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Archivio del mese marzo, 2009

La mappa della guerra alla malaria

Si chiama MAP, cioè Malaria Atlas Project, ed è un’iniziativa internazionale per la produzione di mappe globali della diffusione della malaria. Per raccogliere i dati necessari, il team del MAP ha messo insieme migliaia e migliaia di ricerche e surveys provenienti da tutto il mondo. Le mappe verranno aggiornate ogni anno e possono essere scaricate da chiunque gratuitamente. 

Public Library of Science, la rivista scientifica che ha pubblicato la notizia del nuovo progetto, lo definisce "un database spaziale unico, fatto di informazioni basate su sapere medico e dati climatici satellitari che servirà a restringere i confini della trasmissione della malaria; ma anche l’archivio più grande di sempre prodotto per mezzo di stime della prevalenza del parassita basate sulle comunità umane". Infatti il metodo sviluppato da MAP genera mappe dell’endemicità del Plasmodium falciparum in modo statistico basandosi su diversi tipi di dati.

L’obiettivo è capire in quali aree il controllo della malaria può migliorare, come l’Africa, e in quali si può sperare di eliminarla completamente. Infatti, in un fenomeno come la malaria disporre di mappe accurate e aggiornate è fondamentale per dirigere gli investimenti e gli interventi nelle regioni dove possono avere maggiore impatto. Così, i risultati del Malaria Atlas Project e il suo database permetteranno agli esperti di sanità pubblica di monitorare i progressi ottenuti e redirigere i loro sforzi ove si possono ottenere i risultati migliori.

Sotto un’animazione mostra la mappa globale dell’endemicità del Plasmodium nel 2007:

Benedetto preservativo

Le polemiche sollevate dalle affermazioni sul preservativo e l’Aids da parte di Benedetto XVI non accennano a smorzarsi. Durante il suo viaggio in Africa, il continente più colpito dalla tragedia dell’AIDS, il papa aveva affermato che il preservativo è inutile per diminuire i contagi del virus HIV. Contro di lui si sono levate non solo le voci dei ricercatori, dei medici e degli attivisti contro l’AIDS, ma anche quelle di alcuni governi.

C’è poco da fare: tutte le ricerche confermano che il preservativo è il mezzo migliore per difendersi dalla malattie a trasmissione sessuale. A Radio 3 Scienza, la trasmissione scientifica quotidiana, ne hanno discusso un epidemiologo e un famacologo esperti di HIV. Ma non solo di Africa si è parlato: il problema è che anche da noi, nei paesi ricchi, i casi di infezione da HIV continuano ad aumentare. Scarica qui l’mp3 della trasmissione: Audio MP3

Einstein@home, dai una mano alla scienza

Tutti Einstein alla ricerca di dati nelle onde gravitazionali per scoprire nuove pulsar. Sembra difficile, ma lo è molto di meno se si partecipa a Einstein@Home, un progetto dell’Università del Wisconsin, Usa, e dell’Istituto Albert Einstein, in Germania. Iscrivendosi al sito si dona un po’ di tempo della capacità di calcolo del proprio computer ai ricercatori che lo useranno per analizzare le onde gravitazionali. Scaricando un piccolo software, infatti, farete in modo che il vostro pc lavori per Einstein@Home durante i tempi morti o quando si attiva lo screen saver.

Si chiama calcolo distribuito ed è ormai un classico modo per affrontare il problema della necessità di enorme potenza di calcolo richiesta da alcuni progetti di ricerca odierni. Se centinaia di migliaia di computer connessi a internet lavorano in rete per assolvere un compito, riescono a battere qualsiasi costosissimo megacomputer. Gli esempi più famosi lo dimostrano: da SETI@Home, in cui 5 milioni di computer collaborano all’analisi delle onde radio provenienti dallo spazio, a Folding@Home che si occupa di simulare l’impacchettamento delle proteine e la loro distribuzione nello spazio.

