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13 gennaio 2010 | Argomenti: medicina

Quante vite umane salva una buona stufa?

san lorenzoSan Lorenzo è un piccolo villaggio del Guatemala a quasi 3000 metri sul livello del mare. Dall’altezza uno si immagina un’aria immacolata, da cima del Cristallo, e bambini dalle gote rosse come Heidi. Eppure non è proprio così.
 
 
 
13 dicembre 2009 | Argomenti: medicina

Quando leggete una notizia che riguarda la vostra salute, state calmi e andate avanti

 
È il caso di cancellare l’appuntamento dal dentista e correre a brindare? O di buttare la carne archiviata in freezer e attendere la felicità?
 
Dato il bombardamento quotidiano di direttive perentorie e confuse viene voglia di ignorare tutto ciò che ci parla di salute. Eppure in certi casi sarebbe opportuno ascoltare. Ma com’è possibile discernere le informazioni affidabili dalle panzane?
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23 maggio 2009 | Argomenti: medicina

Che cos’è la salute?

«La salute è la vita nel silenzio degli organi» scriveva un famoso medico francese, René Leriche, nel 1937.
 
Nove anni più tardi l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) faceva un passo ben più ambizioso, iscrivendo nella propria Costituzione che «la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto l’assenza di malattia o di infermità». Il momento era in effetti propizio all’ottimismo: si era appena usciti dalla Seconda guerra mondiale e la medicina disponeva forse per la prima volta di armi straordinariamente potenti – antibiotici e vaccinazioni di massa in primis – con cui sembrava ragionevole immaginare un mondo di piena salute per tutti.
 
In effetti la promessa è stata almeno in parte mantenuta. Nei Paesi ricchi l’aspettativa di vita è cresciuta oltre ogni aspettativa, e antibiotici e vaccini, insieme a igiene e alimentazione, hanno fatto la loro parte, non c’è che dire.
 
 
(Immagine tratta da Nature 451, 644-47, 2008)
 
Oggi sappiamo anche silenziare piuttosto bene un organo che duole: con un antidolorifico, se abbiamo mal di testa; con un anestetico, se dobbiamo sottoporci a un’operazione chirurgica; con un antidepressivo, se abbiamo una sofferenza dell’anima (ammesso che esista, l’anima).
 
Eppure non possiamo proprio dire che il benessere fisico, mentale e sociale dell’uomo sia qualcosa di definitivamente acquisito. Fra le migliaia di dati che potrei portare a sostegno di quest’affermazione (se ce ne fosse bisogno), ne cito soltanto due che mi hanno fatto riflettere.
 
Il primo dato lo avrete già sentito mille volte – il numero di bambini sotto i 5 anni di età che muoiono ogni anno nel mondo – e il vostro cervello starà dicendo "basta!". Fra l’altro è un numero non solo ripetuto, ma molto grande, di quelli che non riusciamo facilmente a rapportare a dimensioni a noi più familiari. Provate allora a pensare a una città come Trieste, abitata soltanto da bambini entro l’età da scuola materna, e immaginate che ogni 7 giorni quella città si svuoti completamente. In effetti ogni anno i bambini che scompaiono entro i 5 anni di età sono oltre 11 milioni, pari a 52 Trieste o alla popolazione di un Paese come la Grecia (dati OMS).
 
La morte tuttavia è solo uno dei possibili esiti della sofferenza umana, e in genere non il principale. Nella vicina Romania, nel solo mese di marzo di quest’anno, 1500 bambini sono stati abbandonati alla nascita. È un dato talmente enorme, che non ci avrei mai creduto se non l’avessi sentito dalla voce autorevole e schietta di Don Gino Rigoldi (Don Gino Rigoldi, oltre a essere il cappellano del carcere minorile Beccaria, presiede anche l’Associazione Bambini in Romania, con la quale ogni estate centinaia di ragazzi italiani, dai 16 anni in su, vanno in questo Paese a cercare di migliorare le condizioni di vita dei bambini orfani e abbandonati).
 
Insomma, per eradicare malattie e sofferenza dal pianeta è chiaro che la scienza medica può costituire soltanto una goccia, importante ma insufficiente a colmare un mare di bisogni. Bisogni fatti innanzitutto di quattrini, ma anche di un ambiente più salubre, di educazione e, non ultimo, della possibilità di immaginare un futuro per cui valga la pena restare a lungo in salute.
 
