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Argomento: ambiente

Obama e la marea nera

Mentre la marea nera continua a colpire le coste della Louisiana, Obama spinge la BP a continuare le operazioni per fermare la fuoriuscita di petrolio dal suo pozzo nel Golfo. Secondo le ultime notizie, il tappo posizionato dalla BP sul fondo del mare non sta funzionando, o meglio riesce a recuperare solo una parte dei 40.000 – 50.000 barili di petrolio che si riversano in mare ogni giorno. Intanto sono già 200 i chilometri di costa inquinati, e persino le famose spiagge bianche della Florida cominciano a essere interessate dall’arrivo del petrolio.

Pochi giorni fa un infuriato Barack Obama ha dichiarato: «voglio sapere di chi è il sedere che devo prendere a calci» (video) riferendosi alle gravi responsabilità della BP in questo disastro. Ieri, però, ha rassicurato il primo ministro britannico Cameron, assicurando che non è negli interessi degli Usa colpire la compagnia petrolifera in modo mortale. Anche se, come tutti gli analisti continuano a ripetere, i costi che la BP dovrà sostenere per ripagare le perdite economiche e ambientali causate dal suo pozzo saranno enormi: si parla di 1,4 miliardi di dollari.

La BP si è già ora impegnata a versare 360 milioni di dollari per la costruzione delle isole artificiali al largo della Louisiana che permettano di ripristinare in parte l’ecosistema del luogo. Tuttavia, questa non sarà che una delle operazioni che dovrà sostenere. Nel frattempo, il suo titolo perde in borsa (in un giorno la settimana scorsa ha perduto il 15% del suo valore) nonostante le rassicurazioni dello stesso Cameron, che ha promesso aiuti per coprire le spese dovute al disastro.

Campi estivi di scienza 2010

Anche quest’anno vi lasciamo con qualche indicazione di eventi, incontri e campi scuola di scienza organizzati per i ragazzi durante la pausa estiva scolastica. Essendo il 2010 l’anno dedicato alla biodiversità, questo è il tema più ricorrente, insieme a tutti i tipi di sport che possano mettere insieme scienza e movimento all’aperto.

Trieste: domani 12 giugno ricorre l’Open Day all’Immaginario scientifico di Grignano. Il Parco Scientifico e Tecnologico di Trieste apre i suoi laboratori al pubblico. Durante l’intera giornata (dalle ore 10.00 alle ore 18.00) AREA organizza numerose attività collaterali, dedicate ai visitatori adulti e ai bambini, fra cui i laboratori "Esplosioni di energia", a cura dell’Immaginario Scientifico.

Firenze: oggi 11 giugno dalle 19 alle 23 OpenLab in occasione di Scienzestate spiegherà la scienza con cui entriamo in contatto ogni giorno, con un occhio di riguardo per i più piccini, ai quali saranno dedicati alcuni percorsi tematici per comprendere molte cose vicine al loro mondo, ad esempio perché si formano le bolle di sapone o come volano gli aquiloni.

Roma: ad Explora, il museo interattivo per bambini, inizia questo fine settimana una serie di incontri di scienza dedicati a loro, con mostre e laboratori in primo piano.

Napoli: la fondazione Idis Città della Scienza organizza campi settimanali all’insegna dello sport (nuoto, scherma e tiro con l’arco) insieme a laboratori scientifici e creativi. Sono previste anche visite nell’Area marina Protetta della Gaiola e in una fattoria didattica. Dal 14 giugno al 30 luglio.
 
Per chi ha dai 6 anni in su sarà poi possibile vivere i campi avventura, sono numerosissimi, organizzati per esempio dal WWF o da Legambiente. Un’esperienza a contatto con la natura può essere fatta anche in giornata o durante i week-end presso i bioparchi e molti agriturismi, che organizzano visite nei dintorni alla scoperta della biodiversità.

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Dove osano i salmoni

Un salmone da compagnia: è il salmone rosso che va a depositare le sue uova nello spartiacque della Bristol Bay, in Alaska, e che si trova laggiù insieme ad altri milioni di esemplari di diverse centinaia di distinte popolazioni della stessa specie. Ma secondo una ricerca di un gruppo di ecologi americani, tutta questa folla è funzionale alla stabilità dell’intera baia e non è affatto di disturbo, anzi.