In tutti questi casi, alla base della potenza di calcolo non c’è un unico mainframe ma una rete di centinaia di migliaia di computer il cui tempo è regalato volontariamente dai partecipanti al progetto. Anche se ogni computer effettua una quantità di calcoli molto piccola, la somma di tutti i pc connessi in rete li fa diventare uno strumento di calcolo potentissimo. Einstein@Home ha già raccolto oltre 200.000 partecipanti. Se decidete di iscrivervi, contribuirete allo studio delle stelle quasi senza accorgervene.

Recensioni: “Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale” di Neil Levy

Levy è ricercatore all’Università di Oxford nel programma di “Etica delle nuove conoscenze“, e nel suo nuovo libro Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, edito da Apogeo, spiega in modo esaustivo il coinvolgimento dell’etica nelle neuroscienze.
 
Le nuove frontiere nel mondo della ricerca biomedica offrono uno spunto di riflessione importante: possiamo considerare etica la somministrazione di farmaci per potenziare le abilità intellettuali? Più in generale è accettabile una cura che agisce direttamente sul cervello a scapito di una terapia che prende in considerazione la mente, come la psicologia?
 
Queste e molte altre domande sono affrontate in questo libro, dalla paura infondata nei confronti delle neuroscienze (nell’ipotesi di un controllo sulle nostre menti e lettura del pensiero) a temi reali come l’attuale enorme uso di psicofarmaci.
 
Il Ritalin è un farmaco spesso assunto dagli universitari americani in modo improprio per potenziare la memoria. Al di là di un discorso etico (rigurdante la crescita personale mancata a causa dell’assunzione di farmaci come modo per risolvere i problemi personali), l’autore si chiede se questa sia una truffa pari al doping per gli sportivi. La sfumatura su quello che può essere considerato normale o necessario rimane molto forte, ma l’autore rimane fermo su due posizioni: l’utilizzo di farmaci per ampliare le proprie capacità cognitive divide ancora di più le persone ricche, che possono permettersi le cure, dai poveri.
 
Infine afferma che curare i sintomi e non le cause potrebbe incoraggiare il silenzio politico: "Attualmente ci troviamo nella presa di una vera pandemia di depressione (l’OMS Organizzazione mondiale della sanità prevede entro il 2020 che la depressione sarà il secondo contributo più importante al peso globale della malattia). Che cosa spiega questa impennata di depressione? Una spiegazione plausibile è che le condizioni in cui viviamo siano incompatibili con una vita prosperosa. (…) Noi dobbiamo imparare dalla nostra depressione, dobbiamo usarla come una guida per quello che è sbagliato nel nostro mondo. Invece di assumere farmaci e sopportare il nostro ambiente avvelenato, dobbiamo cambiarlo." 
 

Lo spettacolo al servizio dell’ecologia

Balli onirici sono quelli che caratterizzano lo spettacolo dedicato alla natura dei  Momix: Bothanica. Si tratta di una forma artistica che fa riflettere lo spettatore sui precari equilibri ecologici che caratterizzano il nostro pianeta.

Lo spettacolo, frutto di un lavoro di cinque anni del coreografo Moses Pendleton, è dedicato alle risorse del pianeta, alle sue piante e forme di vita animali. È  un invito ad una vita responsabili per preservare intatta la natura. Così l’ecologia sbarca a teatro con il balletto.

Mentre la compagnia Momix può essere vista nei teatri italiani (al 105 Stadium di Rimini fino al 28 marzo), per chi invece si trovasse in viaggio negli States un altro gruppo artistico-circense ha dedicato all’ecologia un suo spettacolo: il Cirque du Soleil.

Questo gruppo di artisti tiene una rappresentazione al Bellagio Hotel  di Las Vegas che si chiama: O. Tutto lo spettacolo è incentrato sull’acqua,  fonte indispensabile di vita e preziosa risorsa. Il cast internazionale di attori, acrobati, atleti di nuoto sincronizzato e tuffatori si esibisce tra i flutti di piscine costruite ad hoc sul palcoscenico. 
 

Un “Grande Fratello” marziano

A partire dal 31 marzo sei astronauti (quattro russi e due europei) conviveranno per 105 giorni a stretto contatto rinchiusi in un modulo spaziale sperimentale a Mosca, seguiti dall’esterno 24 ore su 24 proprio come nel famoso reality show "Grande Fratello".
 
Si tratta di un esperimento scientifico che servirà agli scienziati per comprendere le reazioni dell’organismo umano a una simulata vita su Marte, che sembra diventerà realtà nel giro di un decennio.
 
Sono previste durante la permanenza nel modulo spaziale bombardamenti da radiazioni solari e cosmiche e, ovviamente, l’assenza della gravità (in realtà su Marte la gravità è un terzo rispetto alla Terra).
 
Dei 70 progetti previsti per monitorare la psicologia e le funzioni biologiche degli astronauti, due sono italiani. L’Università di Bologna avrà il compito di monitorare la buona digestione dell’equipaggio, e le alterazioni della popolazione batterica intestinale causate da stress, vita claustrofobica e bioritmi sfalsati. Quella di Pisa dovrà valutare gli effetti dell’esperimento sul sonno: il gruppo di ricercatori della Scuola Superiore S.Anna ha elaborato un algoritmo per analizzare con l’EEG (elettroencefalogramma) i segnali emessi durante il riposo .  
 

Un fungo molto velenoso

Anche il grano arrugginisce. E se succede, sono guai seri per la popolazione che di quello si nutre. Oggi sta accadendo proprio questo: un’epidemia di ruggine del grano (che in realtà è un fungo che si diffonde per via aerea da piantagione a piantagione) sta colpendo intere zone dell’Africa e dell’Asia centrale. Ma ci sono anche buone notizie. Gli scienziati riuniti in Messico dal premio Nobel per la Pace Norman Borlaug, stanno facendo molti sforzi per produrre varietà di grano resistenti all’infezione e già si vedono i primi risultati.

Il fungo in questione si chiama Ug99 perché è stato segnalato per la prima volta in Uganda nel 1999, ed è una nuova variante aggressiva di un fungo arrivato nel continente africano dall’Iran. La sua peculiarità è la velocità con cui infetta una piantagione, insieme alla capacità di disperdere nel vento enormi nuvole di spore per migliaia di chilometri. Adesso sta imperversando in Kenia, Etiopia e Sudan ed è tornato in Yemen e in Iran, ma potrebbe diffondersi anche verso est, cioè in Pakistan, India, Bangladesh, paesi produttori di quasi il 15% di tutto il grano del pianeta. Per cui la ricerca di una varietà resistente è una vera e propria corsa contro il tempo.
 
Ma non tutte le ricerche sulle varietà resistenti richiedono tecniche particolari. In questo caso, anzi, le tecniche convenzionali di incrocio stanno permettendo di selezionare le varianti geneticamente resistenti al fungo. La difficoltà, che sarà superata nei prossimi anni, è di avere sia la resistenza sia la capacità di crescere e adattarsi alle condizioni dell’ambiente in cui verranno importate. Per questo, le varianti studiate in laboratorio vengono spedite in Africa e coltivate sotto osservazione, per saggiarne la crescita in condizioni reali. In questo modo, spiegano gli scienziati, si sono prodotte piante che possiedono geni capaci, tutti insieme, di conferire la resistenza all’Ug99.

L’allarme per la diffusione della ruggine del grano è stato dato da numerosi articoli: dal Guardian, dal New Scientist, da siti di news africane e indiani. In rete è possibile anche trovare la descrizione dell’infezione e le foto delle piante contaminate, nonchè il documento finale della conferenza sul tema organizzata dalla Fao l’anno scorso. Il congresso di Borlaug ha inoltre un suo sito, mentre in quello dell’università del Minnesota si possono trovare informazioni su Norman Borlaug e sulla sua Rivoluzione verde.

