Parola chiave: malattie infettive

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11 maggio 2009 | Argomenti: medicina

A caccia di contagi in rete

«Mal di testa» AND «febbre» AND «vomito».
 
Un americano su due digita ogni anno nei motori di ricerca sintomi come questi, ma anche nomi di malattie, farmaci, terapie. I dati italiani non li conosco, ma mi aspetto che, in proporzione alla diffusione dell’uso della rete, non si discostino troppo da questo punto di vista.
 
Dove si parla di salute sul web? Nei siti delle istituzioni sanitarie, nelle pagine delle associazioni di pazienti, ma anche in maniera informale nei blog, nelle chatroom e nei social network come facebook.
 
Quello che forse la gente non immagina è che l’insieme di queste ricerche, con i dati che permettono di identificarne la provenienza geografica, è monitorato in tempo reale da sistemi avanzati di sorveglianza. Lo scopo? Ridurre il tempo che ci si mette a riconoscere lo scoppio di un’epidemia e facilitare le risposte delle autorità di sanità pubblica per il contenimento delle malattie infettive. Per una volta dunque, dietro al monitoraggio, non possiamo dire che ci sia un Grande Fratello pieno di malvagità e smania di potere. Al contrario, questo genere di sorveglianza previene le eventuali reticenze dei governi poco portati alla trasparenza.
 
In pratica com’è nata questa rete? I primi tentativi risalgono al 1994, quando la Società internazionale per le malattie infettive ha fondato ProMED-mail, un sistema di monitoraggio delle malattie emergenti tramite posta elettronica; ProMED-mail ha oggi più di 45.000 iscritti, in quasi 200 Paesi. Nel 1997 è nato il Global Public Health Intelligence Network (GPHIN), su iniziativa dell’Agenzia di salute pubblica canadese con l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Il software su cui è basato il GPHIN raccoglie ogni 15 minuti tutti gli articoli rilevanti che trova negli aggregatori di news come Google.
 
Ricordate la SARS? Già a novembre 2002, oltre un mese prima che questa nuova sigla finisse sulle prime pagine dei giornali, i funzionari delle istituzioni di salute pubblica erano stati allertati dell’epidemia incipiente sia da ProMED sia da GPHIN, che avevano identificato resoconti informali della malattia nelle news e nelle chat-room.
 
Ai due software pionieristici è seguita una nuova generazione di sistemi più sofisticati, capaci di estrarre informazioni su potenziali epidemie, categorizzarle, filtrarle e visualizzarle online. Il tutto in tempo reale. Fra questi, Healthmap, con fino a 150.000 visitatori al giorno, usa dati provenienti dalle fonti più disparate per produrre una mappa globale delle minacce di infezioni in corso.
 
 
Sistemi simili sono MediSys, BioCaster e il Wildlife Disease Information Node per quanto riguarda la salute animale.
 
Quanto sono potenti e affidabili queste analisi? È di pochi mesi fa una un’epidemia americana da Salmonella enterica, originata dalla contaminazione del burro di noccioline. In quest’immagine, ripresa dall’articolo del New England Journal of Medicine su cui è basato questo post, potete paragonare la curva epidemica dei casi confermati di infezione con le tendenze nel volume di ricerche su Google di termini come «diarrea», «burro di noccioline», «avvelemenamento da cibo» e «salmonella». GoogleFlu per il monitoraggio dell’influenza funziona in questo modo.
 
 
Se la ricerca di dati su Internet è un’opportunità importante in questo campo, la rete offre anche strumenti utili perché gli esperti condividano le loro osservazioni. L’International society for disease surveillance ha creato la Distributed Surveillance Taskforce for Real-Time Influenza Burden Tracking and Evaluation (DiSTRIBuTE), mentre l’International society of travel medicine, in collaborazione con i Centers for disease control and prevention (CDC), ha sviluppato il progetto GeoSentinel.
 
Oggi tutti questi sistemi funzionano in base all’analisi automatica di parole scritte, ma gli sviluppatori stanno lavorando per includere presto anche i video e i podcast radiofonici. E c’è anche chi si avventura nel regno della mobilità: Innovative Support to Emergencies, Diseases, and Disasters (InSTEDD) è una tecnologia che permette di mettere a disposizione di chi deve intervenire informazioni raccolte tramite messaggi e conversazioni telefoniche, localizzazioni geografiche incluse.
 
 

Tutte queste novità sembrano molto belle, utili e promettenti per prevenire e controllare le malattie emergenti. Perché siano strumenti davvero affidabili occorre risolvere alcuni problemi non da poco, primo fra tutti l’eccesso di informazioni. Ma anche la scarsa specifiità dei segnali (i sintomi con cui inizia questo post, per fare un esempio, sono riferibili a centinaia di malattie diverse), i falsi (il mondo è pieno di ipocondriaci e inventori fecondi!) e le notizie dietro la cui diffusione si possono celare interessi di varia natura. Tutto questo crea un rumore di fondo che occorre saper cogliere, misurare ed eliminare, per evitare dati inattendibili e confusi.