I ricercatori hanno considerato cinquant’anni di osservazioni dei salmoni nella baia, per considerare le variazioni annuali del loro numero e per calcolare l’importanza di tanta diversità nel loro equilibrio. E hanno concluso che con un’unica popolazione, il numero totale dei salmoni si impennerebbe nel giro di poco tempo, per poi calare drasticamente ogni due o tre anni, tanto da doverne impedire la pesca (conseguenza drammatica per noi umani, ma di scarso rilievo per gli altri animali della baia). Invece in questo modo ci sono popolazioni che crescono e altre che calano e il numero si mantiene più o meno stabile: per dirla nel linguaggio degli esseri umani, la pesca al salmone deve essere chiusa solo una volta ogni venti o trent’anni. è un po’ quello che avviene in economia, hanno spiegato i ricercatori: diversificare conviene. E, nell’anno della biodiversità, questo studio serve anche a dire che non è solo la convivenza di tante specie a dover essere conservata nell’interesse di tutti gli abitanti dell’ecosistema, ma è anche la convivenza di popolazioni diverse della stessa specie.
 


 

La storia del fiume, e la geografia

Quarantacinque milioni di anni portati benissimo. È l’età del Fiume Azzurro, lo Yangtze per gli anglosassoni, il Chang Jiang per i cinesi: il fiume più lungo dell’Asia e il terzo per lunghezza del mondo, 6300 km di storica barriera naturale fra sud e nord della Cina e oggi uno dei corsi d’acqua più inquinati al mondo. L’età, dicevamo, calcolata con l’analisi dei suoi sedimenti e appena pubblicata sulla rivista scientifica Geology è un’età di tutto rispetto anche perché sposta le precedenti datazioni di più di quaranta milioni di anni in un colpo solo.

Gli scienziati hanno considerato i minerali nel granito del bacino del fiume, laddove ha inciso l’area delle Tre Gole, che tempo fa erano stati datati a 1 o 2 milioni di anni fa. Ma questi minerali, si è visto oggi, sono stati depositati molto tempo dopo la formazione delle Tre Gole, anche perché sennò questo avrebbe voluto dire che il fiume ha scavato le gole a una velocità davvero elevata, quasi assurda. Ma il granito contiene un minerale, l’apatite, i cui grani si sono raffreddati a una certa temperatura, dopo il passaggio dell’acqua: misurando questo raffreddamento, si è così ottenuta una datazione molto più realistica di quella precedente. Quarantacinque milioni di anni, appunto. Bene, e ora? Beh, intanto possiamo cominciare a disegnare una mappa della Terra di diversi milioni di anni fa: il Rio delle Amazzoni è già stato datato (ha solo 11 milioni di anni, il giovanotto), mentre il Nilo è il decano dei fiumi, oltre a essere il più lungo, con i suoi centinaia di milioni di anni di età.
 

Zanzara tigre alla riscossa

Ci risiamo. Torna l’estate, e con lei la zanzara tigre. Da vent’anni ormai la Aedes albopictus è arrivata in Italia, e non sembra intenzionata ad andarsene. I primi esemplari furono scoperti a Genova dai parassitologi della Sapienza di Roma e dell’Istituto superiore di sanità, e il nostro fu il primo paese dell’Europa occidentale a fare conoscenza con questo insetto proveniente dal sud dall’Asia ma che è arrivato da noi dagli Stati uniti, probabilmente con il commercio di pneumatici usati.

Oggi la zanzara tigre è endemica in tutta Italia (tranne che in Valle d’Aosta) e colpisce soprattutto Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna
Anche quest’anno, anche se con un po’ di ritardo a causa del clima freddo della scorsa primavera) la tigre sta per tornare. Le amministrazioni e le autorità sanitarie stanno così ricominciando a diffondere informazioni sulle norme da seguire per evitare la sua diffusione.

Anzitutto occorre riconoscerla: è grande quanto la zanzara comune ma con il corpo più scuro e striato di bianco. Punge soprattutto di giorno e all’aperto. Vola basso, a pochi centimetri dal suolo. Per prevenire la sua riproduzione si possono effettuare disinfestazioni una volta individuati i focolai. In casa, le regole di base sono non lasciare all’aperto contenitori che raccolgono acqua piovana, come i sottovasi; coprire bidoni e altri possibili contenitori; innaffiare con le pompe e non con secchi o innaffiatoi. E poi c’è la lotta biologica: i pesci rossi impediranno alle larve di zanzara di sopravvivere nella loro vasca, e in alcuni comuni è stato proposto di diffondere rifugi per… pipistrelli, nemici naturali della zanzara.