Eppure gran parte degli esseri umani raramente si danno per vinti. Anzi, curiosamente non smettono quasi mai di lottare per una vita migliore, di cui la salute è uno degli ingredienti più attesi.
 
La salute come fine è dunque qualcosa che può nello stesso tempo eludere ogni sforzo e motivarne tanti.
 
Come si può definire allora la salute, perché non sia solo assenza di sofferenza fisica, ma neppure un’idea così meravigliosamente astratta da risultare irraggiungibile? Fra tutte le definizioni che ho letto quella che più mi convince è questa:
 
«La salute è la capacità di ciascun individuo di adattarsi al proprio ambiente e alle circostanze individuali».
 
L’idea, che ho trovato in questo editoriale di Lancet, è formulata da un altro medico francese del secolo scorso, Georges Canguilhem, nel libro Il normale e il patologico, del 1943.
 
Lo stato di salute non è dunque un’entità fissa, che si può stabilire in modo uguale per tutti, ma è un po’ come una barra che ogni persona può alzare o abbassare, in base alla percezione della propria condizione a ogni dato momento.
 
In effetti la salute è almeno in parte soggettiva: lo stesso malanno è per Giovanni un nonnulla e per Francesco una sofferenza immane; e questo non perché Giovanni sia un eroe e Francesco una piaga, ma perché ogni individuo ha, fra le altre cose, una diversa storia immunitaria, una differente percezione del dolore e complessivamente una vulnerabilità variabile alle malattie, che si modifica nel tempo anche per la medesima persona.
 
Il benessere è anche un’idea che varia grandemente a seconda di chi siamo e di dove ci troviamo: se in Italia è considerato da molti normale starsene a casa dal lavoro o da scuola per qualche linea di febbre, in altri Paesi è normale vivere sempre con la febbre.
 
La salute è infine uno stato la cui accettabilità muta nel tempo e con l’esperienza: pensate a come i bambini piccoli, cadendo e piangendo in continuazione, imparano a costruirsi la propria scala graduata di tolleranza al dolore.
 
Se alla ricerca della perfezione sostituiamo quindi la possibilità di adattamento, un certo stato di salute diventa allora un obiettivo raggiungibile, anche se mobile e relativo. Badate che non è una definizione pensata perché si accetti come salute qualcosa che salute non è: è piuttosto un modo pragmatico per permettere a ognuno di stabilire che livello di salute può andare o non andare bene.

Ecco dunque la definizione che preferisco. Mi pare ottimista, incoraggiante e anche un po’ darwiniana. E mi sembra pure molto attuale, dato che ci stiamo avviando verso l’era della medicina personalizzata, in base alle caratteristiche di ogni individuo e di ciascuna malattia.

27 aprile 2009 | Argomenti: ambiente

Gisele e lo smog

«Amo Milano, ma lo smog è insopportabile», ha giustificato così qualche giorno fa il suo addio alle passerelle meneghine la modella brasiliana Gisele Bundchen. Almeno finché l’inquinamento non sarà diminuito. Capricci da modella o timori fondati? Che cosa c’è di tanto speciale nell’aria milanese?

 

 
C’è soprattutto una miscela piuttosto concentrata di sostanze solide o liquide, che gli scienziati chiamano particolato. Il particolato può comprendere fumi da traffico e industriali, fuliggine e altri prodotti delle combustioni, ma anche particelle naturali come polvere, sale marino, pollini e spore. Le particelle più sottili, quelle che hanno un diametro inferiore ai 10 e ai 2,5 micrometri (i cosiddetti PM10 e PM2,5), sono le più preoccupanti per la salute perché, date le minuscole dimensioni, penetrano in profondità nei polmoni e addirittura nel sangue.
 
Nel rapporto del 2006 dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) americana si legge che «l’inalazione di particelle sottili è associata in maniera causale a morte prematura, alle concentrazioni provate quotidianamente da gran parte degli americani». In parole povere, respirare tutti i giorni aria densa di smog fa morire prima del tempo. Quanto prima? Due anni in media negli Stati Uniti, tre nella Pianura Padana, una delle regioni più inquinate al mondo. Ma le altre città italiane non se la cavano molto meglio, secondo un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) del 2006.
 
