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Archivio del mese febbraio, 2010

Doping a Vancouver

 

vancouverQuesto fine settimana terminano le Olimpiadi invernali del 2010 a Vancouver (Canada), e la rivista National Geographic dedica un servizio al doping.  Non si parla di pillole e veleni, ma del doping che prevede una trasfusione di sangue a poca distanza dalla gara. L’intento è quello di avere in circolo più globuli rossi che portano ossigeno ai muscoli. Muscoli più ossigenati significa miglior performance e nessun crampo da acido lattico.

DOPINGLe alternative in caso si cerchi di farla franca con questo tipo di doping sono due: una trasfusione di sangue di una persona estranea, detto eterologa, o un salasso preventivo che viene poi ritrasfuso allo stesso atleta prima della gara. In entrambi i casi il rischio di essere beccati c’è e i danni per la salute non sono da sottovalutare. Harvey Klein, capo di medicina trasfusionale al U.S. National Institutes of Health, avverte che una trasfusione eterologa è facile da scovare perché con un’analisi delle cellule del sangue si possono distinguere proteine diverse sulla superficie.

In entrambi i casi poi la misurazione dell’emoglobina sarebbe alta in modo sospetto. Proprio dall’ aumento dei globuli rossi, e della conseguente emoglobina, derivano anche gli effetti dannosi del doping ematico. Il sangue infatti diventa più compatto, circola con maggior difficoltà con rischio di trombosi e disidratazione. Inoltre il sangue è un ottimo veicolo di infezioni, sia preesistenti sia successive alla preparazione in condizioni di scarsa igiene.

Per promuovere l’incremento dei globuli rossi esistono metodi più sicuri e soprattutto naturali: una regolare attività fisica, una buona alimentazione o vivere ad alte altitudini. Ma se queste argomentazioni non vi hanno ancora convinto, Don Catlin, ricercatore del laboratorio anti-doping dell’Università della California, Los Angeles, avverte che prossimamente la World Anti-Doping Administration svilupperà un test che riesce a rilevare le tracce chimiche tipiche del sangue che proviene da sacche trasfusionali.

 

Dimagrimento ad alta quota

Finiti i bagordi del Carnevale molti italiani si impongono in questi giorni una dieta ferrea. Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Obesity, forse una settimana bianca in alta quota potrebbe aiutare a eliminare un paio di chili di troppo. Non si tratta di fare ore di discesa, fondo o saune finlandesi. A quanto pare l’altitudine da sola dovrebbe bastare.

Florian Lippl, gastroenterologo alla Ludwig-Maximilians-University di Monaco, ha portato 20 uomini obesi a 2650 metri d’altezza nei pressi del massiccio tedesco del Zugspitze, vicino al confine con l’Austria. Per una settimana i venti uomini hanno svolto la stessa attività fisica fatta a casa, misurata da un contapassi, e potevano mangiare quello che volevano. Durante il periodo di permanenza sono stati sottoposti a esami del sangue per rilevare i livelli di ormoni della sazietà come leptina e grelina.

obesity-health-problemsRisultati: dopo una settimana hanno perso 1,5 kg a testa, la pressione sanguigna è diminuita mentre i livelli dell’ormone della sazietà leptina sono aumentati. Sentendosi sazi prima, e forse anche perché erano sotto stretto controllo, il gruppo ha mangiato meno, ma anche con queste ridotte entrate caloriche non si spiega il dimagrimento così elevato in pochi giorni. Secondo Lippl il merito è dell’aria di montagna.

L’aria d’alta quota è più rarefatta, per riuscire a ossigenare normalmente l’organismo il cuore deve aumentare il numero di battiti. Con il freddo poi il metabolismo brucia più grassi per mantenere la temperatura corporea in equilibrio. E a quanto pare la sazietà arriva prima. "Sappiamo per esperienza che motivare i nostri pazienti obesi a fare esercizio fisico è difficile." dice Lippl "Abbiamo pensato che, portandoli là su, l’aumento naturale del metabolismo avrebbe fatto il più del lavoro al loro posto".