Carote dall’ultimo ghiacciaio

Per capire il clima del futuro possiamo studiare quello del passato. È quello che pensano i glaciologi americani e indonesiani che sono partiti pochi giorni fa per una spedizione sul Puncak Jaya (vedi il video), una montagna nella provincia di Papua, in Indonesia. Su quella montagna, che con i suoi 5.000 m di altezza è la cima più alta dell’Oceania e anche la più alta collocata su un’isola, si trova uno degli ultimi ghiacciai vergini della fascia tropicale della Terra, e l’unico nella parte equatoriale del Pacifico.

I ricercatori hanno progettato di effettuare sei carotaggi, cioè prelievi di ghiaccio in profondità, per studiare l’evoluzione del clima ai tropici e nella regione del Pacifico. I risultati? Per ora non ci sono certezze, se non che questa è una delle ultime occasioni per scoprire cosa celano i ghiacci di Puncak Jaya. Infatti quasi tutti i ghiacciai di Papua sono ormai scomparsi, e anche questo potrebbe a breve non esistere più. I campioni estratti con i carotaggi verranno spediti negli Stati Uniti, presso la Ohio State University, per essere conservati: necessitano infatti di condizioni ambientali particolari per conservarsi, che l’Indonesia non può garantire.

Nei ghiacci i ricercatori cercheranno indizi delle condizioni ambientali e climatiche in cui il ghiacciaio si è formato. Per esempio pollini che indicano cambiamenti nella vegetazione della zona, frammenti di piante e sostanze organiche intrappolate nel ghiaccio. Inoltre, potranno comprendere lo stato delle precipitazioni e la storia delle temperature di quell’area.

Ognuna della carote di 50 m che verranno estratte permetterà di tornare indietro nel tempo di 11.700 anni. Un periodo prezioso per comprendere meglio l’evoluzione del clima della Terra e in particolare dell’Indonesia.

 

Il caldo riduce la biodiversità

Due ricercatrici dell’Università di Stanford (California), osservando i resti fossili di piccoli mammiferi presso la locale caverna di Samwell, hanno scoperto che dopo l’ultima glaciazione il riscaldamento del pianeta ha portato a una riduzione della biodiversità.

Infatti quando la Terra si è riscaldata improvvisamente la distribuzione delle popolazioni animali nella caverna è cambiata di conseguenza: alcune specie sono diventate predominanti, mentre altre sono andate scomparendo. Jessica Blois, ora ricercatrice all’Università del Wisconsin (USA), ha pubblicato insieme a Elizabeth Hadly, biologa della Stanford University, i risultati dello studio su Nature.

“Dai ritrovamenti fossili abbiamo visto che nel periodo di fine glaciazione il topo cervo, i castori di montagna e i gophers Mazama (roditori simili per aspetto a talpe) erano presenti nello stesso numero e in abbondanza. Ma successivamente al riscaldamento i topi sono diventati la specie dominante, perché sono generalisti, cioè mangiano di tutto e si adattano a vivere ovunque, apparentemente a qualsiasi clima” dice la Blois. Alla fine della glaciazione la temperatura globale aumentò infatti di 7-12 gradi, fino a stabilizzarsi 10.000 anni fa.

Confrontando le specie presenti a fine glaciazione con quelle presenti oggi si è scoperto che il loro numero nella zona presa in esame è calato del 30%. Anche se nessuna delle specie studiate si è estinta, la biodiversità è diminuita, proprio in conseguenza al riscaldamento globale, e questo è quello che potrebbe succedere di nuovo al giorno d’oggi. “Infatti” continua la Blois “la tendenza al cambiamento climatico che si è registrata dopo l’ultima glaciazione è molto simile all’incremento delle temperature che è stato predetto per il prossimo secolo”. Per saperne di più leggi la news su American Scientist.

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Senza fosforo non si coltiva

Il fosforo contenuto nei terreni sta diminuendo. E l’effetto potrebbe essere un ulteriore contraccolpo per la sicurezza alimentare, soprattutto nei paesi più poveri, come sostiene un articolo del sito dedicato a scienza e sviluppo SciDev. La causa della diminuzione di questo minerale dai suoli coltivati sarebbe dovuto alla coltivazioni di fagioli e altri legumi che ne assorbono dal terreno una quantità più elevata di quella introdotta con la concimazione.