30 aprile 2009 | Argomenti: immunologia

Influenza: sarà Big Bang?

Il virus partito (forse) dal Messico farà il giro del mondo? E se pandemia sarà, sarà forte o lieve? La realtà è che a oggi «non possiamo dire se quest’influenza farà Big Bang». Le parole sono di Rino Rappuoli, direttore scientifico della Novartis Vaccines e fra le massime autorità mondiali su vaccini e virus (il 28 aprile Rappuoli ha ritirato a Washington la Medaglia Sabin, il più prestigioso riconoscimento a livello internazionale per lo sviluppo dei vaccini, conferito per la prima volta a uno scienziato europeo).
 
 
I primi segnali – le morti di diverse persone giovani e la rapida diffusione di casi in Paesi diversi dal Messico – fanno pensare a un virus piuttosto fastidioso, in grado di passare con facilità da persona a persona. Gli epidemiologi però sanno che il numero dei casi riportati nei primi giorni dopo la scoperta di un nuovo ceppo virale è attendibile quanto l’exit poll di un’elezione politica. Per valutare la serietà dell’epidemia occorre conoscere il numero totale dei casi che si sono verificati; per ciascuno di essi bisogna sapere la località, l’età della persona colpita e i contatti che può avere avuto con altri individui infetti. I dati raccolti finora sono estremamente frammentari e in continuo mutamento: per prevedere se la faccenda sarà più o meno seria gli esperti hanno bisogno ancora di qualche tempo. Vediamo invece quello che sappiamo a oggi.
 
Che cosa sappiamo del virus?
Dalla notte del 24 aprile abbiamo a disposizione la sequenza completa del genoma virale, depositata nelle banche genetiche pubbliche (la sequenza si trova anche in GISAID, la banca dati genetica fortemente voluta da Ilaria Capua, virologa dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, perché le informazioni sui virus influenzali animali e umani possano essere condivisi da tutta la comunità scientifica internazionale in tempo reale). Abbiamo così saputo, a pochi giorni dai primi casi (dieci anni fa ci sarebbe voluto un anno!), che il genoma è composto da pezzi di virus dell’influenza suina americana ed eurasiatica, dell’influenza umana americana e dell’influenza aviaria americana.
 
 
Questa miscela genetica è qualcosa di molto frequente in natura, oltre a essere una straordinaria strategia di sopravvivenza da parte dei virus. I virus dell’influenza, infatti, sfruttano una capacità non comune di mutazione e di riassortimento genetico fra ceppi diversi per saltare con agilità da specie a specie, infettando non solo maiali, uccelli ed esseri umani, ma anche cavalli, foche, gatti, cani, tigri e chi più ne ha più ne metta.
 
Ricercatori in ogni angolo del pianeta lavorano da giorni senza sosta per collocare questo virus nel grande albero «genealogico» della famiglia dei virus influenzali. A che cosa ci servono queste informazioni? A distinguere tramite diagnosi molecolari precise chi sarà eventualmente affetto da quest’influenza da chi avrà invece una malattia da raffreddamento causata da altri microrganismi.
 
Perché il virus muta?
Le mutazioni permettono al virus di «vestire» continuamente nuovi abiti che lo rendono irriconoscibile alla sorveglianza del sistema immunitario. La stessa sorveglianza lo bloccherebbe se si presentasse sempre con gli stessi vestiti. In altre parole le mutazioni frequenti sono un’ulteriore strategia di sopravvivenza evolutiva efficace (a spese degli ospiti). Per questo motivo di influenza ci si può ammalare ogni anno, mentre delle malattie i cui virus o batteri non variano ci si ammala in genere una volta sola nella vita.
 
 
Che cosa ci insegnano le pandemie del passato?
Pandemie di influenza esistono da tempi remoti, ma le quattro di cui abbiamo conoscenza sono avvenute nel 1889, 1918, 1957 e 1968. Tutte e quattro le pandemie si sono presentate in ondate successive. Il virus del 1918, quello della cosiddetta Spagnola (il cui virus aviario sembra essere passato prima dagli uccelli agli esseri umani, e poi dagli esseri umani ai suini) è apparso a marzo e ha messo in moto un’ondata primaverile ed estiva che ha colpito alcune comunità e lasciato altre indenni. La prima ondata fu estremamente lieve, più lieve ancora di un’influenza ordinaria: dei circa 10.000 marinai della flotta britannica che si ammalarono, solo quattro morirono. Ma l’autunno portò una seconda ondata, ben più letale, seguita da una terza ondata, meno severa, all’inizio del 1919. In tutto il mondo sono morte di Spagnola non meno di 35 milioni di persone, in un’epoca in cui la popolazione mondiale era solo un quarto di quella attuale. Ogni anno la normale influenza stagionale oggi uccide circa 36.000 americani (e 5000 italiani). In genere muoiono più facilmente le persone anziane o quelle che hanno un sistema immunitario già indebolito.
 
