Hai tre richieste di amicizia e forse potresti conoscere Albert Einstein, Charles Darwin e Pitagora. Credete che gli scienziati non giochino con Facebook? Ci giocano eccome e a volte vedono succedere cose strane. Come la comparsa di falsi profili (profili fake in inglese) che rubano l’identità di alcuni di loro, senza che si capisca bene il perché. È successo, per esempio, a Rick Weiss, un vecchio reporter del giornale Washington Post, e ad Alta Charo, una bioeticista americana, entrambi clonati su Facebook (o meglio, Fakebook) in profili amici di diversi biologi di tutto il mondo.
La storia è raccontata su Nature News: nel settembre del 2008, a un congresso sulle cellule staminali, Weiss conosce Matthew Herper, giornalista della rivista di finanza Forbes. Poco tempo dopo, Herper riceve la richiesta di amicizia di Weiss. E, siccome non è uno sprovveduto, controlla prima la sua lista di amici e le info, per capire se si tratti davvero di quel Rick Weiss che ha conosciuto. E scopre l’inghippo. Alta Charo, invece, inciampa personalmente nel suo profilo fake e in quelli di altri ricercatori che lavorano sulle cellule staminali, compresi pezzi grossi della sua università. La differenza tra i due è che Weiss ha davvero un suo profilo Facebook, che tiene come molti di noi e che era stato copiato quasi del tutto, mentre Charo no: il fake è stato compilato con dati facilmente reperibili su Google. Ma perché? Chi è che si è preso la briga di copiare le loro identità? E soprattutto, perché?
Gli esperti, una cosa del genere la chiamano un Sybil attack. Negli ultimi mesi, gli amministratori di Facebook sono dovuto intervenire migliaia di volte a settimana per rimuovere i profili falsi. Basta una giornata di lavoro per creare una rete di finti scienziati che lavorino, per esempio, sulle cellule staminali, spiegano. E in questo modo si può arrivare a parassitare le informazioni messe in rete dai veri scienziati, per i loro veri amici. Per esempio, sospettano su Nature, dietro potrebbero esserci associazioni contrarie alla ricerca sulle staminali. I giornalisti di Nature hanno anche provato a contattare gli impostori, attraverso i loro profili fake, ma questi sono stati rimossi subito dopo. Comunque, pare che non succeda solo agli scienziati: diversi articoli raccontano storie simili: se dovesse succedere anche a voi, segnalatelo.
L’influenza suina è ormai alle porte dell’Italia. Questo nuovo virus a Rna (tipo A, sottotipo H1N1) nasce da un riassortimento genetico di virus influenzali che circolano liberamente tra i suini e solo raramente colpiscono l’uomo. Ma il nuovo H1N1 è nato dal riassortimento genetico del ceppo suino con geni umani e aviari, e da questa miscela genetica è uscito un virus particolarmente adatto alla trasmissione fra esseri umani.
Questa nuova influenza si presenta clinicamente in modo simile a quella stagionale classica, con starnuti, febbre, dolori articolari. Se presentiamo questi sintomi e siamo appena tornati da zone infette (come il Messico) alla visita medica seguirà l’iter diagnostico per identificare il virus. E qui sta il nocciolo della questione. Virus nuovo, ma vecchi test; ovvero test adatti a vecchi virus. Quelli più utilizzati per il primo screening sono l’immunofluorescenza diretta e la PCR (Polymerase Chain Reaction). Il primo test mette in evidenza parti del virus grazie all’adesione di questo agli anticorpi specifici. Ma al momento gli anticorpi umani possono essere poco sensibili e attrattivi per un virus di derivazione animale. L’altro test invece evidenzia nel sangue o nella saliva della persona potenzialmente infetta una porzione del genoma del virus, attraverso una reazione che permette di identificarne anche minuscole quantità. Entrambi i test di screening vengono fatti per evidenziare che il virus è di tipo A, cioè di derivazione animale.