Per scoprirlo i ricercatori canadesi autori della ricerca hanno studiato per nove anni i flussi di fosforo nei cereali e legumi di tutto il mondo, trovando degli squilibri tra quello inserito nei terreni e quello estratto dalle piante. Il fosforo infatti è un elemento indispensabile alla crescita delle piante, e la sua diminuzione in alcune aree del mondo potrebbe avere effetti devastanti sull’agricoltura. In particolare, l’Asia sembra essere il continente in cui questo squilibrio è maggiore, e quindi quello più a rischio per possibili effetti negativi di tipo alimentare, sociale e ambientale. Anche in molte aree dell’Africa tuttavia la carenza di fosforo è sempre più diffusa e comincia a far sentire i suoi effetti sulla fertilità dei terreni coltivati.

Contemporaneamente, intanto, il prezzo dei fertilizzanti contenenti fosforo sta aumentando, e molti tipi di suolo ne hanno un bisogno disperato in quanto naturalmente carenti di questo minerale oppure, se lo contengono, non è in forma biodisponibile per il metabolismo delle piante coltivate.

A questo link puoi trovare uno schema del ciclo del fosforo nel terreno

Petrolio nel Golfo del Messico: BP sempre più nei guai

topkillAddio Top Kill. L’operazione della British Petroleum per fermare la fuoriuscita di petrolio dal pozzo nel Golfo del Messico non ha funzionato, lo hanno annunciato ieri gli stessi vertici della BP. Top Kill consisteva nell’iniettare nella falla un mix di fango e detriti per chiuderla. Un intervento mai tentato prima a una profondità di 1500 metri sotto il livello del mare.

Il petrolio quindi continua a riversarsi in mare, in quella che è ormai la più grande catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti e che non accenna a diminuire. Negli scenari peggiori, se anche i prossimi tentativi dovessero fallire, la falla potrebbe continuare a emettere petrolio fino ad agosto, in uan situazione in cui la chiazza provocata da questi ormai 40 giorni di perdite è già immensa.

La BP ha annunciato intanto che nei prossimi giorni tenterà un piano chiamato Lower Marine Riser Package. In un primo tempo taglierà il tubo danneggiato cercando poi di isolarlo con un tappo, una specie di cappuccio dal quale aspirare il petrolio e portarlo alle navi in superficie. Un’operazione rischiosa, che se fallisce potrebbe persino far aumentare le perdite del 20%, ammette la stessa BP.

Intanto la credibilità della multinazionale del petrolio crolla non solo per i fiaschi, ma anche perché un inchiesta del New York Times sostiene che già dal giugno 2009 BP sapesse che le condizioni di sicurezza della piattaforma Deepwater Horizon erano precarie. In particolare, sostiene il NYT, i tecnici BP avevano avvertito che il rivestimento alla base del pozzo avrebbe potuto cedere a causa della pressione, ma la multinazionale non ha mai preso in considerazione i loro avvertimenti.

Su questa mappa interattiva puoi seguire l’evoluzione della chiazza di petrolio nel Golfo del Messico

Amore, mi sento confuso

Il cuculo è l’uccello più conosciuto per quello che viene definito parassitismo di cova: deposita le sue uova nei nidi di altri uccelli per sfruttarne le cure genitoriali. Alcune anatre non sono da meno: il moriglione testarossa deposita le uova nei nidi di un’altra specie simile, il moriglione dorsotelato, che cova e cresce i piccoli testarossa come fossero suoi. Non senza generare una certa confusione.

Grazie all’imprinting infatti i piccoli testarossa sono convinti di essere delle dorsotelato a tutti gli effetti, e quando crescono cercano di accoppiarsi con femmine di questa specie. Ricevendo solo una serie di rifiuti. Questo mese su Proceedings of the Royal Society B è stato pubblicato uno studio su queste due specie. Secondo gli scienziati le anatre testarossa, essendo solite a questa forma di parassitismo, avrebbero dovuto essere meno influenzate dall’imprinting rispetto alle dorsotelato. Invece non è stata verificata alcuna differenza tra le due specie.

L’esperimento compiuto dagli etologi comprendeva sia maschi testarossa che dorsotelato cresciuti insieme a una famiglia dell’altra specie. In entrambi i casi il maschio cercava la femmina della specie che lo aveva cresciuto e accudito, anche se diversa dalla sua. In entrambe le specie l’imprinting risulta essere comunque più forte della genetica, e purtroppo crea il caos. Come leggiamo su Science, ancora non è compreso come alla fine i maschi testarossa tornino sui loro passi e corteggino le femmine della loro stessa specie, schivando così l’estinzione.

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