“L’Universo nel Trotter”: astronomia al parco

Giovedì 26 marzo, 30 aprile e 28 maggio si terranno tre incontri dedicati all’astronomia, per vedere immagini suggestive dei confini dello spazio conosciuto. Le conferenze si terranno nell’Aula multimediale presso l’ex chiesetta del parco Trotter di Milano, all’interno del progetto "Parco Scientifico – Casa del Sole".

La prima conferenza riguarderà “Le più grandi esplosioni dell’Universo”, a cura di Giancarlo Ghirlanda: il mondo della cosmologia sarà l’argomento portante, senza tralasciare raggi gamma e buchi neri. 
 
Questi incontri sono in linea con le iniziative dell’associazione “La Città del Sole – Amici del Parco Trotter” che hanno come obiettivo la divulgazione della scienza, anche attraverso la riqualificazione di strutture già presenti nel parco o nuove istallazioni, fruibili sia dalle scuole sia dai cittadini.
 
 
Nel giorno dell’equinozio di primavera si è svolta nel parco una lezione nella quale i ragazzi delle scuole medie hanno spiegato ai bambini delle elementari come calcolare il mezzogiorno solare (foto sopra). In futuro molte altre iniziative saranno realizzate, tra cui la costruzione nel parco di un Sistema Solare in scala, in collaborazione con dell’OAB -INAF (Osservatorio Astronomico di Brera – Istituto Nazionale di Astrofisica).
 

Vent’anni di marea nera

Trentottomila tonnellate di petrolio greggio e 2100 km di costa. Trentatremila persone danneggiate, ma anche 1000 lontre di mare, 151 aquile, 838 cormorani e 250 000 altri uccelli marini morti. È il bilancio del più grande disastro ambientale del Nord America, quello della petroliera Exxon Valdez, che esattamente venti anni fa colpì le coste dell’Alaska e riempì di una marea nera le acque del Prince William Sound. Oggi, a vent’anni di distanza, gli effetti sull’ecosistema sono ancora pesanti, nonostante le lunghissime operazioni di pulizia che coinvolsero 11 000 persone, 1400 imbarcazioni e 85 aerei. Mentre la compagnia Exxon Mobil, proprietaria della nave, se l’è cavata con un risarcimento danni quasi tutto a carico delle assicurazioni. E una multa, a dire degli esperti e delle popolazioni danneggiate, decisamente ridicola.

L’incidente avvenne nella notte del 24 marzo, quando la petroliera andò a sbattere contro uno scoglio: si dice che il capitano fosse ubriaco, comunque fraintese i cambiamenti di rotta che avrebbe dovuto eseguire secondo le indicazioni della Guardia costiera per evitare un gruppo di iceberg. Da allora, il Prince William Sound ha visto passare centinaia di scienziati. Prima quelli impiegati nelle operazioni di pulizia delle coste, con acqua bollente a pressione, solventi e batteri capaci di digerire il petrolio. Poi quelli finanziati dalla Exxon Valdez Oil Spill Trustee Council, una organizzazione no-profit finanziata coi soldi del risarcimento danni della Exxon, che ha distribuito 178 milioni di dollari ai gruppi di ricerca impegnati nello studio dell’inquinamento marino. Il risultato è stato anche una delle indagini più vaste e complete sulla biologia del mare e sugli effetti di questi incidenti, che sono risultati molto peggiori del previsto: uno studio pubblicato nel 2006 ha infatti mostrato che in moltissime spiagge della zona sono ancora presenti pozze di greggio, per 60 000 litri complessivi.
 