A questo punto per la tipizzazione del virus, ed essere certi si tratti di influenza suina, il campione viene inviato ad un laboratorio di riferimento, indicato a seconda della zona di residenza dalla rete Influnet, con il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità. A livello mondiale poi tutti i casi di positività all’antigene H1 vengono comunicati all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). I laboratori centrali con il campione fanno una PCR dettagliata o una coltura del virus. Sono questi infatti i test più importanti che l’OMS indica come comprovanti dell’infezione (casi confermati).
I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti (CDC) ammettono che "test rapidi per il rilevamento dell’antigene A dovrebbero essere sufficienti per lo screeening, ma sono possibili falsi negativi". Ecco perché il testo guida dell’OMS prevede che per definire un caso come probabile o sospetto non bisogna mai valutare gli esiti dei test disgiuntamente dalla storia clinica del paziente o dai suoi sintomi.
A fare la differenza è il sequenziamento del virus. Una volta conosciuto nel dettaglio il patrimonio genetico e quindi gli antigeni di questo virus i test diagnostici saranno costruiti ad hoc. Con la sequenza esatta del virus (alla quale ha contribuito anche l’Italia), sono in fase di sperimentazione kit di PCR specifici da distribuire in maniera capillare e da fare subito sui casi sospetti. Sono quindi i ricercatori con questa corsa contro il tempo a fornire i mezzi adatti per la diagnosi precoce e la contenzione epidemica della malattia. Per saperne di più leggi la notizia sui nuovi test PCR: http://www.cbsnews.com/stories/2009/04/27/ap/asia/main4971663.shtml
Le reti di comunicazione sono sicure? Non sempre, nemmeno per le università. Un editoriale di Nature, preoccupato per le minacce dei cyber-criminali che si infiltrano nelle reti, si spinge addirittura a proporre ai centri di ricerca di adottare misure di portata simile a quelle che si stanno studiando per affrontare la crisi finanziaria, il cambiamento climatico o le pandemie infettive.
Stiamo parlando di virus informatici come il noto Conficker, o degli attacchi che dagli anni novanta sono aumentati di numero e di intensità, e che secondo Nature non sono più opera di giovani hacker isolati ma anche di reti criminali organizzate che si occupano di spamming o spionaggio industriale.
Quindi, azioni coordinate e forte leadership da parte dei governi di tutto il mondo, ma anche un ruolo più attivo da parte delle università per evitare un vero e proprio cyber-Katrina (l’uragano che ha colpito gli Stati uniti nel 2005), come l’ha definito un senatore Usa. Il senato Usa infatti sta discutendo due leggi in materia: una darebbe al presidente la possibilità di definire gli standard di cybersicurezza e di nominare un Cyber-zar, un responsabile nazionale per la sicurezza informatica. L’altra, quella che più sta a cuore ai ricercatori, darebbe alla National Science Foundation il compito di fare ricerca ed educazione sul tema, grazie a un finanziamento di 1,7 miliardi di dollari.
Anche la Commissione Europea da parte sua sta cercando di rinforzare le sue capacità di prevenire e rispondere agli attacchi cyber, anche in questo caso con la creazione di una figura di un Mister Sicurezza contro malware e cracker.
Lo zoo della genomica ha fatto un altro acquisto: la mucca. Dopo il cane, il pidocchio, il verme, lo scimpanzé, il macaco, l’ornitorinco e l’uomo, anche il suo Dna oggi non ha più segreti. Grazie a un paziente lavoro durato sei anni, nel quale sono stati coinvolti 300 biologi di 25 paesi, è adesso possibile leggere i segreti genetici della mucca (per gli scienziati, Bos taurus) e capire, per esempio, come aumentare la produzione di carne e di latte. O riconoscere i meccanismi infettivi del prione responsabile della cosiddetta malattia della mucca pazza. O, ancora, risolvere il problema delle emissioni di gas negli allevamenti, dovuto a una ovvia (e rumorosa) questione digestiva.
