Virus sequenziato, suino mezzo fregato
L’influenza suina è ormai alle porte dell’Italia. Questo nuovo virus a Rna (tipo A, sottotipo H1N1) nasce da un riassortimento genetico di virus influenzali che circolano liberamente tra i suini e solo raramente colpiscono l’uomo. Ma il nuovo H1N1 è nato dal riassortimento genetico del ceppo suino con geni umani e aviari, e da questa miscela genetica è uscito un virus particolarmente adatto alla trasmissione fra esseri umani.
Questa nuova influenza si presenta clinicamente in modo simile a quella stagionale classica, con starnuti, febbre, dolori articolari. Se presentiamo questi sintomi e siamo appena tornati da zone infette (come il Messico) alla visita medica seguirà l’iter diagnostico per identificare il virus. E qui sta il nocciolo della questione. Virus nuovo, ma vecchi test; ovvero test adatti a vecchi virus. Quelli più utilizzati per il primo screening sono l’immunofluorescenza diretta e la PCR (Polymerase Chain Reaction). Il primo test mette in evidenza parti del virus grazie all’adesione di questo agli anticorpi specifici. Ma al momento gli anticorpi umani possono essere poco sensibili e attrattivi per un virus di derivazione animale. L’altro test invece evidenzia nel sangue o nella saliva della persona potenzialmente infetta una porzione del genoma del virus, attraverso una reazione che permette di identificarne anche minuscole quantità. Entrambi i test di screening vengono fatti per evidenziare che il virus è di tipo A, cioè di derivazione animale.
A questo punto per la tipizzazione del virus, ed essere certi si tratti di influenza suina, il campione viene inviato ad un laboratorio di riferimento, indicato a seconda della zona di residenza dalla rete Influnet, con il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità. A livello mondiale poi tutti i casi di positività all’antigene H1 vengono comunicati all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). I laboratori centrali con il campione fanno una PCR dettagliata o una coltura del virus. Sono questi infatti i test più importanti che l’OMS indica come comprovanti dell’infezione (casi confermati).
I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti (CDC) ammettono che "test rapidi per il rilevamento dell’antigene A dovrebbero essere sufficienti per lo screeening, ma sono possibili falsi negativi". Ecco perché il testo guida dell’OMS prevede che per definire un caso come probabile o sospetto non bisogna mai valutare gli esiti dei test disgiuntamente dalla storia clinica del paziente o dai suoi sintomi.
A fare la differenza è il sequenziamento del virus. Una volta conosciuto nel dettaglio il patrimonio genetico e quindi gli antigeni di questo virus i test diagnostici saranno costruiti ad hoc. Con la sequenza esatta del virus (alla quale ha contribuito anche l’Italia), sono in fase di sperimentazione kit di PCR specifici da distribuire in maniera capillare e da fare subito sui casi sospetti. Sono quindi i ricercatori con questa corsa contro il tempo a fornire i mezzi adatti per la diagnosi precoce e la contenzione epidemica della malattia. Per saperne di più leggi la notizia sui nuovi test PCR: http://www.cbsnews.com/stories/2009/04/27/ap/asia/main4971663.shtml