Questo studio è sicuramente interessante come spunto per approfondire l’argomento, ma per cantar vittoria e prenotare le vacanze in montagna con lo scopo di dimagrire, meglio aspettare prima un lavoro clinico in cui sia presente un gruppo di persone obese tenuto a basse altitudini contemporanemanete a quello presente ad alta quota, per poter mettere a confronto i dati. Per saperne di più leggi anche la news su Science.

Chi siamo? Da dove veniamo? Un meteorite ce lo dirà

È la drosofila dell’astronomia: è stato studiato per decenni e continua a stupire, spiegandoci ancora cose nuove sulla nascita del Sistema solare. Stavolta, il meteorite di Murchison, atterrato in Australia nel 1969, ha rivelato la presenza di 14 000 composizioni molecolari uniche a base di carbonio, che a loro volta possono combinarsi in infinite composizioni, e si pensa che ne nasconda altre, per un totale di almeno 50 000.

Questo perché il meteorite è rimasto lì, a disposizione degli scienziati per più di quarant’anni, ma nel frattempo le tecniche di ricerca sono avanzate e con loro, le possibilità di studio del sasso spaziale. Per esempio, l’ultima ricerca è avvenuta grazie alla spettrometria di massa ed è stata pubblicata da ricercatori tedeschi sulla rivista Pnas. Perché andare a cercare molecole organiche su un sasso spaziale? Perché quelle sono la base della vita e, siccome c’è chi sostiene che siano arrivate dallo spazio sulla Terra a cavallo di un asteroide o di una cometa, è interessante vedere se possa davvero essere successo. Il meteorite, cioè, ci racconta la complessità chimica del Sistema solare e ci può far capire molto di come si sia evoluto alle sue origini, 4,6 miliardi di anni fa.
 

Abbassa la cresta, Homo sapiens

Non sei niente di speciale, uomo. Sei uno dei tanti che popolano il pianeta, sei anche abbastanza giovane e impertinente. Sarà bene che tu capisca in fretta che i tuoi cugini, che tanto disprezzi, sono molto simili a te. E che tutto quello che hai e che sei lo devi all’evoluzione, etica compresa. Per ricordartelo, puoi ripercorrere la tua storia con un libro che parla di te e della tua famiglia Umani da sei milioni di anni, scritto dalla coppia Gianfranco Biondi e Olga Rickards, rispettivamente antropologo (all’università dell’Aquila) e antropologa molecolare (a Roma Tor Vergata), con questo alla quinta opera sul tema.

Intanto perché cinque libri, scritti dagli stessi autori, sullo stesso tema? Beh, perché l’antropologia si muove velocemente e ogni anno ci sono tonnellate di scoperte nuove e di dibattiti aperti che rimettono in discussione certi passaggi della storia dell’umanità. Però attenzione: sono solo alcuni i passaggi che vengono rivisti. Tutto il resto e l’approccio allo studio dell’evoluzione, sono sempre quelli. Negli anni, poi, la ricerca ha anche cambiato i suoi metodi. Ecco perché gli autori sono un antropologo tradizionale e un’antropologa molecolare: da qualche tempo in qua, infatti, l’antropologia ha cominciato a impiegare la genetica e lo studio del Dna antico per risolvere quei gialli che lo studio delle ossa e della morfologia dei resti lasciavano aperti. E ha così anche chiarito molti aspetti della storia che prima non potevano nemmeno essere affrontati, come la predisposizione al linguaggio o il colore dei capelli del nostro cugino Neandertal. Ma non pensiate che tutto sia così semplice: passato l’Indiana Jones di turno, scoperto un fossile sorprendente, studiato, analizzato e poi messo nelle mani di chi si occupa di genetica non sempre si può disegnare l’albero genealogico definitivo dell’umanità e la questione si chiude lì. Tant’è che oggi le specie umane individuate nel corso dei sei milioni di anni della nostra storia sono davvero tante, per qualcuno anche troppe, segno che forse c’è un problema nella loro classificazione o nel protagonismo degli scienziati che dicono di averle scoperte. E poi la ricerca va avanti davvero velocemente (vi ricordate di Ardi, descritta nell’ottobre dell’anno scorso, quando, tra l’altro, il libro di Biondi e Rickards era appena uscito? O di Ida, che ha avuto un successo mediatico inatteso, a cui probabilmente non corrisponde un analogo successo scientifico?): secondo voi un libro sarà mai capace di descrivere esattamente, e mettendo d’accordo tutti, come sono andate davvero le cose? Quello che però un libro può fare è portarci a pensare a quanto presuntuosa sia una specie che classifica i parenti stretti, a dispetto della somiglianza fisica e genetica, in generi lontani, decidendo di essere l’unica a potersi fregiare del nome Homo su questa terra.