Il genoma della mucca è stato pubblicato sulla rivista Science: il gruppo internazionale di scienziati è il Bovine Genome Sequencing Project ed è composto anche da ricercatori italiani. Il risultato è stata la lettura di 22 000 geni di cui l’80% in comune con gli esseri umani, più di quelli che abbiamo in comune con ratti e topi: ed ecco la prima importante scoperta. Si è poi seguita la sequenza di riarrangiamenti genici legata ai secoli di convivenza con l’uomo che ne ha diretto l’evoluzione secondo i suoi fini, rendendo la mucca un animale capace di convertire erba (un alimento a bassa energia) in latte e carne (ad alta energia).
Adesso, grazie alla genetica, è possibile pensare di migliorare le tecniche di allevamento per renderle ancora più produttive, cominciando col capire perché esistano varietà che fanno più latte, o carne più magra e così via. Studiando poi i geni legati all’immunità e alla digestione, gli scienziati annusano già la possibilità di poter rendere le stalle meno inquinanti dal punto di vista atmosferico, riducendo la produzione di gas intestinali (soprattutto metano) che contribuiscono all’effetto serra.
Si può leggere ancora sul genoma della mucca in altri articoli online, su riviste scientifiche, come Science Daily, o altre, alcune delle quali, come Science News, danno anche tutti i riferimenti per risalire alle pubblicazioni primarie, mentre altre, come il New Scientist, approfondiscono gli obiettivi della ricerca. Si può trovare la stessa notizia anche su siti generalisti, come la BBC.
Mamma parla inglese, babbo è francofono, all’asilo tutti giocano in italiano. E quando si va dai nonni, capita anche di sentire il dialetto. Come se la cavano i bambini cresciuti in una Babele familiare? Oggi sono tanti e saranno sempre di più: che cosa dobbiamo aspettarci da loro? Secondo una ricerca appena pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences e condotta da un gruppo di scienziati (multilingue) di sede a Trieste, niente di strano, se non, probabilmente, delle prestazioni più vivaci di quelle dei loro coetanei. Una lingua in più è una marcia in più, insomma, sin da piccoli. E non è vero, come ogni tanto si sente dire, che i piccoli sarebbero confusi e storditi da troppo stimoli intorno a loro.
Gli scienziati triestini hanno preso quaranta bimbi di sette mesi, alcuni bilingue e altri monolingue: un compito facile a Trieste, che è una città di frontiera circondata dalla Slovenia. Poi hanno mostrato loro un pupazzetto attraverso uno schermo di un computer. E hanno giocato a spostarlo improvvisamente sullo schermo di un altro computer, per calcolare i tempi di reazione delle piccole cavie. Il cronometro è stato chiaro: i bambini cresciuti in famiglie plurilingue sono più veloci e adattabili degli altri. Il merito sarebbe di un miglioramento nel controllo delle funzioni esecutive, così lo hanno definito gli scienziati, che permette di orientare l’attenzione su diversi oggetti. Attenzione però: i bimbi di sette mesi non sanno ancora parlare. Sono cresciuti in ambiente diversi e questa ricerca dimostra che, almeno per un confronto tra mono e bilingue, il solo ascolto di idiomi diversi dà dei vantaggi importanti sullo sviluppo di certe capacità cognitive. Ma non dice niente sul rendimento scolastico o sulla felicità.
Sulla ricerca si può leggere un interessante articolo dell’Economist o un articolo del National Geographic. Qui si trova l’abstract della ricerca originale. Si può anche sentire un’intervista a uno degli autori dello studio e a un’altra linguista sul sito di Radio3 scienza.
Ne hanno parlato i giornali di mezzo mondo, e in Italia è stata una ricorrenza speciale: il 22 aprile era il centesimo compleanno di Rita Levi Montalcini, scienziata, premio Nobel per la medicina per i suoi studi sul fattore di crescita delle cellule nervose, senatrice a vita e portavoce nobile della scienza italiana. Oggi, oltre all’attività in senato con la sua fondazione si occupa di aiutare le donne nei paesi più poveri, soprattutto favorendone la formazione e il miglioramento delle condizioni sociali.
Nella pagina di Wikipedia dedicata a lei se ne può leggere la storia – avventurosa – mentre sul sito del premio Nobel si trova un’autobiografia (in inglese) scritta nel 1986, anno della vittoria del premio. In occasione del suo compleanno è uscito anche un libro, Cronologia di una scoperta (208 pagine, 18 euro), in cui Montalcini racconta proprio la storia di quel premio e delle sue ricerche sul sistema nervoso.
