, alle tonnellate di dati che provengono dalla ricerca nell’universo. Magari potreste essere voi a incontrare per primi un autentico extraterrestre.

Il sito SETIQuest non è il primo sistema per diventare cercatori di vita extraterrestre proposto dagli astronomi. Sempre SETI, nel 1999, propose SETI@home con cui potevi scaricare da internet un software capace di analizzare da solo una parte dei dati captati dal radiotelescopio di Arecibo e di restituire i dati all’Università di Berkeley. Con quello, milioni di utenti in centinaia di nazioni hanno aiutato i cacciatori di Ufo. E possono continuare a farlo.

 

Galassie a infrarossi

Il telescopio spaziale Hubble, nonostante i numerosi anni di servizio (nel 2010 festeggia il ventennio di attività), ha sempre qualcosa di nuovo da dire. Come una vera macchina del tempo ha scoperto tre galassie lontane, le più lontane esplorate finora, che a distanza di 13 miliardi di anni luce da noi potrebbero risalire a poco dopo il Big Bang.

La scoperta è stata registrata da Garth Illingworth e Rychard Bouwens dell’Università della California, Santa Cruz, il 23 dicembre scorso, grazie all’utilizzo del nuovo apparecchio fotografico Wide Field Camera 3 di Hubble. Si tratta dello scandaglio di un territorio inesplorato finora; insomma, Hubble sta guardando la luce come era all’incirca 500 milioni di anni dopo la nascita dell’universo. Le radiazioni cosmiche che arrivano da queste galassie secondo i teorici servono per reionizzare l’universo: 300 mila anni dopo il Big Bang, nel momento in cui la radiazione cosmica di fondo fu rilasciata, l’idrogeno precendemente ionizzato, per le alte temperature raggiunte, si ricombinò. In seguito, con la creazione delle stelle e delle galassie, si è assistito alla reionizzazione dell’universo.

Negli astronomi c’è cautela nel trattare i dati rilevati dai colleghi di Santa Cruz, visto che queste galassie sono state individuate su un’unica lunghezza d’onda infrarossa potrebbero essere lontanissime ma anche più giovani e leggere (in questo caso le polveri costituite da granelli di silicio, carbonio e altri detriti interstellari, assorbirebbero la luce visibile e ultravioletta, e riscaldandosi la riemetterebbero alle invisibili frequenze dell’infrarosso).

Rychard Bouwens ammette “Abbiamo solo riportato le prove che suggeriscono la presenza di alcune galassie estremamente distanti." E conclude che i test compiuti con lo Spitzer Space Telescope indicano che le galassie scoperte sono veramente remote, riducendo vosì il rischio di errore. Ma secondo gli astronomi la conferma definitiva sarà possibile solo dopo il lancio del James Webb Space Telescope, previsto per il 2014, quando finalmente il vecchio Hubble si godrà una meritata pensione.

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È nata una stella

Un telescopio spaziale a infrarossi riesce a scandagliare gli abissi cosmici in zone lontane mai esplorate finora. Si tratta del telescopio del satellite Herschel, che alla fine del 2009 ha trasmesso le immagini di una zona dello spazio in cui si stanno formando delle stelle: riesce a mettere in evidenza questi corpi celesti grazie a registrazioni nella banda infrarossa tra gli 80 e i 400 Micron.

Il telescopio ha mostrato nuclei prestellari e alcune fasi di formazione di giovani stelle nella costellazione dell’Aquila: si tratta di una vera e propria nursery. Nelle immagini fornite dall’Herschel Space Observatory dell’ESA si vedono larghe strisce di polveri fredde (rosse e arancio) che si concentrano nella zona interessata a formare circa 700 condensati di polvere e gas con attorno nuvole di molecole. Di questi 700 ammassi almeno 100 sono già protostelle. Si tratta di una storia che dista da noi 1000 anni luce e la larghezza di quest’area è di ben 36 anni luce.

Attraverso questo studio si può iniziare a capire quali siano i processi altamente energetici alla base della formazione delle stelle. Per saperne di più leggi il resoconto dell’ESA, la news su Science e i risultati del convegno spagnolo presso l’Herschel Science Centre del 17 e 18 dicembre scorsi.

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A Massa col naso all’insù

Vediamo come se la cavano a Massa con la scienza. Mettiamoli alla prova con giochi, laboratori per grandi e piccini, spettacoli teatrali, planetario, conferenze e rassegne cinematografiche e cerchiamo di capire come maneggiano i principi della scienza moderna. Per festeggiare Galileo Galileo, la città toscana ha scelto infatti di cimentarsi con un festival ricco e stimolante, Massascienza, a cui ha invitato tutti i suoi cittadini e quelli delle città vicine, toscane, emiliane e liguri, per imparare, divertendosi, come si muove la scienza.

Ci sarà il planetario (e dove, se non in piazza Mercurio?), i laboratori in cui i ragazzi delle scuole costruiranno cannocchiali e si cimenteranno con l’astronomia e il gioco a squadre Bræinstein. Poi lo spettacolo Astri e disastri, in cui si racconterà la storia di una compagnia di comici che ha preparato uno spettacolo buffo per la festa di incoronazione di Luigi XIV, nel 1643, in Francia, ma d’un tratto si trova nei guai… Lo spettacolo, infatti, racconta come ci siamo trovati il Sole al centro dell’universo, grazie alle scoperte di Copernico, Keplero e Galileo, e di come la cosa abbia gettato nello scompiglio i cittadini dell’epoca. Ma a corte sta per arrivare il Papa e i comici non possono certo far finta di non sapere dell’abiura di Galileo…
Tra le novità del festival, il laboratorio di podcast per giovani giornalisti scientifici, che potranno raccontare in radio quello che succede in città. E poi Massa Critica, l’evento conclusivo del festival che si terrà a fine febbraio, in cui i massesi verranno chiamati a partecipare a un dibattito scientifico reale e concreti: l’inquinamento luminoso. Saranno capaci di confrontarsi e di trovare una soluzione condivisa?
Infine, le conferenze, che verranno succedersi, in ordine cronologico, Luca Novelli, Stefano Meriggi, Stefano Bagnasco, Andrea Bernagozzi, Pietro Redondi, Giulio Giorello, Vittorio Marchis, Gabriele Vanin, Andrea Milani, Piergiorgio Odifreddi.

