Relatività per tutti?
Qualche giorno fa ho avuto occasione di partecipare a una discussione sull’opportunità di affrontare la teoria della relatività di Einstein negli ultimi anni della scuola superiore. Si può fare? È giusto mettere da parte qualche argomento di fisica classica — fra i pochi che già si affrontano, rispetto ai tantissimi studiati in tre secoli di sviluppo scientifico tumultuoso — per fare spazio a una introduzione alla relatività? Ne vale la pena?
Non penso che ci sia un solo modo giusto per rispondere a queste domande. L’insegnamento della fisica nella scuola superiore è comunque quasi sempre soltanto un’introduzione, e sono tanti gli argomenti interessanti che ogni insegnante non affronta. Così, in un certo senso, è una questione di gusti — o meglio, di cultura personale, di inclinazioni, di attitudini. Ogni insegnante fa bene a concentrarsi su ciò che sa insegnare meglio e più volentieri: il suo trasporto si comunicherà allora più facilmente ai suoi studenti. Però…
Però il trasporto e la convinzione sono contagiosi, anche fra insegnanti. Così mi sembra utile proporre la mia risposta al problema, o il mio abbozzo di risposta. E se qualcuno ne sarà incuriosito o invogliato a provare, tanto meglio.
Perché dovremmo insegnare la teoria della relatività? La prima risposta che mi viene alla mente è: per i fenomeni straordinari che ci ha permesso di scoprire. Tutti ne hanno sentito parlare, eppure ogni volta essi risultano stupefacenti.
Nell’ottobre del 1971 due fisici americani, Hafele e Keating, usarono degli aerei di linea per far volare intorno al mondo quattro orologi atomici: al rientro ne confrontarono le letture con degli orologi atomici rimasti stazionari. Gli orologi atomici in volo avevano accumulato un ritardo di circa 60 miliardesimi di secondo, o 60 nanosecondi, durante il volo verso Est, mentre dopo il volo verso Ovest risultavano in anticipo di circa 270 ns. Si trattava della prima verifica sperimentale macroscopica di una previsione celebra della relatività ristretta: il tempo non scorre allo stesso modo per orologi in moto l’uno rispetto all’altro!
Questo risultato, per quanto sconcertante, è così reale che il sistema di posizionamento globale GPS non funzionerebbe se non ne tenesse conto. E non si tratta del solo fatto che la relatività ci ha permesso di scoprire. Un altro è l’esistenza dell’antimateria: particelle del tutto simili ai protoni e agli elettroni della materia ordinaria che costituisce il nostro corpo e gli oggetti intorno a noi, ma con carica elettrica opposta a quelli. Quando una particella di antimateria urta una corrispondente particella di materia, entrambe scompaiono in un lampo di radiazione gamma. La massa delle due particelle si converte interamente in energia, secondo la celebre formula E = mc2. Ma, d’altra parte, come si siamo procurati l’antiparticella con la quale fare l’esperimento? Appunto convertendo una certa quantità di energia in massa, in un acceleratore di particelle.
Magari c’è qualcuno che non è impressionato dalle scoperte sperimentali legate alla teoria della relatività. Sì, tutto molto interessante, potrebbe obiettare questo interlocutore, Ma in fondo ci sono scoperte di Galileo che suscitano ancora stupore quando vengono discusse oggi in classe, come il fatto che corpi di massa diversa cadono con la stessa accelerazione. Vero. Ci sono studenti che sgranano gli occhi tutte le volte, quando lo vedono succedere in laboratorio. Allora proverò ad avanzare una seconda ragione. La teoria della relatività va insegnata perché è bella.
Cercherò di essere più preciso. Quando parlo della bellezza di una teoria, non voglio alludere a una valutazione soggettiva, a un fatto di gusti personali. Ci sono opere d’arte che consideriamo universalmente belle (perfino se non corrispondono immediatamente al nostro gusto) perché ci hanno insegnato un nuovo modo di guardare alle cose e hanno arricchito il nostro bagaglio interiore di idee e di immagini. La Commedia di Dante. Il Don Giovanni di Mozart. La Notte stellata di Van Gogh. Un film come 2001 Odissea nello spazio.