Per salutarla abbiamo raccolto alcuni video in cui potete ascoltarla mentre tiene una lezione a un gruppo di ragazzi, oppure mentre parla della sua storia personale e rivela il suo forte senso etico nei confronti della scienza, dei suoi risultati e delle sue tragedie (per esempio la produzione della bomba atomica). In questo video invece una "giovane" Montalcini, vent’anni fa, parla di scienza e futuro dell’umanità. Nel video sotto, Rita Levi Montalcini parla di libertà della ricerca e del suo ruolo sociale intervistata… da Fabio Fazio a Che tempo che fa.
Il giornalista scientifico del quotidiano inglese The Guardian, Ben Goldacre, è specializzato nello scovare gli errori della scienza, i suoi conflitti di interesse e i modi in cui le aziende farmaceutiche, cosmetiche, i nutrizionisi da salotto televisivo e i santoni new age ci vendono le loro pretese verità. Il suo libro La cattiva scienza, appena tradotto in italiano (Bruno Mondadori, 304 pagine, 22 euro) è stato scritto a partire dal suo lavoro quotidiano sul Guardian e sul suo divertente blog, badscience.net.
Le storie raccontate nel libro sono divertenti e ironiche, ma non perdono mai il loro contenuto di denuncia. Lo sguardo smaliziato di Goldacre regna su un panorama fatto di errori, ma soprattutto di inganni. E poi, che si parli di scuola, nutrizionisti, omeopatia, statistiche sbilenche o bufale mediatiche, Goldacre non fa altro che spiegarci come si fa buona scienza e buona informazione.
La cattiva scienza, infatti, non è solo un viaggio giornalistico, ma anche uno stimolo a leggere le notizie di scienza, a guardare le pubblicità, ad ascoltare un programma televisivo o una lezione di scuola con spirito critico. Magari, conoscendo meglio i meccanismi della buona scienza. E partecipando: non per nulla alla fine del libro Ben invita i lettori ad aprire un blog e cominciare a discutere di scienza, imparare a conoscere il lavoro dei ricercatori e raccontarlo. Anche se non siete giornalisti del Guardian!
L’idea è quella di costruire una serra di fiori da inviare sulla Luna, per verificare la possibile crescita di piante sul Satellite in vista di una maggiore presenza umana. Il nome del progetto è Lunar Oasis.
Questo ambizioso e singolare progetto inizierà con la realizzazione di un lander lunare (che porterà la serra sulla Luna), attualmente in costruzione dalla società Odyssey Moon. Mentre la Paragon Space Development Corp sta sviluppando il sistema di protezione termica delle piante. Insieme le due aziende parteciperanno alla competizione scientifica Google Lunar X Prize, che premierà con 30 milioni di dollari la migliore missione verso la Luna in ambito robotico.
Le difficoltà non sono poche: la gravità sulla Luna è 1/6 rispetto a quella sulla Terra. Poi da prendere in considerazione ci sono le radiazioni cosmiche, e la forte escursione termica che va da -153°C a +107°C. Guarda il video che dimostra come sarà la serra: http://www.rocketeers.co.uk/node/561
Per il progetto è stata scelta una pianta molto forte, che sulla Terra produce fiori in sole due settimane: la senape. Ci sono già stati esperimenti di crescita di piante a gravità zero, compiuti sia sullo Space Shuttle, sulla Stazione Spaziale MIR e sulla Stazione Spaziale Internazionale, ma questa volta le condizioni climatiche sono estreme. E poi si tratta di un primato, infatti la senape con i suoi fiori gialli sarebbe "la prima pianta a nascere a partire da semi, crescere e completare il suo ciclo di vita in un altro mondo. Sarà un passo importante nell’espansione della vita oltre la Terra". Così afferma Chris McKay, scienziato del NASA Ames Research Center che partecipa al progetto.