 

La spazzatura minaccia gli astronauti

La vita a bordo della Stazione spaziale internazionale, che orbita attorno alla Terra, è pericolosa. E ora ci si mette anche la spazzatura spaziale: pochi giorni fa la NASA ha reso noto che la stazione ha rischiato di essere colpita da diversi frammenti provenienti da satelliti e viaggi spaziali precedenti. Un frammento proveniente da una vecchia navicella russa della serie Cosmos, delle dimensioni di circa 10 cm, è passato a meno di un kilometro dalla stazione spaziale, mentre la distanza di sicurezza è 10 km.

La scoperta è stata improvvisa e gli astronauti non hanno avuto il tempo di compiere manovre per allontanare il pericolo, ma comunque l’impatto non c’è stato. Tuttavia, i due membri dell’equipaggio, l’americano Jeffrey Williams e il russo Maxim Suraev sono stati in allerta, pronti addirittura ad abbandonare la stazione e trasferirsi nella navicella russa Soyuz.

Il pericolo frammenti si è manifestato altre volte nell’ultima settimana, ricordando che gli oltre 19.000 oggetti che orbitano attorno al pianeta (di cui 900 satelliti integri e migliaia di frammenti) rappresentano un problema sempre più serio. Nel febbraio scorso la collisione tra due satelliti ne ha creati migliaia, e recuperarli è costoso e pericoloso. Servirebbe uno sforzo congiunto a livello globale, ma molti paesi non vogliono fornire i dati sulla posizione dei loro satelliti, anche per questioni militari.

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Aurora su Saturno

La sonda spaziale Cassini non si ferma più. Nonostante la fine della sua missione fosse prevista per il giugno del 2008, funzionando ancora bene ha proiettato nello scorso ottobre alcune immagini bellissime dell’aurora su Saturno.

280px-AuroraborealissmL’aurora è un fenomeno che si osserva sulla Terra, su Marte, su Saturno e su pochi altri pianeti, ad alte latitudini in prossimità dei poli magnetici. Quando alcune particelle cariche arrivano alla magnetosfera che si trova attorno al pianeta e penetrano nella parte alta dell’atmosfera, quest’ultima si illumina. A seconda delle molecole presenti l’aurora assume diversi colori: sulla Terra si vedono sfumature verdi, rosse e porpora, grazie all’ossigeno e all’azoto. Invece su Saturno è presente soprattutto idrogeno. Le immagini inviate da Cassini erano originariamente in bianco e nero (fino ad oggi erano state trasmesse immagini solo infrarosse e ultraviolette, mai nello spettro del visibile), e una volta raccolti i dati gli scienziati le hanno trasformate in un finto arancione, mentre studiano ancora per determinarne il colore più probabile.
 

Le nuove immagini inviate dalla sonda Cassini servono anche per capire meglio come funziona il fenomeno dell’aurora: l’idrogeno è più leggero degli elementi presenti nella nostra atmosfera e quindi le lingue di luce di Saturno sono più lunghe,1200 km, più del doppio di quelle terrestri. Per vedere il filmato dell’aurora di Saturno puoi guardare il sito della NASA, che ha finanziato la missione insieme alle agenzie spaziali europea e italiana. Oppure puoi vedere le ultime novità sulla sonda Cassini, che si sta spostando per vedere da vicino le lune di Saturno Encelado e Rea. 

 

 

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Via Lattea: fatta con gli scarti

La Via Lattea non si è formata a partire da enormi nubi di polvere stellare e gas, come si credeva fino ad oggi. Due studi pubblicati su Nature mettono in evidenza come questa sia fatta con gli scarti di galassie più antiche, resti di esplosioni spaziali precedenti.

Gli ammassi globulari, gruppi di milioni di stelle che si trovano al centro della nostra galassia, sono stati studiati dagli astronomi coreani autori del primo articolo di Nature. Questi ultimi hanno misurato il contenuto di Calcio di queste stelle, riscontrando che la maggior parte ne contiene rilevanti quantità. Gli ammassi si sono formati quindi a partire dai resti di esplosioni stellari (supernovae). Infatti le supernovae contengono calcio e altri elementi pesanti nel loro nucleo. "Questa scoperta ci fa pensare che molte stelle degli ammassi globulari che abbiamo studiato finora sono resti di galassie scomparse che si sono fusi nella Via Lattea", dice Jae-Woo Lee, astronomo della Sejong University di Seul.

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Il secondo articolo è firmato da un team internazionale a cui ha preso parte anche l’Università di Bologna, nel quale si è concentrata l’attenzione su un ammasso stellare chiamato Tarzan 5. Questo contiene un considerevole numero di pulsar, stelle di neutroni che restano dopo un’esplosione stellare. Per riuscire ad attrarre per forza di gravità queste pulsar Tarzan 5 avrebbe dovuto avere almeno 1000 volte la sua massa. La spiegazione sembra essere che questo ammasso una volta era una galassia molto grande, che poi è stata conglobata nella Via Lattea, perdendo così molte stelle che ne determinavano la massa considerevole. Anche in questo caso quindi la nostra Via Lattea ha inglobato in parte una galassia antica. Leggi anche la news su Science.