 

Umani da sei milioni di anni

Gianfranco Biondi e Olga Rickards
Carocci, 2010
21,60 euro

I segreti del faraone

Macché mistero e mistero d’Egitto. La morte di Tutankamon non ha niente di misterioso: è stata tutta colpa della malaria. Lo dice un’indagine paleopatologica effettuata sulla sua mummia e pubblicata dalla rivista della American Medical Association, che ha scoperto una volta per tutte le cause del decesso del faraone ragazzino, avvenuta nel 1324 a.C. quando questo aveva 19 anni. 

La scoperta non è solo pane per i cultori di Wilbur Smith e per il genere giallo ambientato nell’antico Egitto. Si tratta infatti della prima prova della presenza dell’agente che causa malaria in un corpo datato con precisione, mentre in altri casi la datazione era più incerta. Non solo: si sono adottati tecniche nuove su un paziente molto vecchio, di tipo radiologico e genetico. E allora ecco che cosa si è trovato: la malaria, una frattura alla gamba, una malattia congenita delle ossa, il piede deforme e le impronte genetiche di una dinastia particolare, perché la mamma di Tutankamon  probabilmente non era la moglie di suo padre, la bella Nefertiti, e il padre era il faraone eretico Akenaton. Ma aspettate a lanciarvi nei soliti moralismi: per le dinastie egiziane era una cosa normale.
 
Lo studio è stato condotto dal padre padrone dell’archeologia egiziana, il segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie Zahi Hawass, famoso anche per le sue frequenti apparizioni televisive con indosso il cappello di Indiana Jones, e da ricercatori tedeschi e italiani.
 
 
 

Il vaccino senza frigo

sugaryvaccine_Oxford-UniversityProva a immaginare i problemi che dovresti affrontare se dovessi portare qualche migliaio di vaccini in una zona dell’Africa più povera. Come faresti a tenerli refrigerati? Non ci sono frigoriferi dappertutto, come in Europa. Forse una ditta inglese, insieme all’università di Oxford, ha risolto il problema. Infatti i ricercatori hanno sviluppato un vaccino che resta stabile anche a temperature tropicali.

Per l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), quello della catena del freddo è sempre stato uno dei maggiori problemi – e dei maggiori costi – delle campagne vaccinali in paesi tropicali, che riguardano patologie come poliomielite, tubercolosi, difterite, tetano. Ma la nuova scoperta permetterebbe di conservare i vaccini a temperatura ambiente, senza bisogno di frigoriferi, congelatori, energia elettrica. Basterebbe, per esempio, uno zaino in spalla per trasportare vaccini nei villaggi più remoti.

Lo studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine, presenta la "anidrobiosi", una tecnica di miscelazione di un vaccino (a base di virus vivi attenuati) con acqua, trealosio e saccarosio, filtrazione, disidratazione. In questo modo una sottile pellicola zuccherina protegge i principi attivi, e basta reidratare il vaccino con acqua per renderlo utilizzabile. I primi studi parlano di una resistenza di quattro mesi a 45°C, una vera e propria rivoluzione.

In un’intervista a SciDev, Christian Loucq, direttore della PATH Malaria Vaccine Initiative, ha detto che "lo sviluppo di un processo che ci permetta di non aver più bisogno della catena del freddo per stoccare e trasportare i vaccini sarebbe una novità importantissima", anche se ovviamente tutto dipenderà dalle conferme sulla sua fattibilità. E, problema non secondario quando si parla di paesi poveri, dal prezzo della nuova tecnica.

Il genoma dei bushmen

La tribù Ju/hoansi, in Namibia, è il più antico gruppo umano conosciuto. Questi cacciatori-raccoglitori, o "bushmen", rappresentano la linea genetica più vecchia tra quelle che compongono il genere umano. Ora ricercatori americani e australiani, appoggiati da diverse aziende che vendono servizi di sequenziamento genetico, hanno sequenziato i genomi di quattro anziani capitribù, di più di ottant’anni, e di un altro anziano bantù (vedi immagine da Nature). Le loro identità sono state tutte rese pubbliche sull’articolo di Nature, la rivista che ha pubblicato lo studio. Il bantù è niente di meno che il famoso arcivescovo e Nobel per la pace Desmond Tutu, che discende dalle etnie Tswana e Nguni.

Tutti i dati genetici e medici dei partecipanti sono stati pubblicati su GenBank, un database ad accesso aperto, e quindi tutti i ricercatori del mondo potranno usarli per i loro studi. Tutu, per esempio, nel corso della sua vita ha avuto poliomielite, cancro alla prostata e tubercolosi, tutte patologie con una componente genetica.

Una delle prima scoperte è che la variabilità genetica tra questi quattro uomini è maggiore di quella media tra un europeo e un asiatico, come sottolineano gli autori dello studio. "Per sapere in che modo i geni influiscono sulla salute, dobbiamo conoscere il range completo della variabilità genetica, e l’Africa del sud è il posto in cui cercarla", ha dichiarato Webb Miller, professore di biologia e informatica alla Penn State University negli Stati Uniti.

Desmond Tutu è l’ultimo personaggio famoso a sottoporsi a sequenziamento del genoma e a rendere pubblici i dati. Nello studio pubblicato da Nature, per esempio, i genomi dei bushmen africani venivano comparati con quello di Craig Venter, il famosissimo biologo che ha partecipato alla gara per il sequenziamento del genoma umano.

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Una nuova teoria per la Luna

luna_pienaSi tratta solo di un’ipotesi, e la comunità scientifica la sta vagliando con il dovuto scetticismo. Ma è un’ipotesi affascinante: alcuni ricercatori olandesi e sudafricani hanno ipotizzato che la Luna si sia formata in seguito a un’esplosione nucleare avvenuta sulla Terra a causa di un gigantesco georeattore naturale, cioè una zona vicina alla superficie terrestra in cui si sono concentrati elementi pesanti come l’uranio.

Questa ipotesi, pubblicata sulla rivista Earth, Moon and Planets, si basa su recenti rilevazioni del contenuto isotopico, cioè di atomi, della composizione rocciosa della Luna. Molto, troppo simile a quello della Terra, e questo contraddice le principali teorie sull’origine del satellite.

Oggi le principali teorie sulla nascita della Luna sono quattro: l’impatto gigante, cioè lo scontro della Terra con un altro pianeta; la cattura per attrazione gravitazionale di un satellite formatosi in un’altra zona del sistema solare; la coformazione di Terra e Luna a partire da materiale disperso nello spazio; la fissione, cioè il distacco di della Luna dalla Terra per azione di forze centrifughe dovute alla rotazione terrestre.

Tutte queste teoria hanno i loro punti deboli, ma quella dell’impatto gigante è attualmente la più accreditata. Tuttavia la nouva ipotesi risolverebbe alcuni problemi. Per esempio, la teoria dell’impatto gigante prevede che solo il 20% del materiale che costituisce la Luna provenga dalla Terra.