I globuli rossi non trasportano solo l’ossigeno, ma da oggi anche i farmaci. Uno studio italiano pubblicato su The American journal of Gastroenterology da Vito Annese e i colleghi dell’Ospedale Casa sollievo della sofferenza-IRCCS di San Giovanni Rotondo valuta l’efficacia della somministrazione di farmaci non per bocca ma all’interno dei globuli rossi.
Funziona così: al paziente viene prelevato un po’ di sangue. Questo viene processato da un macchinario che fa entrare nei globuli rossi il farmaco, e poi viene trasfuso allo stesso paziente. In questo modo farmaci che devono essere somministrati per tanti mesi possono essere usati senza gli effetti collaterali dati dalla terapia per bocca.
Questo studio infatti è stato svolto per ridurre gli effetti collaterali dovuti all’utilizzo continuo del cortisone per via orale in malattie croniche come la colite ulcerosa e il Morbo di Crohn. Il cortisone (desametasone sodio fosfato) quando somministrato per più di sei mesi può provocare diabete, osteoporosi e ipertensione.
Gli studi clinici eseguiti sono stati diversi. In uno di questi 40 pazienti venivano divisi in tre gruppi. Ad alcuni veniva somministrato cortisone per via orale, ad altri placebo e infine ad alcuni veniva dato il farmaco tramite una trasfusione di sangue mensile. L’efficacia della terapia si presentava nel 80% dei casi trattati con il farmaco, ma i pazienti trasfusi non avevano sviluppato effetti collaterali, contrariamente a quelli che seguivano la cura per bocca. E questi risultati si sono ottenuti nonostante il dosaggio notevolmente ridotto di cortisone: 10-15 mg al mese invece dei 15-30 mg della compressa giornaliera.
Sparsi in tutto il Paese sorgono giardini zoologici che permettono ai visitatori di camminare tra le farfalle, in serre che ricostruiscono l’habitat naturale di questi insetti. In occasione dell’apertura per il 2009 della Casa delle farfalle di Bordano (Udine) abbiamo intervistato Barbara Pellizzari, responsabile della struttura e presidente della Cooperativa Pavees che la gestisce.
Come si svolge il ciclo biologico di una farfalla?
Le farfalle, come la maggior parte degli insetti, compiono la metamorfosi, vale a dire la trasformazione da larva ad adulto. Il bruco, che nelle farfalle rappresenta lo stadio larvale, schiude dall’uovo e per accrescersi compie da 4 a 5 cambi di pelle (mute). Una volta maturo si trasforma in crisalide. Questa è praticamente immobile e dopo circa due settimane si apre sotto la spinta della farfalla. In genere la vita da farfalla adulta è abbastanza breve, varia da qualche giorno ad una o due settimane , raggiungendo il mese di vita solo in rari casi. L’intero ciclo, nel caso delle farfalle tropicali che ospitiamo nelle nostre serre, dura in media due mesi.
Da dove vengono gli esemplari, spesso di origine tropicale, che vediamo nelle strutture italiane?
Le farfalle ospitate nelle serre di tutto il mondo provengono da allevamenti distribuiti in vari paesi tropicali. Per questo, negli ultimi anni, sono nate diverse butterfly farm che, vendendo migliaia di crisalidi, hanno creato un’economia alternativa all’allevamento di bestiame o alla coltivazione, attività che implicano la distruzione delle foreste. Ogni anno la Casa delle Farfalle di Bordano acquista 25.000 crisalidi da allevamenti tropicali, contribuendo a mantenere aperte queste attività ecosostenibili ed assicurandosi che un’equa percentuale degli introiti venga riconosciuta direttamente agli allevatori.
Quali sono le sfide che una struttura per le farfalle impone agli organizzatori e curatori?
La gestione di una casa delle farfalle non è una cosa molto semplice. I costi di gestione sono molto elevati ed è una sfida quotidiana riuscire a sopravvivere. Nelle nostre serre è stato riprodotto l’habitat della foresta pluviale e mantenere una temperatura tropicale durante l’inverno è improponibile dal punto di vista economico. Sicuramente la nostra forza sta nella grande passione di chi lavora e investe in questo progetto perché ne riconosce l’importante ruolo educativo.