 
Va bene, dirà qualcuno, moriremo pure qualche anno prima, ma di qualcosa bisognerà pur morire. Purtroppo non è che lo smog ci lasci sani per tutta la vita e poi di colpo si ricordi di noi, qualche anno prima del momento fatidico, per infliggerci il colpo finale. Secondo uno studio pubblicato su Lancet, la più autorevole rivista medica inglese, ragazzi dai 10 ai 18 anni che vivono in aree urbane inquinate, a meno di un chilometro di distanza da una grande arteria di traffico, sviluppano una ridotta funzionalità polmonare. In effetti asma, allergie e bronchiti sono compagni costanti della vita dei padani. E anche lo sviluppo cognitivo dei più giovani sembra soffrire di smog, secondo una ricerca dell’Università di Harvard.
 
Altre conseguenze a lungo termine? Secondo il New England Journal of Medicine, danni al sistema cardiovascolare degli adulti, con una particolare vulnerabilità del gentil sesso (un fatto che Gisele deve avere intuito in cuor suo). Ma lo smog causa anche problemi a breve termine, come le ischemie e le trombosi che aumentano quando c’è più particolato nell’aria.
 
Milano sarà pure inquinata, ma le altre capitali della moda non saranno messe poi tanto meglio, penserà qualcuno indispettito. Purtroppo i numeri danno di nuovo ragione alla bella Gisele: nel 2006 la concentrazione media di PM2,5 a Milano è stata di 38 μg/m3, mentre Parigi e Londra, pur molto inquinate, si sono attestate su valori attorno a 16: meno della metà della media milanese. Il limite stabilito dall’OMS è di 10 μg/m3 medi annui.
 
«Forse ci sono troppe macchine» dice ancora Gisele. Di certo non ci sono più le industrie siderurgiche che con i loro fumi ammorbavano l’aria fino ai primi anni Ottanta. Ma ci sono parecchie caldaie e soprattutto molti, molti autoveicoli (il contributo allo smog dei veicoli a motore a Milano è del 70% circa e i motori diesel sono i più «colpevoli»). Ogni giorno entrano ed escono dalle «porte» della città quasi 700.000 automobili di pendolari. A queste si aggiungono le quasi 500.000 vetture mosse quotidianamente dai residenti. Siamo già oltre un milione di macchine, senza neppure considerare il traffico commerciale e quello pesante. Altri dati che danno ragione alla bella modella: il parco macchine degli italiani è aumentato di circa 6 volte in circa mezzo secolo, l’Italia è uno dei Paesi a più alta motorizzazione al mondo e la Lombardia è in testa alla classifica nazionale. Infine una cosa di cui quasi nessuno parla: il peso medio delle automobili è cresciuto di circa il 30% negli ultimi vent’anni. Per portare in giro i macigni di oggi si brucerà pure più combustibile!
 
Si può ridurre lo smog? Los Angeles ci è riuscita. Un tempo la città con maggiore inquinamento da traffico di tutti gli Stati Uniti, in dieci anni le sue polveri sottili sono diminuite di circa un terzo (insieme al rumore, agli incidenti automobilistici e ai gas serra). E dove le polveri si riducono, l’aspettativa di vita torna ad allungarsi, lo dimostrano autorevolissimi epidemiologi nel 2009. Gli effetti dello smog sono cioè almeno in parte reversibili. 
 
Ridurre lo smog è difficile, ma si può. Basta volerlo.
 
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Per approfondire:
 
Lo studio di Harvard sulle sei città americane e l’articolo che ha evidenziato gli effetti a lungo termine dello smog sono le pietre miliari che hanno stabilito l’associazione fra inquinamento atmosferico e salute.
 
Gli effetti a breve e a lungo termine dello smog sulla salute umana, in un rapporto di Paolo Crosignani, Direttore dell’Unità di Epidemiologia Ambientale e Registro Tumori dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano
 
Come piccoli scienziati, i ragazzi delle scuole milanesi misurano quanto è inquinata la loro città: parla di loro il New York Times.
 
Il sito Car Lines di Michael Walsh, fra i maggiori esperti al mondo di inquinamento da traffico. Il suo sito è una miniera di informazioni sugli effetti dell’inquinamento atmosferico e sulle politiche adottate in ogni parte del mondo per contenere il problema.
 
 

Il rapporto sull’inquinamento atmosferico in Europa 1990-2004