Perché ondate successive dello stesso virus hanno un’aggressività differente?
Alcuni esperti ritengono che la prima ondata della Spagnola sia stata particolarmente lieve perché il virus non si era ancora adattato completamente agli esseri umani. Esistono tuttavia numerose prove del fatto che la gente esposta alla prima ondata abbia sviluppato immunità, proprio come se fosse stata vaccinata. Una simile costruzione di immunità è la più probabile spiegazione del fatto che, nel 1918, solo il 2 percento di coloro che hanno contratto l’influenza sono morti: essendo stati esposti ad altri virus dell’influenza, la maggior parte delle persone si era già costruita qualche protezione. Fra persone che invece vivevano in regioni isolate, per esempio gli Inuit dei villaggi dell’Alaska, si sono registrati livelli di mortalità maggiori, presumibilmente perché avevano avuto un’esposizione minore ai virus dell’influenza.
 
Allarme eccessivo o eccessive rassicurazioni?
Memori dell’aviaria del 2006 che pandemia non fu, se non sui media, molte persone oggi ritengono che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i Centers for Disease Control e le altre agenzie di salute pubblica siano o troppo allarmiste o troppo rassicuranti.
Provate a mettervi per un momento nei panni di un ufficiale di queste istituzioni: è vostro dovere fornire al pubblico informazioni attendibili, su malattie potenzialmente letali, anche se la situazione fluida e prematura non vi permette di trarre conclusioni, e dovete pure evitare di provocare panico. Come si muovono, questi ufficiali sbagliano. La missione è di quelle impossibili! Se l’emergenza sarà un falso allarme, si dirà che milioni di persone sono state allertate inutilmente, e si dirà perfino che il motivo era la giustificazione di budget milionari; se invece l’influenza sarà una pandemia, allora è probabile che i funzionari saranno rimproverati per non averla saputa prevenire.
 
Ignorare il rischio o preparare un vaccino?
È vero, non sappiamo se il virus farà big bang, ma possiamo permetterci di ignorare un rischio di questo tipo? I vaccinologi, lasciando da parte le polemiche, stanno già lavorando sodo.
Si arriverà in tempo? Sempre Rino Rappuoli ha detto, durante la Lectio magistralis tenuta il 29 aprile all’Istituto clinico Humanitas, che per l’autunno ce la si può fare. Certo, se la grande botta dovesse arrivare fra tre settimane è chiaro che un vaccino non ci potrà essere. Ma se il virus dovesse comportarsi come i suoi "cugini" hanno fatto in passato, presentandosi con l’ondata maggiore in autunno, allora il vaccino potrà essere pronto e disponibile. Grazie alle tecnologie e ale procedure messe a punto nei tre anni che sono seguiti all’allarme aviaria (ecco che anche quell’allarme a qualcosa è servito!) per fare fronte a un’eventuale pandemia.
 
Qui potete vedere un’intervista sul vaccino che Rino Rappuoli ha rilasciato il 29 aprile a Corriere TV: 
 
Quale vaccino si svilupperà?
Solo il vaccino contro questo nuovo ceppo? O soltanto il vaccino contro i tre ceppi influenzali "normali," già previsti, su cui si stava già lavorando? Oppure tutti e due i vaccini? O, ancora, un unico preparato che contenga la protezione contro tutti i ceppi previsti, vecchi e nuovi? La decisione sarà presa entro un mese circa, in maniera globale, con il coinvolgimento dell’OMS, dei CDC, della Comunità europea, della Bill & Melinda Gates Foundation e di tante altre istituzioni sovranazionali coinvolte nei problemi di salute pubblica.
 
Infine, il nome…
Influenza suina, ma siamo sicuri di volerla proprio chiamare così? Il virus nei maiali non è mai stato isolato, nonostante il gran numero di geni originari del ceppo virale suino. L’Organizzazione mondiale per la salute animale ha suggerito di chiamare il nuovo ceppo "influenza Nordamericana"; altri propongono che si chiami Messicana, dato il primo focolaio; altri ancora propendono per Californiana, data l’origine della prima sequenza genetica. Vedremo se  aggettivi più politicamente corretti riusciranno a imporsi e a farci scordare il maiale (che infetto forse non fu mai).

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Per approfondire:
 
I sintomi dell’influenza, spiegati da un ufficiale dei CDC (con sottotitoli):

Lo speciale di Radio 3 Scienza sull’influenza

 
Una lecture di Rino Rappuoli sui vaccini, qualche mese fa all’Università di Berkeley: