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Argomento: antropologia

Ardi nel mirino: troppo facile prendersela con le vecchiette

Una non fa in tempo a guadagnarsi la fama di antenata più anziana dell’umanità che subito arrivano i criticoni. È quello che è capitato ad Ardi, una signora Ardipithecus ramidus alta più o meno 120 centimetri, del peso di circa 50 chilogrammi, vissuta 4,4 in Etiopia milioni di anni fa e descritta dalla rivista Science con undici articoli, soltanto meno di un anno fa. Dopo un’accoglienza principesca, ecco che arrivano i guastafeste, con altri articoli, sempre sulla rivista Science, che mettono in dubbio quel che si è detto e pensato di lei.

 
Per esempio, si mette in dubbio che abbia abitato in zone boscose piuttosto che nelle pianure erbose, a lungo considerate l’habitat ideale dei nostri antenati. E qualcuno ha persino criticato la sua parentela con noi Homo sapiens, sostenendo che l’anatomia suggerisca che si tratti di una specie antecedente alla separazione tra la linea degli umani e quella degli altri primati. Le polemiche, in antropologia, sono all’ordine del giorno e nessuno tra gli addetti ai lavori si stupisce più se ogni volta che si trova un ossicino, o che si studia il Dna mitocondriale estratto da un dente, tutto quel che sapevamo finora viene rimesso in discussione. In questo caso, però, la storia è interessante, perché Ardi aveva promesso di scalzare Lucy dal suo posto di nonna dell’umanità: era stata ritrovata nel 1992 dal team di Tim White e c’erano voluti 17 per studiarla e descriverla. C’era da aspettarselo, ha commentato lo stesso White: chi non sarebbe invidioso di una donna famosa come la vecchia Ardi?

 

 

Dopo i cinquanta la vita è più leggera

Secondo uno studio statunitense la serenità aumenta dopo i cinquant’anni, indipendentemente dal lavoro svolto, dalla presenza o meno di un partner o di figli giovani. A dirlo è Arthur Stone, del Department of Psychiatry and Behavioral Science alla Stony Brook University (New York), in uno studio pubblicato lo scorso 17 maggio su Proceedings of the National Academy of Sciences. Secondo Stone con il passare del tempo le persone sono meno influenzate da stress e rabbia: “Anche se le preoccupazioni rimangono le stesse fino ai cinquanta anni, comunque il loro impatto cala dopo la mezz’età”.

Per arrivare a queste conclusioni ci si è basati su un questionario telefonico fatto a più di 340.000 persone dai 18 agli 85 anni di età scelte a caso. A queste veniva chiesto di dare un voto alla loro qualità di vita, da 0 (la vita peggiore possibile) a 10 (la vita migliore possibile). Poi veniva chiesto quanti dei sentimenti elencati erano stati provati il giorno precedente: felicità, divertimento, stress, tristezza, rabbia e preoccupazione, andando poi indietro nel tempo progressivamente.

geriatrics-services-250In particolare hanno scoperto un aumento dello stress tra i 22 e i 25 anni, e una costante diminuzione oltre i 50. Il senso di preoccupazione rimaneva costante tra i 20 e i 40 anni, per poi diminuire oltre i 50. La tristezza aumentava intorno ai 40 e diminuiva ancora una volta oltre la mezz’età, per poi aumentare dopo i 70 anni. Altri sentimenti come la felicità e il divertimento non seguono una curva netta, ma hanno picchi a 20 e a 70 anni. Da notare poi che le donne hanno sentimenti di preoccupazione, tristezza e stress maggiori degli uomini.

Secondo gli autori i cinquantenni sono semplicemente più bravi a tenere sotto controllo le proprie emozioni, richiamando meno alla memoria eventi spiacevoli del passato. Forse l’esperienza fa vedere i problemi in prospettiva e più semplici da affrontare. D’altronde non c’è da meravigliarsi se oggi i ventenni sono più stressati dei cinquantenni, soprattutto vista la contingenza della crisi economica globale e la difficoltà a raggiungere una stabilità lavorativa. Sarebbe interessante capire se questi questionari possano avere una valenza generale, o sono legati ai nostri tempi. Secondo l’articolo di Scientific American altri studi analoghi sono stati compiuti in altri Stati, con risultati simili, suggerendo che questa tendenza potrebbe avere significati biologici ancor prima che economici.

Chiama mammà

Una telefonata della mamma può diminuire il livello di stress. Forse non è così per le persone adulte o per gli adolescenti, per i quali spesso questi momenti si trasformano in piccoli interrogatori, ma per le bambine una chiamata da parte di mamma funziona come un calmante.

Lo studio pubblicato questo mese su Proceedings of the Royal Society B ha messo infatti in evidenza che l’ossitocina, ormone che promuove un legame tra madre e figlio e fa diminuire il livello di stress, non è solo collegata al contatto fisico come si credeva finora. Basta solo ascoltare la voce della madre per fare innalzare il livello di ossitocina nel sangue e allentare lo stress.

Leslie Seltzer, biologa del Wisconsin-Madison’s Child Emotion Lab, ha pubblicato lo studio che ha preso in esame 61 bambine dai 7 ai 12 anni. Tutte dovevano partecipare ad un evento stressante come parlare pubblicamente davanti a persone sconosciute. Di queste, 19 hanno ricevuto dopo la discussione rassicurazioni da parte della madre con contatto fisico per 15 minuti, altre 20 hanno parlato con lei per 15 minuti ma solo al telefono, mentre le restanti 22 bambine hanno guardato invece un video emotivamente neutrale.

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Il livello di stress è stato misurato tramite il cortisolo presente nella saliva, mentre per valutare la quantità di ossitocina sono stati effettuati esami delle urine. Dalle misurazioni le bambine rassicurate dalle madri sia di persona che al telefono risultavano avere livelli ormonali molto simili: ossitocina più alta e cortisolo più basso rispetto alle altre 22, anche se le bambine che hanno ricevuto la telefonata ci mettevano più tempo ad abbassare il cortisolo.

Se la scoperta che l’ossitocina è legata anche alla voce e non solo alla presenza fisica è sicuramente importante, questo studio apre nuove prospettive e anche interrogativi. Il livello di ossitocina si innalza solo perché a rassicurare è la madre? Può esserci un meccanismo simile anche tra animali sociali? La stessa Seltzer si dice interessata ad indagare ancora sulle influenze che possono aumentare i livelli di ossitocina in circolo, nel prossimo test sarà infatti protagonista una lettera di rassicurazioni, firmata sempre da mamma.

 

Il Neandertal e noi: la strana coppia di 30 000 anni fa

Un nonno Neandertal ce lo abbiamo avuto tutti. È il risultato più clamoroso del sequenziamento del Dna di tre esemplari di Neandertal e dal loro confronto col genoma dell’uomo moderno, appena pubblicata dall’equipe di Svante Paabo sulla rivista Nature. Sembra, dicono i ricercatori, che un incrocio tra i nostri antenati e tra gli antichi europei estinti 30 000 anni fa ci sia stato davvero e che le sue tracce siano rimasti fino a oggi. Una scappatella preistorica su cui però non tutti sono d’accordo.

La questione è annosa ed è da un bel po’ che gli antropologi ne discutono. Fino a oggi si diceva che i cugini Neandertal si erano estinti senza lasciare progenie e che se anche i sapiens nostri antenati si fossero accoppiati con loro non ne sarebbe nata prole fertile (quindi la cosa sarebbe rimasta lì e dell’imbarazzante faccenda, ai giorni nostri, non sarebbe giunta notizia). Invece adesso l’analisi genetica (quasi) completa mostra che una certa percentuale di Dna nucleare del Neandertal ce l’abbiamo tutti, circa tra l’1% e il 4%. Ma per qualcuno, il campione di Dna studiato da Paabo e compagni era troppo limitato (solo tre individui!). poi è strano che il flusso di geni sia andato solo dal Neandertal al sapiens, senza contare la stranezza di aver trovato solo somiglianze nel Dna nucleare e non in quello mitocondriale, come se fosse ragionevole pensare che solo le donne sapiens (e non i maschi) avessero avuto occasione di spassarsela con gli uomini Neandertal. La questione non è ancora chiusa, insomma, e gli antropologi continueranno a cercare nel Dna le tracce delle avventure extraconiugali dei nostri antenati. Fuor di pettegolezzo: quello che invece è rilevante in questa ricerca è l’aver notato le differenze, più che le somiglianze tra il Neandertal e noi. Per esempio, nei geni sullo sviluppo cognitivo, in quelli che regolano lo sviluppo delle ossa e in quelli responsabili di certi metabolismi.

Extraterrestri silenziosi

Gli uomini hanno sempre pensato che gli extraterrestri siano una versione più tecnologica ed evoluta del genere umano. Il progetto internazionale che ha come scopo la comunicazione con forme di vita extraterrestri, il SETI, fino ad oggi ha basato soprattutto la sua attività sull’immissione di segnali radio nello spazio cosmico.

Questo perché negli 1960, quando il progetto fu varato, la tecnologia moderna era appunto rappresentata dalle onde radio sfruttate per i televisori. Nel 2010 però progressivamente questa tecnologia sta andando in disuso: i segnali digitali caratterizzano le TV di oggi. Radar militari e cellulari trasmettono attraverso migliaia di canali diversi, creando un rumore indistinguibile agli eventuali orecchi di ET. Nel complesso la Terra sta diventando un pianeta più silenzioso, meno udibile da parte degli extraterrestri.

feat_seti_openerPensando che loro siano un passo avanti nella tecnologia, i responsabili del progetto SETI cominciano a mettere in discussione l’utilizzo delle onde radio per la comunicazione con altre forme di vita. Se loro non possono sentirci, come possiamo noi sentire loro?

I ricercatori stanno quindi spostando la loro attenzione su apparecchiature che utilizzino mezzi alternativi per comunicare la nostra presenza agli ET, come le onde elettromagnetiche e segnali luminosi laser. Ma non tutti sono d’accordo sull’utilizzo di nuovi mezzi per svecchiare il progetto SETI, mettendone in discussione la sua reale efficacia.

Secondo Paul Davies, fisico del Arizona State University (USA), per esempio, la possibilità di contattare gli extraterrestri al di là di qualche dozzina di anni luce è poco credibile. A suo parere bisogna spostare l’attenzione su quelli che al contrario possono essere segnali di presenza aliena già avvenuti in passato nel cosmo o sulla Terra: anomalie biochimiche o geologiche sul nostro pianeta o comete e stelle con spettri luminosi alterati nell’universo. Leggi su Science News i dettagli dei progetti su cui sta puntando il SETI oggi.

Schiavi del lettino solare

Se anche voi qualche volta avete incrociato una persona dal colorito terra bruciata tendente all’arancione e vi siete chiesti il perché di quell’eccessivo utilizzo di lampade a UV, forse oggi abbiamo una risposta. Le docce e i lettini solari possono dare dipendenza, come l’alcol o la droga. Questo è il risultato di uno studio pubblicato dalle ricercatrici del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York Catherine Mosher e Sharon Danoff-Burg.

I raggi UV creano un danno diretto al DNA cellulare e le mutazioni conseguenti possono causare il cancro alla pelle. Uno studio del Committee On Medical Aspects of Radiation in the Environment (COMARE), una commissione di esperti scientifici inglese, ha scoperto che fare docce solari prima dei 35 anni può incrementare il rischio di contrarre un melanoma maligno del 75%. Altri rischi collegati all’utilizzo di lampade UV sono danni oculari, scottature, e da oggi sembra certo anche una forma di dipendenza.

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Lo studio condotto da Mosher e Danoff-Burg, finanziato dal US National Cancer Institute e pubblicato su Archives of Dermatology, ha visto come protagonisti 421 studenti di psicologia. A questi è stato dato un questionario simile a quelli che si utilizzano per scovare dipendenze da droghe o alcol, ma come tema avevano i lettini solari. Il 56% degli intervistati faceva uso di lettini solari per abbronzarsi. Di questi più del 20% aveva sviluppato da questa attività una sorta di dipendenza psicologica. In questo 20% erano presenti inoltre soggetti con maggiori livelli di ansia e maggior consumo di alcol e marijuana. È importante tenere conto di questi aspetti in previsione di campagne nazionali che vogliano educare le persone ai rischi dei raggi UV. Inoltre presto saranno eseguiti degli approfondimenti per capire se vi possa essere una relazione tra ansia e dipendenza da lettino solare.

Tra le domande che sono state fatte agli studenti ne troviamo alcune abbastanza inquietanti, come: ti sei mai sentito in colpa per aver abusato dell’utilizzo di docce o lettini solari? Quando ti svegli la mattina senti il bisogno di fare un lettino solare? Pensi di aver bisogno di passare molto più tempo a fare lettini solari per mantenere perfetta la tua abbronzatura? Hai mai perso un appuntamento sociale o di lavoro per una scottatura creata da un lettino solare? Se le vostre risposte sono positive fate attenzione, siete sulla buona strada per sviluppare una dipendenza da docce solari. 

Benvenuto, antico zio siberiano

Un dito che indica lontano, molto lontano, più o meno dalle parti della Siberia, più o meno un milione di anni fa. È un dito fossile appartenuto a un nuovo ominide che si va a piazzare adesso nella nostra galleria degli antenati e che, soprattutto, è già pronto a scompigliarla. Sì, perché il suo proprietario è vissuto tra i 48 000 e i 30 000 anni fa, e quindi apparteneva a una specie finora sconosciuta coeva dei nostri bisnonni Homo sapiens e degli uomini di Neandertal. E probabilmente è uscito dall’Africa in un momento diverso da loro. Tutto ciò conferma che gli uomini sono da sempre gran viaggiatori. E tutto ciò è stato possibile capirlo grazie agli studi sul Dna.

Lo studio è di quelli che cambiano i libri di scuola, come sta capitando abbastanza spesso negli ultimi anni alle ricerche di antropologia molecolare. Anche in questo caso è stato il pioniere di questa disciplina, Svante Paabo, a firmare la scoperta, uscita sulla rivista Nature. Non capita tutti i giorni di scoprire una specie nuova di ominino anche perché questo, come Paabo stesso ha dichiarato, proprio non era stato messo nel conto. Né capita tutti i giorni di dover rivedere di sana pianta l’albero evolutivo dell’umanità, a cui adesso si deve aggiungere una migrazione dall’Africa all’Asia avvenuta un milione di anni fa. Se è successo nel 2010 è perché si è potuto studiare nel dettaglio il Dna contenuto nei mitocondri di quel minuscolo ossicino del dito, per confrontarlo con quello dell’uomo sapiens e dell’uomo di Neandertal, e scoprire con precisione che l’antenato in comune a tutti e tre è vissuto un milione di anni fa (e quindi era due volte più vecchio dell’antenato in comune tra sapiens e neandertal, che in fondo erano parenti molto stretti). Questo significa anche che i tre hanno diviso gli stessi spazi nello stesso periodo, perché la grotta era piuttosto frequentata in quei lontani inverni di 40 000 anni fa (quello che vedete in foto è il lago Bajkal, da quelle parti, ma d’estate). Chissà se i tre si sono incontrati e se hanno parlato di quel lontano bisbisnonno in comune.

 

 

Abbassa la cresta, Homo sapiens

Non sei niente di speciale, uomo. Sei uno dei tanti che popolano il pianeta, sei anche abbastanza giovane e impertinente. Sarà bene che tu capisca in fretta che i tuoi cugini, che tanto disprezzi, sono molto simili a te. E che tutto quello che hai e che sei lo devi all’evoluzione, etica compresa. Per ricordartelo, puoi ripercorrere la tua storia con un libro che parla di te e della tua famiglia Umani da sei milioni di anni, scritto dalla coppia Gianfranco Biondi e Olga Rickards, rispettivamente antropologo (all’università dell’Aquila) e antropologa molecolare (a Roma Tor Vergata), con questo alla quinta opera sul tema.

Intanto perché cinque libri, scritti dagli stessi autori, sullo stesso tema? Beh, perché l’antropologia si muove velocemente e ogni anno ci sono tonnellate di scoperte nuove e di dibattiti aperti che rimettono in discussione certi passaggi della storia dell’umanità. Però attenzione: sono solo alcuni i passaggi che vengono rivisti. Tutto il resto e l’approccio allo studio dell’evoluzione, sono sempre quelli. Negli anni, poi, la ricerca ha anche cambiato i suoi metodi. Ecco perché gli autori sono un antropologo tradizionale e un’antropologa molecolare: da qualche tempo in qua, infatti, l’antropologia ha cominciato a impiegare la genetica e lo studio del Dna antico per risolvere quei gialli che lo studio delle ossa e della morfologia dei resti lasciavano aperti. E ha così anche chiarito molti aspetti della storia che prima non potevano nemmeno essere affrontati, come la predisposizione al linguaggio o il colore dei capelli del nostro cugino Neandertal. Ma non pensiate che tutto sia così semplice: passato l’Indiana Jones di turno, scoperto un fossile sorprendente, studiato, analizzato e poi messo nelle mani di chi si occupa di genetica non sempre si può disegnare l’albero genealogico definitivo dell’umanità e la questione si chiude lì. Tant’è che oggi le specie umane individuate nel corso dei sei milioni di anni della nostra storia sono davvero tante, per qualcuno anche troppe, segno che forse c’è un problema nella loro classificazione o nel protagonismo degli scienziati che dicono di averle scoperte. E poi la ricerca va avanti davvero velocemente (vi ricordate di Ardi, descritta nell’ottobre dell’anno scorso, quando, tra l’altro, il libro di Biondi e Rickards era appena uscito? O di Ida, che ha avuto un successo mediatico inatteso, a cui probabilmente non corrisponde un analogo successo scientifico?): secondo voi un libro sarà mai capace di descrivere esattamente, e mettendo d’accordo tutti, come sono andate davvero le cose? Quello che però un libro può fare è portarci a pensare a quanto presuntuosa sia una specie che classifica i parenti stretti, a dispetto della somiglianza fisica e genetica, in generi lontani, decidendo di essere l’unica a potersi fregiare del nome Homo su questa terra.

 

Umani da sei milioni di anni

Gianfranco Biondi e Olga Rickards
Carocci, 2010
21,60 euro

I segreti del faraone

Macché mistero e mistero d’Egitto. La morte di Tutankamon non ha niente di misterioso: è stata tutta colpa della malaria. Lo dice un’indagine paleopatologica effettuata sulla sua mummia e pubblicata dalla rivista della American Medical Association, che ha scoperto una volta per tutte le cause del decesso del faraone ragazzino, avvenuta nel 1324 a.C. quando questo aveva 19 anni. 

La scoperta non è solo pane per i cultori di Wilbur Smith e per il genere giallo ambientato nell’antico Egitto. Si tratta infatti della prima prova della presenza dell’agente che causa malaria in un corpo datato con precisione, mentre in altri casi la datazione era più incerta. Non solo: si sono adottati tecniche nuove su un paziente molto vecchio, di tipo radiologico e genetico. E allora ecco che cosa si è trovato: la malaria, una frattura alla gamba, una malattia congenita delle ossa, il piede deforme e le impronte genetiche di una dinastia particolare, perché la mamma di Tutankamon  probabilmente non era la moglie di suo padre, la bella Nefertiti, e il padre era il faraone eretico Akenaton. Ma aspettate a lanciarvi nei soliti moralismi: per le dinastie egiziane era una cosa normale.
 
Lo studio è stato condotto dal padre padrone dell’archeologia egiziana, il segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie Zahi Hawass, famoso anche per le sue frequenti apparizioni televisive con indosso il cappello di Indiana Jones, e da ricercatori tedeschi e italiani.
 
 
 

Dipinti al riparo dalla calura

La datazione dei reperti archeologici grazie al carbonio-14 è un metodo conosciuto da tanti anni. Eppure nel 2009 un team internazionale di geocronologi ha creato una nuova curva di decadimento del 14C che permette di conoscere in maggior dettaglio l’epoca precisa dei reperti ritrovati.

Le piante e gli animali assorbono il carbonio-14 dall’anidride carbonica dell’ambiente, poi con la morte questo decade in quantità proporzionale al passare del tempo. Si tratta di un vero orologio che permette quindi di stabilire l’epoca di appartenenza di un reperto; il limite di utilizzo di questo radioisotopo è l’età approssimativa di 50.000 anni, al di sopra della quale la quantità di carbonio è troppo esigua per trarne una datazione certa.

Questo isotopo varia nell’atmosfera in base alla situazione geomagnetica e all’attività solare, quindi Paula Reimer del Chrono Centre della Queen’s University di Belfast, a capo del gruppo INTCAL, si è prefissa il traguardo di studiare queste fluttuazioni nel passato per poter costruire una curva di calibrazione più accurata possibile. Infatti nel 2009 è stata pubblicata sulla rivista di settore Radiocarbon una curva aggiornata che permette di fornire una datazione corretta per reperti fino a 50.000 anni di età, contro i 26.000 di quella pubblicata nel 2004. 

Grazie allo studio sappiamo per esempio che i dipinti delle caverne di Chauvet, nel Sud della Francia, non furono eseguiti 32.000 anni fa, dopo un periodo di freddo glaciale, ma più di 4000 anni più tardi, in un periodo piuttosto caldo. La conoscenza della concentrazione del 14C nell’atmosfera passata, ricavata dallo studio di tronchi d’albero, coralli e foraminifere, ci permette di capire fenomeni chiave sia nell’evoluzione dell’uomo che sui cambiamenti climatici. Per saperne di più leggi la news su Science e il report di Radiocarbon.

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