Bene. La teoria della relatività è bella proprio in questo modo. Quando la si studia, si incontrano idee che trasformano il nostro modo di vedere il mondo e ci arricchiscono interiormente. Dopo averle comprese non siamo più le stesse persone di prima.
Una di queste idee è certamente quella di spaziotempo. Nella fisica prima di Einstein i fenomeni sono collocati in una particolare regione dello spazio e in un particolare intervallo di tempo: la mia vita, ad esempio, ha luogo sul pianeta Terra (qua e là su di esso, a dire il vero…) e fra il 1959 e il presente. Ma nella teoria della relatività l’estensione spaziale e quella temporale dei fenomeni non sono più indipendenti fra loro. Due eventi che avvengono allo stesso istante per un fisico sulla Terra avvengono a istanti diversi per un fisico su un’astronave di passaggio (sempre che ci sia, un’astronave di passaggio!). Ma mentre la durata e l’estensione dei fenomeni varia da un sistema di riferimento all’altro, c’è una grandezza che rimane invariata, e che rappresenta la separazione spaziotemporale fra i due eventi. Non ci sono più lo spazio e il tempo, ma una combinazione dei due. E la mia vita diventa la mia linea di universo, una curva tracciata nello spaziotempo, e che il mio presente percorre un evento dopo l’altro…
Vorrei potervi dare un’immagine più precisa. Il vantaggio della scienza è che si è certi di comprendere un’idea, se si ha la possibilità di studiarla. Ed è a questo scopo che sto scrivendo il presente post — o sto percorrendo nello spaziotempo gli eventi della sua stesura, se preferite.
Va bene, diciamo che qualcuno ancora non è convinto. OK, la teoria della relatività è bella, sta borbottando, Ma in fondo non conviene studiare a scuola le cose belle, si finisce per odiarle… Questa è davvero un’obiezione formidabile. Eppure non voglio ancora arrendermi. Devo ancora presentare il mio argomento più importante.
La teoria della relatività è nata nel 1905 con un articolo di Einstein pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica. (Einstein all’epoca era uno sconosciuto e il suo articolo era rivoluzionario. Eppure fu accettato e pubblicato. La favola del "genio incompreso" è quasi sempre soltanto una favola.) La teoria costrinse gli scienziati a riscrivere la fisica da capo. Tutte le idee considerate salde fino ad allora sullo spazio, il tempo, la massa, l’energia, si rivelarono soltanto approssimazioni di una verità più complessa e sfuggente. La teoria di Newton, che era restata per più di due secoli come l’esempio della capacità dell’intelletto umano di comprendere il mondo, apparve come un primo passo in quella comprensione, e neppure un passo compiuto del tutto nella direzione giusta.
La teoria della relatività ha cambiato il nostro modo di guardare a ciò che riteniamo vero. Dopo avere scoperto fino a che punto le nostre certezze più profonde possono cambiare — e fino a che punto noi siamo capaci di cambiarle, senza rinunciare al sogno di esplorare il mondo con la nostra ragione — nessuno di noi può più credere di avere mai conquistato una verità assoluta. Sappiamo che le nostre teorie sono provvisorie: e sappiamo che questo non impedisce loro di guidarci alla scoperta del mondo. La fisica di Newton ci ha permesso di capire il Sistema Solare e di portare degli uomini sulla Luna. La fisica di Einstein ci ha fatto scoprire lo spaziotempo, l’espansione dell’Universo, l’esistenza dell’antimateria. E quando troveremo una teoria che andrà ancora oltre ciò che oggi sappiamo, abbiamo fiducia che lo farà portandoci ancora più avanti nella comprensione della Natura.
Questa è la lezione entusiasmante e liberatoria che la teoria della relatività ha da insegnare a tutti noi. Nessuno dovrebbe esserne escluso. Ora, si tratta soltanto di scoprire come possiamo fare…
Per approfondire:
L’abstract dell’articolo originale di Hafele e Keating su Science