 
Da allora, però, anche le leggi americane sono cambiate: i criteri di sicurezza delle petroliere, proprio in seguito a questo incidente, si sono fatti più rigidi e i costi delle operazioni di pulizia eventuali sono stati assegnati alle compagnie petrolifere. Resta da vedere che cosa ne sarà delle multe per chi inquina: dovrebbero essere deterrenti, ma se sono solo di un miliardo di dollari per compagnie che ne fanno 50 in un anno, forse non sono sufficienti a indirizzare gli investimenti sulla prevenzione. E la petroliera che fine ha fatto? Naviga ancora per gli oceani, ma ha cambiato nome: si chiama Sea River Mediterranean e ha il solo divieto di entrare nel Prince William Sound.
 
Sulla storia e su come vanno oggi le cose in Alaska si può vedere un video pubblicato su Nova24 del Sole24Ore insieme a un breve reportage, oppure un video pubblicato sul sito della Bbc con le immagini dell’epoca. Si può anche ascoltare la puntata di Radio3 scienza in occasione dell’anniversario dell’incidente. Per capire la situazione e seguire le ricerche scientifiche, si può invece consultare il sito dell’Exxon Valdez Oil Spill Trustee Council. Su una news breve sul sito delle Scienze si trovano i riferimenti dello studio del 2006.

Tutti pazzi per l’orso polare

Se l’orso polare dovesse estinguersi, a chi daremmo la colpa? Alla caccia, al turismo, all’inquinamento, alle trivelle in cerca di petrolio? Secondo i rappresentanti di cinque paesi che si affacciano sull’Oceano Artico, la peggior minaccia alla sua vita sono oggi i cambiamenti climatici. Secondo gli inuit, invece, sono gli ambientalisti. Ma se ognuno parla pro orso suo, anche il rischio reale che i plantigradi del freddo si estinguano non è poi così chiaro per tutti.

La rete dei paesi che si affacciano sull’Artico comprende Stati Uniti, Norvegia, Canada, Russia e Danimarca (per la Groenlandia): qualche giorno fa, scienziati e rappresentanti di questi cinque paesi si sono riuniti a Tromso, in Norvegia, per discutere della protezione dell’orso, come fanno dal 1973. Il risultato è stato che “la peggiore minaccia a lungo termine sono i cambiamenti climatici”: non problemi locali, quindi, ma questioni globali, che non possono essere risolte solo con la buona volontà dei paesi coinvolti.
 
Oggi la popolazione di orsi è cresciuta ammonta a 22 000 – 25 000 esemplari e, nonostante tutto, sembra essere in crescita, anche perché la caccia è bandita in molti paesi. Per questo gli Inuit, di protezione dell’orso, non ne vogliono sentire parlare: sono troppi, sostengono, e combinano un sacco di danni. E comunque, hanno spiegato i rappresentanti degli esquimesi canadesi davanti ai rappresentanti politici di tre dipartimenti federali, a mettere a rischio la vita degli orsi sono semmai gli ambientalisti, che li inseguono con gli elicotteri, li narcotizzano o li sedano, col risultato di spaventarli o di renderli sonnolenti e iporeattivi. Meglio i cacciatori di sempre, dicono, che da millenni con la loro attività regolavano la popolazione di orsi ed evitavano il sovraffollamento delle banchine polari di oggi. E meglio di tutti i cacciatori vacanzieri americani, aggiungono i commentatori più maliziosi, visto che, finché la caccia non è stata bandita, assicuravano agli inuit più di due milioni di euro all’anno di introiti per servizi turistici e affini.
 

Il New York Times ha riportato un resoconto dell’incontro di Tromso, nel quale sono riportate le voci di scienziati favorevoli e contrari alle sue conclusioni: altre informazioni possono essere lette su altri articoli e sul sito ufficiale del Polar Bear Meeting. Mentre, in italiano, sul Corriere della Sera si può leggere un articolo che riporta le istanze degli inuit, così come su altri giornali online. Il giornale tedesco Der Spiegel ha pubblicato, prima della conferenza, un bel reportage  in cui si fa il punto della situazione (qui tradotto in inglese).