La teoria dell’esplosione, che deriva da quella della fissione, sostiene che l’aumento di velocità di rotazione del pianeta necessario a far distaccare un pezzo della sua crosta sia dovuto a un’enorme esplosione nucleare avvenuta al confine tra crosta e nucleo terrestre, nei pressi del piano equatoriale. Questa ipotesi, sottolineano gli autori, spiegherebbe la composizione pressoché identica di Luna e Terra dal punto di vista degli elementi leggeri (ossigeno, silicio, potassio) e pesanti (come cromo, neodimio e tungsteno).

Dipinti al riparo dalla calura

La datazione dei reperti archeologici grazie al carbonio-14 è un metodo conosciuto da tanti anni. Eppure nel 2009 un team internazionale di geocronologi ha creato una nuova curva di decadimento del 14C che permette di conoscere in maggior dettaglio l’epoca precisa dei reperti ritrovati.

Le piante e gli animali assorbono il carbonio-14 dall’anidride carbonica dell’ambiente, poi con la morte questo decade in quantità proporzionale al passare del tempo. Si tratta di un vero orologio che permette quindi di stabilire l’epoca di appartenenza di un reperto; il limite di utilizzo di questo radioisotopo è l’età approssimativa di 50.000 anni, al di sopra della quale la quantità di carbonio è troppo esigua per trarne una datazione certa.

Questo isotopo varia nell’atmosfera in base alla situazione geomagnetica e all’attività solare, quindi Paula Reimer del Chrono Centre della Queen’s University di Belfast, a capo del gruppo INTCAL, si è prefissa il traguardo di studiare queste fluttuazioni nel passato per poter costruire una curva di calibrazione più accurata possibile. Infatti nel 2009 è stata pubblicata sulla rivista di settore Radiocarbon una curva aggiornata che permette di fornire una datazione corretta per reperti fino a 50.000 anni di età, contro i 26.000 di quella pubblicata nel 2004. 

Grazie allo studio sappiamo per esempio che i dipinti delle caverne di Chauvet, nel Sud della Francia, non furono eseguiti 32.000 anni fa, dopo un periodo di freddo glaciale, ma più di 4000 anni più tardi, in un periodo piuttosto caldo. La conoscenza della concentrazione del 14C nell’atmosfera passata, ricavata dallo studio di tronchi d’albero, coralli e foraminifere, ci permette di capire fenomeni chiave sia nell’evoluzione dell’uomo che sui cambiamenti climatici. Per saperne di più leggi la news su Science e il report di Radiocarbon.

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Password e fantasia

hacking-crack-passwordTutti noi possediamo codici d’accesso e password: per leggere le mail, per l’utilizzo delle operazioni bancarie online, per proteggere i nostri dati. Ma se tra le vostre password sono presenti 123456 o iloveyou o princess è proprio ora di cambiare. Queste sono solo alcune delle password più craccate in assoluto. Imperva, azienda che si occupa di sicurezza dei dati, ha pubblicato un recente studio intitolato "le peggiori pratiche dei consumatori sulle password". Questo report mette in evidenza quanto possiamo essere prevedibili nello scegliere le password, e quindi facili prede degli hacker.

La fretta e la scarsa fantasia, insieme alla scelta di nomi famigliari facili da ricordare sono sicuramente i motivi principali di creazione di parole chiave troppo semplici da scovare. "Per quantificare il problema, la combinazione di password facili e possibili attacchi da parte di hacker significa che servono solo 17 minuti per craccare 1000 account", afferma il report di Imperva.

Per proteggere meglio i nostri dati sono riferiti alcuni accorgimenti da seguire, per esempio la password deve contenere almeno otto caratteri, di 4 tipologie diverse: lettere, numeri, segni di punteggiatura e simboli. Questi ultimi meglio non metterli in testa o alla fine della password. Scordatevi poi nomi di persone, date o parti del vostro indirizzo email. A questo punto potrebbe diventare difficile memorizzare la password, il guru della sicurezza informatica Bruce Schneir suggerisce quindi un trucco: trasformare una frase in parola chiave, per esempio "Now I lay me down to sleep" diventa così nilmDOWN2s.